Giulio II, un Papa umanista e guerriero

(di Lorenzo Benedetti) Il Papa guerriero: con questo appellativo Giulio II viene ricordato dalla storiografia, e così è rimasto impresso nell’immaginario collettivo; ma all’imponente figura di Giuliano Della Rovere – questo il nome al secolo – ben si addice anche il soprannome di Papa delle arti. Uno dei pontefici più noti del Rinascimento, la sua vastissima eredità artistico-culturale è oggi sotto gli occhi di tutti coloro che passeggiano per le strade di Roma e si prendono del tempo per visitare le meraviglie conservate in Vaticano.

Savonese, educato dai Francescani, venne nominato cardinale nel 1471 da Sisto IV e, favorito dalle sue doti diplomatiche ottenne numerosi vescovati tra cui Avignone, Bologna e Vercelli. Legato pontificio in Francia, accrebbe il proprio prestigio all’interno del Sacro Collegio ed arrivò a scontrarsi con il potente cardinal Rodrigo Borgia, la cui elezione a Sommo pontefice nel 1492 lo costrinse a fuggire da Roma e cercare riparo in Francia.

Dotato di grande coraggio e forza d’animo, era però consapevole dell’importanza di conservare l’unità della Chiesa: per questo non assunse mai posizioni scismatiche, ma cercò di ricomporre lo scontro per poi vivere perlopiù ritirato nella sua sede di Ostia e Velletri, monitorando l’operato di Alessandro VI, cui nel 1503 fu chiamato a succedere dopo il breve regno di Pio III.

La sua energica azione fu da subito bidirezionale: sotto l’aspetto temporale, legò a sé la nobiltà romana e consolidò il dominio dello Stato Pontificio, riconquistando Perugia e Bologna e costringendo a fare atto di sottomissione alla sua autorità le principali città italiane. Dal lato spirituale, convocò nel 1511 il Quinto Concilio lateranense per riformare la Chiesa dall’interno, ma dopo l’inizio dei lavori e l’emissione della bolla Cum Tam Divino, contro le elezioni papali macchiate di simonia, morì il 21 febbraio 1513.

Ad entrambi gli scopi fu rivolto il suo proposito di abbellire Roma per restituirle la grandezza passata. Il progetto di Giulio II coinvolse tutte le discipline artistiche ed architettoniche, a partire dall’urbanistica: commissionò al celebre Donato Bramante la riqualificazione del centro di Roma, aprendo l’ormai storica Via Giulia, e ridisegnò l’assetto stradale. Inoltre, incaricò il Bramante di sistemare il Cortile del Belvedere per potervi collocare la sua collezione personale di statue antiche che comprendeva l’Apollo Pitico ed il gruppo del Laocoonte, ritrovato proprio nel 1506.

Nel mentre, Bramante gli consigliò di servirsi della mano di Raffaello Sanzio, anch’egli marchigiano, per affrescare i suoi appartamenti privati oggi noti come “Stanze Vaticane”. Come testimonia il vescovo Paride Grassi, cerimoniere pontificio, Giulio II “non voleva vedere ogni istante la figura del suo predecessore Alessandro” dipinta sui soffitti dell’appartamento del Borgia, e dunque si trasferì ai piani superiori del palazzo apostolico, che fece completamente restaurare.

A lui il papa affidò la decorazione della Stanza della Segnatura, sala del supremo tribunale della Santa Sede, con figure allegoriche dei saperi e delle arti: con questa decisione, Giulio II consegnò alla storia alcune delle opere più pregevoli mai realizzate, tra cui la Scuola di Atene ed il Parnaso. Il delicato tratto di Raffaello fu impiegato anche nella Stanza dell’Udienza, in cui il pontefice figura orante nella Messa di Bolsena. Insieme a Raffaello lavorarono artisti del calibro del Perugino, che collaborò alla Stanza dell’Incendio, e del Peruzzi, che lavorò ai soffitti.

La scultura beneficiò del suo rapporto con Michelangelo, che il papa chiamò a Roma nel 1505 per realizzare il suo monumento funebre: dopo numerosi progetti e diverse rotture dovute ai caratteri forti ed impetuosi di entrambi, il sepolcro fu ultimato solo nel 1545 ed ospita la statua del Mosé, capolavoro indiscusso del genio toscano. Giulio II consacrò alla storia Michelangelo affidandogli il compito di affrescare la volta della Cappella Sistina, costruita dallo zio Sisto IV. Un’opera immensa, che fu portata a termine in quattro anni con le raffigurazioni di Storie della Genesi, delle Sibille e dei Profeti, testimonianza di “cosa un uomo solo sia in grado di ottenere”, come scrisse Goethe visitando Roma.

Ma fu nell’architettura che Giulio II superò sé stesso in ambizione: nel 1506 incaricò il Bramante di presentare un progetto di ricostruzione della Basilica Vaticana; procedette poi alla demolizione dell’antichissima e veneranda basilica risalente ai tempi dell’imperatore Costantino e diede l’avvio ad un monumentale cantiere, che si protrasse per oltre un secolo, vedendo nascere l’odierna San Pietro in Vaticano. (Lorenzo Benedetti)

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