Fratelli tutti, un’enciclica in cui tutto si dissolve

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(Tommaso Scandroglio) Da quando è stata pubblicata l’ultima enciclica di Papa Francesco, Fratelli tutti, i commenti, come era prevedibile aspettarsi, sono stati numerosissimi, sia di segno positivo che negativo. Molte sono state le analisi del contenuto di questa enciclica, però meno frequentemente il documento è stato esaminato sotto il suo profilo formale. Vogliamo qui accennare ad una caratteristica, tre le molte, che innerva Fratelli tutti sul piano formale e che attiene al modello narrativo scelto e che potremmo qualificare come analitico.

L’aggettivo “analitico” trova il suo contrario nell’aggettivo “sintetico”. Colui che analizza qualcosa tenta di descriverlo minuziosamente, compiutamente e così annota ogni dettaglio, ogni peculiarità, ogni caratteristica sia essenziale che accessoria, appuntando altresì analogie e differenze con oggetti di studio simili. Il metodo analitico è quello adottato dalle scienze empiriche, le quali poi, con un procedimento induttivo, che risale dal particolare all’universale, tentano di stabilire leggi fisiche generali. Fratelli tutti adotta questo metodo e si perde in infinite descrizioni. Vero è che disegna fenomeni e scenari che per loro natura hanno carattere generale, ma – potremmo così esprimerci in modo colloquiale – non arriva mai al dunque, ossia non giunge mai ad una visione sintetica di ciò che descrive alla luce delle verità di fede e morale.

Il Magistero della Chiesa cattolica, al netto degli ultimi tempi e volendo essere un po’ spicci nella spiegazione, ha saputo sempre dare uno sguardo sintetico dei fatti sociali e li ha valutati in base a pochi criteri di giudizio desunti dal portato dottrinale. Un approccio quindi sintetico nel fotografare la realtà e sintetico nel giudizio. Un effetto positivo di questo approccio è la chiarezza espositiva e quindi l’efficacia pedagogica e poi pastorale. Paradigmatico a questo proposito è stato il cosiddetto Catechismo Maggiore di San Pio X: conciso nelle domande come nelle risposte.

Non è questione solo di modi, ma anche di sostanza. Cerchiamo di spiegarci, prendendola un po’ alla lontana. Il metodo di indagine e quindi di comunicazione sintetico deriva dalla consapevolezza che il reale, sia fisico che metafisico, è conoscibile, seppur mai perfettamente, nella sua essenza, ossia è possibile conoscere l’identità delle cose, dei fenomeni, delle persone e di Dio. Da qui la possibilità di definire il reale. Definire significa tracciare il perimetro che distingue una identità da un’altra. Riassumendo: dalla conoscenza del reale arriviamo alla conoscenza della identità degli enti e infine approdiamo alla loro definizione. Questo ci permette poi di giudicarli. Tommaso d’Aquino per sbrogliare le infinite questioni di fede e di morale di cui si è occupato è sempre partito da una definizione: di Dio, di peccato, di virtù, etc. Ma per far questo occorre procedere partendo da un punto di vista metafisico e trascendente.


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La filosofia di Papa Francesco è invece immanentista, fenomenologica, storicista, ossia schiacciata sul reale empirico e anti-metafisica. Ecco allora che, in questa prospettiva, priorità avranno le questioni di giustizia sociale: i poveri, gli immigrati, l’ambiente, il lavoro, etc. Ora la prospettiva orizzontale è propria delle scienze empiriche e sociali che usano appunto il metodo analitico. Ecco spiegato, almeno in parte, l’andamento fluviale di questa enciclica ed ecco spiegata la sua lunghezza perché, non sposando una visione trascendente, la narrazione in essa contenuta è incapace di avere una visione dall’alto che le permetterebbe di abbracciare con un solo sguardo i fenomeni descritti e che le consentirebbe di giudicarli in modo altrettanto rapido. Invece Fratelli tutti si perde inevitabilmente in mille rivoli, in mille parole che cercano invano di restituire un senso a ciò che accade intorno a noi e che viene descritto (non sempre poi in modo veritiero) perché nel reale fisico regna il particolare, il singolare.

Il mondo reale non illuminato dalla metafisica diventa allora un susseguirsi disordinato di singolari, di particolari, di eventi unici che sfuggono ad una comprensione universale, generale, appunto: sintetica. Sfuggono ad un senso univoco: da qui la spiegazione, almeno parziale, del motivo per cui in alcuni documenti ecclesiali di alto livello manchi il riferimento a Dio, fine ultimo di ogni nostra azione. Ed in merito sempre alla prospettiva analitica/particolare, ricordiamo che uno dei mantra di questo pontificato possiamo individuarlo nel termine “discernimento”. Bene discernere, ossia distinguere, separare, individuare differenze e analogie, ma poi occorre sapere unificare, classificare per insiemi e sottoinsiemi, suddividere per genere e specie. In tal modo il momento analitico si completa con quello sintetico, la descrizione con la definizione.

Privilegiare invece un approccio solo analitico fa sì che non si conosca l’identità delle cose e quindi fa sì che risulti impossibile alla fine pronunciarsi su cosa è bene e cosa è male, perché se io non conosco come è fatto l’uomo nei suoi aspetti fisici e metafisici non conoscerò nemmeno quali potranno essere le sue esigenze morali. Nell’ultima enciclica il lettore non troverà allora definizioni, ma solo suggestioni: l’identità, il “che cosa è” di un fenomeno o di una condotta viene sfumata, non ha più confini. Dalla determinazione si passa all’indeterminato. Quel tratto di gesso che sulla lavagna delimita, definisce visivamente un triangolo viene cancellato e così lo stesso triangolo scompare.


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Ecco dunque che l’enciclica, con il suo procedere sfuocato e a tratti appannato, liquefa il mondo e il giudizio su di esso. Abbattendo le cinta murarie che separano tra loro realtà diverse e costruendo forzosamente ponti tra mondi tra loro incompatibili, le identità diventano indistinte, si confondono, si mischiano e quindi si annullano. E così, ad esempio, una religione val l’altra, perché le abbiamo private delle loro identità costitutive e quindi delle essenziali differenze. Una cultura ha ugual peso di un’altra (si pensi alla famigerata querelle sull’Amazzonia). Ecco spiegata la lotta alla forma – ossia ai dogmi, alle definizioni dottrinali – quasi che la forma fosse un limite, una gabbia per il contenuto, ossia per i principi, essendo invece la forma ciò che fa esistere l’uno e gli altri (è il tratto bianco del gesso che fa venire ad esistenza il triangolo disegnato sulla lavagna). La sete di libertà vuole eliminare i limiti, ma questi de-limitano invece il reale.

L’indeterminatezza di cui è informata questa enciclica balza all’occhio soprattutto nei giudizi morali ivi presenti: il più delle volte sono luoghi comuni, slogan, mere opinioni politicamente corrette, valutazioni così vaghe che sono buone per tutte le stagioni, pareri così, appunto, liquidi che è anche difficile criticarli perché possono dire tutto e il contrario di tutto. Nulla è più cristallizzato, solido, perché apparirebbe rigido, tetragono, asfissiante, tutto invece è vaporoso e tutto è evaporato in nube indistinta che sta intossicando le coscienze di non pochi credenti. 


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