Gli irlandesi respingono il doppio referendum anti-famiglia

Gli irlandesi respingono il doppio referendum anti-famiglia
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NO e poi NO. Con un cocente, doppio diniego, gli irlandesi hanno respinto il referendum anti-famiglia dell’8 marzo scorso, proposto dal governo popolare-verde di Leo Varadkar, primo premier irlandese dichiaratamente gay.

Il Paese di 5,3 milioni di abitanti a maggioranza cattolica, che nel 2015 e nel 2018 era stato già indotto con campagne asfissianti e ben finanziate a votare dapprima il “matrimonio” tra persone dello stesso sesso e poi la legalizzazione dell’aborto, questa volta ha voltato le spalle all’onda arcobaleno. Con un’affluenza alle urne del 44,2%, i NO al primo dei due referendum che proponeva di equiparare il concetto di «famiglia fondata sul matrimonio» a ogni forma di «relazione duratura», anche omosessuale, sono stati il 67,7%, quelli al secondo che chiedeva di eliminare il riferimento alle “donne in casa” (“women in the home”) come fondamento del bene comune il 74,4%. Ha perso quindi per una volta il Pensiero Unico, la lobby LGBT, il femminismo liberal e via dicendo, oltretutto con la maggioranza come al solito dei grandi media schieratisi in favore del doppio SÌ.

Tutti i partiti della maggioranza, cioè il Fianna Fáil, il Fine Gael e i Verdi, con i principali fra quelli all’opposizione compreso il Sinn Féin, lo storico partito nazionalista di sinistra, erano favorevoli a votare entrambi gli emendamenti costituzionali, ma questa volta è andata male. La campagna politica per il Vote No No è stata quindi clamorosamente vinta da un piccolo manipolo di parlamentari indipendenti, su tutti il senatore Michael McDowell, nonché dai pochi attivisti di Aontù, la formazione di Peadar Tóibín staccatasi dallo Sinn Féin a motivo della laicizzazione radicale della storica formazione nazionalista e del Siol na h’Eirean, partito cattolico di destra guidato da Niall McConnell.

Le due proposte miravano ad apportare modifiche al testo dell’articolo 41 della Costituzione irlandese, scritta nel 1937 e voluta principalmente dal patriota e statista Éamon de Valera (1882-1975), primo ministro e Presidente della Repubblica d’Irlanda dal 1959 al 1973. L’articolo che il doppio referendum intendeva stravolgere, il 41.2, è un portato diretto dei principi affermati dalla Dottrina cattolica e riconosciuti nel diritto naturale ovvero: «Lo Stato riconosce che, con la sua vita domestica, la donna fornisce allo Stato un sostegno senza il quale il bene comune non può essere realizzato. Lo Stato dovrà, pertanto, sforzarsi di garantire che le madri non siano costrette, per necessità economica, a impegnarsi nel lavoro trascurando i loro doveri domestici». Una norma, come si vede, la cui formulazione sconta senz’altro la consuetudine del linguaggio del tempo, ma che fu approvato con l’obiettivo di alta rilevanza sociale di riconoscere l’importanza del lavoro in casa che, allora, era svolto quasi esclusivamente dalle madri, assicurando quindi che non fossero costrette a lavorare fuori dell’ambito familiare per ragioni economiche. Con l’arroganza e l’ignoranza tipiche del Politicamente corretto, i sostenitori del SÌ alla revisione di tale importante norma, ad esempio i dirigenti del Consiglio nazionale delle donne, hanno obiettato che il «linguaggio sessista e stereotipato» dell’art. 41.2«non deve trovare posto nella nostra Costituzione in quanto rappresentativo di un’epoca in cui le donne erano trattate come cittadine di seconda classe».

Per quanto riguarda la promozione dell’altro emendamento costituzionale, il Governo ha impegnato il massimo delle risorse a disposizione arrivando, ad esempio, a predisporre e inviare prima del voto a 2,3 milioni di famiglie irlandesi un lungo opuscolo di otto pagine che, in riferimento alla “relazione durevole” spiega che si tratta di «una famiglia basata su diversi tipi di relazioni impegnate e continuative diverse dal matrimonio». A pochi giorni dall’apertura delle urne il premier Varadkar aveva quindi invitato gli irlandesi a votare SÌ a entrambi i quesiti dicendo che «tutte le famiglie sono uguali» e che «chi si occupa delle famiglie dovrebbe essere riconosciuto nella nostra Costituzione».

Non è la prima volta che con tale spiegamento di mezzi la Costituzione irlandese era stata emendata in favore dei “diritti delle donne”. Basti pensare alla rimozione del divieto di aborto, passata il 25 maggio del 2018 con un referendum che ha imposto l’abrogazione dell’ottavo emendamento alla Carta che, per il già citato Varadkar, avrebbe addirittura «sollevato l’Irlanda dal suo fardello di vergogna». Questa volta, però, per il premier era impossibile non ammettere la sconfitta: «Era nostra responsabilità convincere la maggioranza delle persone a votare Sì e chiaramente non ci siamo riusciti», ha dichiarato a spoglio non ancora ultimato, in considerazione delle “percentuali bulgare” che andavano profilandosi.

In conclusione, bisogna rilevare che quella dell’8 marzo non è stata una vittoria soltanto dell’associazionismo pro family e della Chiesa. La formulazione dell’articolo 41.1 della Costituzione che sarebbe risultata da una vittoria dei , infatti, equiparando la famiglia fondata sul matrimonio ad «altre relazioni durature» e di «convivenza fra coppie o con i figli», adottando formule indiscutibilmente aperte e “fluide” hanno destato non poche perplessità anche nel mondo giuridico non religioso o filo-giusnaturalista. Se “costituzionalizzate”, hanno sostenuto costoro, entrambe le formule sarebbero state foriere di potenziale confusione e controversia in materie delicate come il diritto fiscale, quello relativo all’immigrazione e alla definizione degli alimenti a seguito di rottura dei rapporti coniugali/di convivenza, delle eredità, ecc.. Il tutto con una demolizione non indifferente di una parte importante del diritto di famiglia irlandese, per non parlare della possibile legittimazione alle “relazioni durature” anche della poligamia islamica…

Non è mancato infine chi, come il docente di diritto e direttore del Centro irlandese per i diritti umani dell’Università di Galway Siobhán Mullally, ha criticato anche la scelta del giorno del voto, fatto coincidere discutibilmente con la “festa della donna”. «È stato paternalistico da parte di Varadkar programmare il voto nella Giornata internazionale della donna – ha affermato il noto giurista –, nella convinzione che i cittadini avrebbero colto l’occasione per eliminare il passaggio sulle donne-casalinghe». Come visto in sintesi, è un fatto che il clima politico e sociale sembra cambiato in Irlanda. Il tentativo di demolire la Costituzione, almeno per ora, è scongiurato.

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