Già in crisi la “luna di miele” tra Cina e Santa Sede

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(Luca Della Torre) La fittizia illusoria “luna di miele” tra i governi e le diplomazie della Repubblica Popolare di Cina e della Santa Sede è durata un batter d’ali: come d’autunno sugli alberi le foglie. L’Entente cordiale tanto voluta da Papa Bergoglio con il regime comunista cinese – primo al mondo nella triste graduatoria delle violazioni dei diritti umani, secondo i reports della stessa ONU – la politica di vezzosi scambi di cortesie tra il governo del dittatore XiJinping e la Santa Sede ha mostrato pericolose crepe immediatamente, svelando il volto reale del regime tirannico comunista che domina la Cina. La politica di avvicinamento alla Cina fortemente voluta da Papa Francesco di cui abbiamo sovente trattato negli ultimi mesi sulle colonne di Corrispondenza Romana, è culminata nell’accordo segreto rinnovato il mese scorso per altri due anni – le Cancellerie internazionali continuano a chiedersi con candore perché mai un negoziato diplomatico di cooperazione pacifica e sviluppo delle relazioni sulla libertà religiose dei cittadini non debba essere reso di pubblico domino – tra governo di Pechino e Santa Sede. I punti salienti consistono de facto nel riconoscimento di poteri legislativi ed amministrativi all’autorità politica cinese nella nomina dei vescovi della Chiesa Cattolica “sotterranea” restata fedele al successore di Pietro in Roma, nella supervisione dell’attività della Chiesa Cattolica, nella limitazione di ogni attività di culto, predicazione, istruzione, proselitismo in spazi pubblici in cambio del “ventilato” riconoscimento della Santa Sede e della autorità del Pontefice come supremo capo della Chiesa Cattolica nel mondo, e dunque anche in Cina. Un ben misero risultato sotto il profilo del realismo della politica estera e delle relazioni internazionali che la diplomazia vaticana ha portato a casa, stigmatizzato e criticato espressamente da voci autorevoli di analisti, sinologi, religiosi del mondo cattolico.

De facto un asservimento della sovranità pontificia al potere politico dello Stato liberticida cinese; un risultato ancor più fallimentare se si consideri che il fine diplomatico della Santa Sede nelle relazioni internazionali con gli altri Stati è molto chiaro, cioè la «libertà della Chiesa da una parte e la libertà di religione dall’altra per la salvezza delle anime», come ha ribadito di recente il professor Vincenzo Buonomo, Rettore della Pontificia Università Lateranense e docente di diritto internazionale, in occasione del discorso al Corpo Diplomatico del Pontefice argentino. Al di là dei panegirici di facciata, delle imbarazzanti lustrali laudi con cui la stampa cattolica ufficiale ha accolto la ratifica del trattato – il quotidiano Avvenire, organo della Conferenza dei Vescovi italiani in primis – tutta la diplomazia internazionale, le Cancellerie dei principali global players nel mondo, hanno mostrato assai poca fiducia sugli effetti di un presunto processo di apertura al dialogo, alla democratizzazione ed al rispetto della piattaforma giuridica internazionale dei diritti umani da parte del regime comunista: la Cancelliera tedesca Merkel, nei giorni della ratifica dell’accordo tra Vaticano e Repubblica Popolare cinese, in occasione del summit della UE sullo stato dei rapporti con il governo del Dragone rimarcava pubblicamente come sul futuro politico della Cina non ci fosse da farsi illusioni. In un quadro così fosco per la libertà di credo religioso e, più ampiamente, per la libertà di pensiero e di espressione in Cina, era sin troppo facile prevedere che le ingenue quanto grossolane aspettative della S.Sede su una resipiscenza, su una conversione ai principii della Rule of Law, dello stato di diritto da parte di Pechino sarebbero state smentite. E cosi è accaduto: alla prima occasione utile l’autorità politica comunista cinese ha lasciato cadere una tegola assai pesante sul capo del Pontefice.

L’occasione utile è stata data dalle recenti parole che Papa Francesco ha dedicato ad una delle tante “periferie economico-esistenziali” oggetto della sua pastorale: il popolo degli Uiguri, una minoranza di fede islamica che risiede nello Xinjiang, una regione nel nord-ovest della Repubblica Popolare cinese, da lungo tempo oggetto di violente persecuzioni, torture, privazioni, assassini nei campi di concentramento cinesi, i tristemente celebri Laogai, a causa della riottosità al processo di sinizzazione, ovvero di assimilazione linguistica, culturale, e di spoliazione della propria fede religiosa.

