Geopolitica del coronavirus: le responsabilità della Cina comunista

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(Luca Della Torre) Rulli di tamburi e tintinnio di sciabole nelle ovattate sedi delle cancellerie diplomatiche dell’intero pianeta. La pandemia da Covid 19 è stata micidiale, non solo, purtroppo, in termini di vittime causate nel mondo intero. La geopolitica delle relazioni internazionali, in particolare tra i grandi global players della Terra, USA, Europa, Cina, Russia, Giappone ed India è uscita radicalmente disarticolata, se non devastata, dal silenzio interessato e cinico della Cina sulle origini del virus: il regime comunista cinese porta la responsabilità dolosa di gravissimi ritardi, omissioni e morti nel pianeta, ma questa responsabilità si sta traducendo ora – provvidenzialmente – in una radicale strategica revisione dei rapporti dell’Occidente nei confronti del criminale regime totalitario che ambisce a dominare il pianeta. Il presidente USA Joe Biden ha ordinato nei giorni scorsi all’intelligence americana un rapporto strategico, di carattere non solo sanitario, ma anche militare, sulle origini del Covid-19 entro 90 giorni. La nota diramata dalla Casa Bianca afferma testualmente che i servizi di sicurezza «debbono intensificare gli sforzi per raccogliere e analizzare informazioni che possano a una conclusione definitiva, con un rapporto che deve essere consegnato entro 90 giorni». Così il presidente americano prende atto dell’ipotesi di un’origine in laboratorio di virus, che non viene più smentita, anzi, dallo stesso entourage democratico che governa gli USA: esattamente quanto a suo tempo denunziato con vigore dall’ex Presidente repubblicano Trump. Biden, dunque, formalizza ufficialmente un dossier di sicurezza e difesa per affermare quello che i servizi segreti di mezzo mondo sostengono da almeno 18 mesi.

Lo stesso massimo esperto di malattie infettive statunitense Anthony Fauci, principale referente sia dell’Amministrazione Trump che di Joe Biden, ribadisce in dichiarazioni di questi giorni, di essere convinto dell’origine in laboratorio del coronavirus responsabile della pandemia di Covid-19. In Francia, la voce autorevole del Premio Nobel per la medicina francese, Montaigner, denunzia la ragionevole origine umana del Covid-19, partorito nei laboratori medico-militari cinesi di Wuha.

Le responsabilità della Cina nella pandemia da Covid-19 rappresentano in realtà la punta dell’iceberg di quella svolta radicale impressa dal feroce dittatore comunista Xi-Jinping nella politica cinese, che ha apertamente alterato i rapporti fra la Cina e il resto del mondo, l’Occidente in particolare.

La sempre più violenta riduzione delle libertà interne come ai tempi della brutale Rivoluzione Culturale sotto Mao Zedong, le carcerazioni di massa contro i cristiani fedeli alla Chiesa di Roma, il genocidio della minoranza uigura musulmana in Xinjiang; la soppressione di ogni forma di libertà politica e religiosa per il Tibet occupato dal settant’anni; la fine del modello “una Cina, due sistemi” a Hong Kong, con la violazione del Trattato sino-britannico del 1998; l’occupazione minacciosa militare del mar Cinese Meridionale; l’aumento delle aggressioni militari allo Stato sovrano di Taiwan; una diplomazia sempre più menzognera e contraddittoria, sul modello dei regimi totalitari nazista e sovietico (i cosiddetti “wolf warrior”) stanno producendo gravi contraccolpi nelle relazioni tra Occidente e Cina.

Le cancellerie occidentali hanno progressivamente, finalmente preso atto che – al di là dei pur strategici interessi economici legati all’interscambio con il Dragone rosso – Pechino in realtà sta tessendo da anni, un disegno strategico politico istituzionale e culturale di dominio militare sul pianeta.

La stessa mite e inconsistente politica estera della UE lo dimostra: la scorsa settimana il Parlamento Europeo, riunito in seduta plenaria, ha approvato a stragrande maggioranza la Risoluzione che congela e non ratifica l’Accordo sugli Investimenti fra Unione Europea e Repubblica Popolare Cinese. Una decisione di notevole significato, che ha mandato su tutte le furie l’establishment di Pechino, in quanto blocca de facto le politiche di investimento miliardarie della Cina in Europa. Potrebbe suonare inusuale al lettore che il Parlamento Europeo abbia espressamente qualificato le azioni diplomatiche di Pechino come una “minaccia totalitaria” messa in atto da un regime che vuole decidere ed autorizzare a livello globale cosa si possa o non si possa dire sul regime stesso.

Non solo: Usa, Unione Europea ed il blocco del Commonwealth, ovvero Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda hanno promosso lo scorso marzo un pacchetto di sanzioni economiche, politiche e addirittura militari mirate nei confronti di Pechino per denunciare le massicce violazioni dei diritti umani all’interno di quel grande lager comunista che è oggi la Cina. Le forze armate navali di USA, India, Gran Bretagna, Australia e Giappone hanno implementato il Trattato Quad, che si impegna a garantire la libertà delle acque internazionali del Mar Cinese meridionale dai tentativi di annessione di Pechino.

Ora che lo “scomodo” quanto realistico Presidente della Casa Bianca Trump non c’è più, la vulgata massmediatica liberal, buonista, intrisa di luoghi comuni culturali quanto mai grossolani riscopre le ragioni del tutto fondate del suo “j’accuse” contro il regime comunista di Pechino.

Con buona pace per i superficiali analisti della diplomazia vaticana, che sono ancora convinti che il brutale regime totalitario, il monolite comunista cinese possa avere spazio di dialogo nell’agone politico internazionale. 

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