Francia: l’ascesa dello jihadismo e la strisciante guerra civile

(di Lupo Glori) Domenica 1 ottobre 2017 il terrorismo islamico è tornato a colpire nuovamente la Francia. A Marsiglia, presso la stazione St-Charles, Ahmed Hanachi, un tunisino, immigrato irregolare, di 30 anni si è infatti improvvisamente scagliato contro i passeggeri in attesa dei treni, tirando coltellate alla cieca al grido di battaglia “Allah akbar” con l’obiettivo di fare più vittime possibile.

In pochi istanti, prima di essere freddato dai soldati dell’operazione anti-terrorismo “Sentinelle” di guardia alla stazione ferroviaria, Hanachi è riuscito a colpire a morte Laura Paumier e Mauranne Harel, due giovanissime ragazze, tra loro cugine, di 20 e 21 anni, morte dissanguate in seguito ai violenti fendenti ricevuti. Poche ore dopo, puntuale, è arrivata la dichiarazione dell’Isis che su Amaq, l’organo ufficiale dello Stato Islamico ha fieramente rivendicato l’aggressione, scrivendo: «L’uomo che ha colpito a Marsiglia è un nostro soldato».

L’attacco alla stazione St-Charles è soltanto l’ultimo di una sfilza di attentati di matrice islamista più o meno eclatanti, che, dall’inizio del 2015 ad oggi, hanno insanguinato la Francia, mietendo ben 239 vittime. Di fronte a tale drammatico ed inarrestabile tributo di sangue, Damien Le Guay un filosofo francese, vicepresidente del “Comitato Nazionale di Etica Funeraria” e autore di un libro dall’emblematico titolo, La guerra civile in arrivo è già qui, intervistato su Le Figaro, ha puntato il dito contro tutti coloro che, di fronte a tali ripetuti atti di violenza in nome di Allah, si ostinano a voltarsi dall’altra parte, facendo finta che il “problema Islam” non esista.

Continuare a rifiutarsi di ammettere che la Francia si trovi in uno stato di aperta guerra civile con l’Islam radicale è infatti, secondo Le Guay, un atteggiamento irresponsabile e suicida, che non fa altro che peggiorare, in maniera progressiva ed irrimediabile, la situazione, portando ad una continua escalation degli attacchi terroristici.

A tale proposito Le Guay scrive:

«Quando vediamo che tali attacchi si ripetono regolarmente sul nostro territorio e sono perpetrati da cittadini, abbiamo il diritto di riconoscerci in una sorta di guerra civile che non menziona il suo nome? Quando le vittime sono falciate a caso e tutti gli assassini agiscono in nome dell’Islam, non siamo in uno stato di guerra sul nostro territorio? (…) Non riconoscere questa ‘guerra civile’ contro di noi, tra noi, piuttosto che migliorare la situazione, l’aggrava. Anche l’eufemismo uccide. Le nostre politiche, per ingenuità, mancanza di coraggio o mancanza di lucidità, negano le evidenze. Di conseguenza, per non prendere in considerazione la situazione stanno procrastinando. Piuttosto che guarire il nostro tessuto nazionale, hanno lasciato che i problemi si ingigantissero. Il rifiuto dell’Islam continua ad aumentare in Europa».

La continua ascesa del fenomeno jihadista in Francia, oltre che dai tragici episodi di cronaca, è documentata dai numeri statistici, raccolti all’interno del Dossier sulle segnalazioni per la prevenzione della radicalizzazione a carattere terrorista (Fsprt), stilato dal Ministero degli Interni, che attesta come negli ultimi due anni i potenziali terroristi sul suolo francese siano cresciuti del 60%, balzando da 11.400 a 18.550 individui schedati.

Un lista di sospettati da tenere sotto strettissima sorveglianza che, allungandosi di giorno in giorno, per via dei nuovi adepti e al rientro in patria dei cosiddetti foreign fighters, rende sempre più difficile il lavoro di contrasto e prevenzione dell’intelligence transalpina. Il filosofo critica inoltre i leader politici francesi, a suo parere, troppo deboli e “politically correct” nella loro azione di repressione del terrorismo: «Ogni volta (n.d.r. che c’è un attacco terroristico) le nostre autorità deplorano questi attacchi, mostrano la loro compassione verso le vittime, dichiarano la loro indignazione e denunciano l’ ‘attacco odioso’».

Un inefficace e stantio copione che si rifiuta di “prendere di petto” il problema, continua Le Guay, preferendo parlare di folli attacchi ad opera di soggetti squilibrati, piuttosto che di giovani imbevuti dell’ideologia islamista, che serbano un odio profondo nei confronti della Francia cristiana con la quale si considerano, che ci piaccia o no, in guerra.

In tale prospettiva, precisa sempre il filosofo francese, tali atti terroristici vanno interpretati sotto una realistica lente politica, prima che psichiatrica: «No, signor Primo Ministro, non c’è ‘follia’ in un terrorismo politico che mira, in nome di un’ideologia islamista, a combattere contro l’Occidente, contro gli ‘infedeli’, contro l’impuro, i Kuffar che siamo tutti noi».

A tale riguardo, Le Guay precisa infine come, sebbene non tutti i musulmani residenti in Francia siano da considerare dei nemici, tuttavia, diversi di loro, volenti o nolenti, stanno muovendo guerra alla nazione e per questo bisogna fare di più, prendendo coscienza della situazione, al fine di impedire che «centinaia di Molenbeek», intese come enclave islamiche foriere di terrore, sorgano in tutto il paese: «dobbiamo considerare che gli attacchi ripetuti da almeno il 2015, tutti commessi in nome di Allah, sostenuti dallo Stato islamico, non rientrano nella follia di individui isolati, ma di un’azione convergente di grande portata, volta a combattere la Francia e i suoi valori per imporre un clima di terrore e sfida ovunque».

Pazzo solitario o soldato dell’Isis poco importa, quello che conta è che Ahmed Hanachi, sgozzando due giovani infedeli al grido di “Allah è grande” non ha fatto altro che incarnare ed eseguire alla lettera quelli che sono, da tempo, gli obiettivi e le direttive della propaganda islamica per i propri seguaci residenti nel “territorio della guerra” del “Dar al Harb”: conquistare i loro cuori e le loro menti e indurli a mettere in pratica il proprio dovere religioso, ovvero condurre la Jihad, la guerra santa contro l’infedele secondo gli inequivocabili dettami del Corano: «Quando incontrate gli infedeli, uccideteli con grande spargimento di sangue e stringete forte le catene dei prigionieri». (Sura 47:4). (Lupo Glori)

Donazione Corrispondenza romana