Da anni le principali organizzazioni di tutela dei diritti umani, Amnesty International, Human Right Watch, i vertici istituzionali della UE, i reports del Comitato dei Diritti Umani dell’Onu, i massmedia denunziano le persecuzioni in corso in Cina nei confronti della minoranza musulmana degli Uiguri. In ambito scientifico internazionalistico giuristi e politologi non hanno escluso che si possa ipotizzare una fattispecie di genocidio, il crimine penale internazionale, la Gross Violation più grave e ripugnante che viene punita dal diritto internazionale penale. Ebbene, alcuni giorni fa il Pontefice Bergoglio ha usato esplicitamente il termine di perseguitati per definire la condizione dei fedeli islamici che abitano il nord ovest della Cina. Le parole del Papa in realtà anticipano il contenuto del libro scritto in collaborazione con il giornalista Austen Ivereigh, Ritorniamo a sognare, in uscita in Italia dal 1° dicembre. 


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Il Papa, in un capitolo dedicato alle persecuzioni dei popoli islamici, scrive testualmente: «Penso spesso ai popoli perseguitati: i rohingya, i poveri uiguri e gli yazidi». La reazione ufficiale del regime comunista di Pechino non si è fatta naturalmente attendere: tranchante arrogante, nel solco della tradizionale linea di politica estera di tutti i regimi di matrice marxista, che si arrocca dietro il divieto tassativo di ingerenza negli affari interni della Repubblica Popolare cinese da parte della Comunità internazionale. Ed infatti le affermazioni di Papa Francesco, che ha definito «perseguitati» gli uiguri musulmani in Cina, sono «del tutto prive di fondamento». Così ha dichiarato il 24 novembre il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, nel corso della sua quotidiana conferenza stampa a Pechino.

Parole inaccettabili quelle del Papa, per Pechino, che respinge come falsità e ingerenze le critiche internazionali sulla questione. Uno schiaffo brutale a tutta quel complesso, variegato (e vacuo) fronte dottrinario liberal, progressista, politically correct, nel campo delle scienze politiche, delle relazioni internazionali, del diritto internazionale, che ancora non si è reso conto del fallimento dell’utopia della democrazia globalitaria. Ma soprattutto: uno schiaffo brutale alla confusa e velleitaria politica estera di un Pontefice che ha fatto della difesa e promozione delle “periferie esistenziali umane” economiche, geografiche e politiche il proprio vessillo di battaglia, senza essere mai stato in grado di incidere fattivamente sulla condanna, e rimozione delle deleterie dottrine e prassi politiche che attentano alla salus animarum proprio di quelle “periferie esistenziali” a lui giustamente care.

Perché il Pontefice ha dato il placet ad una non ponderata geopolitca di apertura ad un regime per sua natura congenita irredimibile, non emendabile in quanto totalitario, liberticida ed ateo come quello cinese? Perché Papa Francesco, convinto sostenitore del dialogo interreligioso, non ha mai voluto incontrare il Dalai Lama per sostenere la sua causa del diritto alla libertà religiosa buddhista tibetana, da decenni sotto il tallone della tirannia comunista cinese?


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Perché Papa Francesco non ha mai dedicato attenzione esplicita alle gravi violazioni ai diritti civili, politici, alla libertà dei cittadini di Hong Kong, dove il regime comunista cinese sta imponendo una cortina di ferro sui suoi sudditi? Perché il Papa non considera l’Occidente per quello che effettivamente è, una “periferia esistenziale” religiosa ed etica, e non punta l’attenzione e l’azione sul devastante processo di scristianizzazione e secolarizzazione che proviene proprio da quelle correnti di pensiero politico e filosofico che fanno dell’eliminazione della fede e della libertà religiosa il proprio obiettivo strategico? Quante sono le minoranze cristiane e quanti sono gli esseri umani di fede cristiana che quotidianamente subiscono la violenza delle persecuzioni, delle sevizie, della morte, alle quali la diplomazia vaticana dovrebbe dedicare la massima attenzione nella difesa e promozione della libertà religiosa? Pensare che il dialogo della Santa Sede possa portare la democrazia in Cina è una pia illusione: le logiche del realismo, delle relazioni internazionali, e della filosofia della storia cristiana in questo caso paradossalmente convergono: come altrettanto ragionevolmente convergono i dubbi sulla non ponderata geopolitica del Vaticano nell’epoca di Papa Bergoglio. Contraddittorietà, assenza di strategia, balbuzienti iniziative nel campo dei grandi temi della politica estera internazionale. Questo emerge da una lettura sine ira ac studio della precaria azione degli uomini di Chiesa nelle relazioni internazionali 

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