Germania: il partito anti-euro e anti-immigrati in Parlamento

(di Lupo Glori) Dalla Germania arriva un’altra poderosa spallata al pensiero unico europeista. I risultati definitivi per il rinnovo del Bundestag, la camera bassa del Parlamento tedesco, pur confermando l’unione cristiano-democratica del Christlich Demokratische Union Deutschlands (Cdu) come primo partito della Germania con il 33% dei voti, attestano infatti il tracollo dei socialdemocratici di Martin Schulz con appena il 20,5%, ma soprattutto la grande affermazione del partito anti euro e anti immigrati Alternative für Deutschland (AdD) che ottiene il 12,6%, equivalente ad oltre 90 seggi parlamentari.

In crescita, anche tutti gli altri schieramenti politici: i liberali del Free Democratic Party (FdP), capitanati dal rampante Christian Lindner ottengono 10,7%, il partito dei Verdi Die Grüne della leader Catrin Goering-Eckardt l’8,9% e l’estrema sinistra di Die Linke, a guida Sahra Wagenknecht, il 9,2%.

Il voto federale di domenica 24 settembre è stato caratterizzato da una grande affluenza che, secondo i dati diffusi dall’ufficio elettorale, si è attestata attorno al 76,2% degli aventi diritto, con un aumento di quasi 5 punti rispetto alla tornata elettorale del 2013.

Il partito della Cdu si è classificato al primo posto, ma il successo della Merkel questa volta sembra essere una vittoria di Pirro, in quanto, sebbene la cancelliera, come abbondantemente previsto dai sondaggi pre-elettoriali, si sia aggiudicata lo scontro con Schulz, il suo schieramento ha ottenuto il secondo peggior risultato di sempre, arretrando dell’8,5% rispetto al 2013, quando aveva raggiunto il 41,5%. Peggio della Merkel ha fatto solo lo stesso leader dei socialdemocratici che, con il suo partito dell’Spd, ha toccato il minimo storico, perdendo ben 5 punti rispetto al voto di 4 anni fa. 

Ad ammettere l’esito “dolce amaro” delle elezioni è la stessa cancelleria tedesca, la quale, consapevole che la strada che l’attende per il suo quarto mandato sarà, in termini di governabilità, ben più irta e scivolosa delle precedenti, per via dei risicati numeri a sua disposizione, ha così lapidariamente commentato: «Speravo in un risultato migliore».

Sull’altro fronte, Martin Schulz leader del partito, ormai ex alleato di governo, ha riconosciuto la clamorosa débâcle, dichiarando: «Un giorno difficile e amaro per la socialdemocrazia. Abbiamo mancato l’obiettivo». Un fallimento senz’appello, ribadito anche da Manuela Schwesig, una delle esponenti di spicco dell’Spd, la quale ha sottolineato come il voto di domenica metta inevitabilmente fine all’alleanza politica della Grosse Koaliton tra Cdu e Spd: «È una pesante sconfitta per l’Sdp, oggi finisce per noi la grande coalizione».

Il vero vincitore di tale tornata elettorale è dunque il partito anti-establishment dell’AfD, che, dopo aver sfiorato l’ingresso al Bundestag nel 2013, questa volta entra in Parlamento trionfalmente dalla porta principale, effettuando un balzo in avanti con l’8,3% in più rispetto a 4 anni fa.

In tale mutato scenario politico, la Merkel vede sfilare dal tavolo delle trattative post-voto una delle due opzioni plausibili e la scelta a questo punto appare obbligata. Se prima delle elezioni, per formare un governo, erano infatti percorribili due strade, corrispondenti alle due uniche coalizioni possibili, ovvero una prorogazione della Grosse Koalition tra CduSpd, da un lato, e la cosiddetta Jamaika Koalition tra Cdu-FdP-Grünen, dall’altro, il tracollo del partito guidato da Martin Schultz non lascia spazio ad alternative.

L’unica ipotesi realizzabile a questo punto è infatti la “coalizione giamaicana”, così ribattezzata per via dei colori dei partecipanti: il nero della Cdu-Csu, il giallo dei liberali della FdP e il verde degli ecologisti dei Grünen. Un accordo non privo di insidie e difficoltà per via delle divergenti, e in alcuni casi opposte, visioni politiche tra liberali e verdi.

Riguardo il voto tedesco l’Agenzia Giornalistica Italia (Agi) ha pubblicato un interessante articolo in cui l’autore mette in evidenza come i partiti di governo siano stati “puniti” dal proprio elettorato nonostante gli ottimi e inoppugnabili risultati raggiunti sul piano economico, a conferma che la “partita elettorale” si sia giocata su altro, e nello specifico, sul delicatissimo e sempre più cruciale tema dell’immigrazione:

«Ciò che ha fatto – comprensibilmente – scalpore è stato il fatto che un partito così anti-establishment come AFD abbia ottenuto tanti voti in presenza di una situazione economica pressoché inattaccabile: con la disoccupazione ai minimi storici e una crescita sostenuta e trainata dall’export, nessuno sembra aver votato guardando alla situazione dell’economia. Tanto è vero che la stragrande maggioranza degli elettori giudica la situazione economica positiva (ancora dati Forschungsgruppe). Ma allora perché i partiti di governo uscenti hanno perso oltre 13 punti? La risposta è semplice: perché l’economia non è stata né la prima preoccupazione degli elettori (comprensibilmente) né il tema principale della campagna elettorale. Che è stato un altro, e cioè la questione dell’immigrazione.

Di fronte ad un’agenda di governo tollerante verso i flussi migratori, spiccatamente europeista, l’alternativa più credibile per molti elettori è stata rappresentata da un partito euroscettico, ferocemente anti-migranti, per alcuni persino filo-nazista (e l’etichetta di filo-nazista in Germania è quanto di più infamante vi possa essere). L’attrattività di AFD è stata in questo modo trasversale, come mostrano i flussi curati da Infratest dimap. Da questi emerge che i due partiti maggiori, governando insieme, hanno perso milioni di voti verso chi si è mostrato maggiormente credibile nel rappresentare determinati interessi e categorie».

Una interessante diagnosi politica che trova conferma nelle mappe della distribuzione del voto che, come si legge sempre sul sito dell’agenzia di stampa italiana, attestano come il successo del partito anti Europa e anti immigrati dell’AfD sia avvenuto in particolare in quelle aree della Germania più direttamente “toccate” dal fenomeno dei flussi migratori: «Il “boom” di AFD è avvenuto proprio in quelle zone orientali di confine, maggiormente interessate in questi anni dall’arrivo di immigrati provenienti dalla rotta balcanica (la Germania è di gran lunga il paese europeo con il maggior numero di richiedenti asilo accolti entro i propri confini)».

In ultima analisi, il voto tedesco, dopo gli esiti elettorali di Spagna, Grecia, Olanda e Francia, conferma il fallimento delle politiche dell’accoglienza della sinistra “liberal” europea e consacra la questione dell’immigrazione a tema programmatico centrale ed ago della bilancia delle prossime campagne politiche. (Lupo Glori)

Donazione Corrispondenza romana