Finito l’effetto “Charlie Hebdo”, ecco “Jezus!”

JezusPurtroppo «Charlie Hebdo» non ha insegnato nulla circa il rispetto dovuto alla fede altrui.

Lo dimostra «Jezus!», la nuova rivista su carta patinata uscita in tutte le edicole olandesi. Ne è caporedattore Arthur Japin. Japin è uno scrittore dichiaratamente omosessuale, vive con due uomini. Non è credente e lo scrive espressamente nell’editoriale. Dove dispensa altra “perle” del suo pensiero. Ad esempio, sulla religione, che, a suo avviso, è «coercizione e violenza di gruppo».

Ma perché proprio Japin per un giornale di questo tipo? Per lo stesso motivo per il quale, a dispetto della testata, come collaboratori sono state reclutate firme di autori, designer e fotografi nemmeno cristiani. Si propone un obiettivo preciso, si è prefisso un compito: quello di “aggiornare” l’immagine di Gesù, descrivendolo come una sorta di hippy ante litteram. Ma non solo.

Di quale “aggiornamento” si tratti lo si capisce già dalla copertina. Dove si è ricorsi a piene mani a “Photoshop”: l’immagine è stata ampiamente rielaborata, più di quanto possa sembrare a prima vista. Gli occhi e le sopracciglia sono quelle di una donna. Perché? Il messaggio che il giornale vuole trasmettere ai lettori, come “suggestione”, è che «Gesù non abbia bisogno d’avere un’identità di genere esplicita». Quindi, un asessuato? Drag queen? Transessuato? Cos’altro? Il filo conduttore, poi, è quello del doppio senso. Gli stessi Vangeli vengono storpiati in modo indegno, dal «Voi, chi dite che io sia?» al «Tu mi ami?», oltre ad un revival di luoghi comuni triti e ritriti sino a noia, frutto dell’ignoranza del testo biblico, come la questione dei “fratelli” e delle “sorelle” di Gesù.

Tutto questo, Japin lo ritiene stimolante da un punto di vista psicologico. Per lui è come se tutto fosse un gioco. E’ evidente come, in realtà, oltre ad essere dissacrante, questa pubblicazione sia gravemente blasfema con le sue 128 pagine dedicate alle caricature di Cristo, a servizi di moda decisamente scandalosi ed, a dir poco, sopra le righe, ad un viaggio sincretico che, dalla musica ai racconti di visionari, cerca di accostare la figura di un improbabile Cristo a quella del Dalai Lama od a quella del fotomodello e conduttore televisivo Arie Ate Boomsma.

Alla domanda se esista Gesù, Japin dice la sua. A modo suo. Ritiene indiscutibile che «predicasse» e che di sé dicesse di «essere il Messia. Ma non era l’unico». V’erano «centinaia di aderenti a gruppi», che «per i Romani» erano considerabili come «terroristi e che davano loro molto fastidio. Il gruppo di Gesù era uno di questi». E, tra le altre certezze, Japin include anche il fatto che sia stato «crocifisso». Questo è secondo lui Gesù. Una sorta di sovversivo anti-romano, paragonabile più agli odierni jihadisti dell’Isis che al Figlio di Dio fattosi uomo, ciò di cui ovviamente, su questa rivista, non si trova traccia.

«Avevamo progettato una copertina con Conchita Wurst, molto bella, ma lei alla fine ha rifiutato di collaborare con noi – ha dichiarato Japin – Molte persone non vogliono essere associate all’immagine di Gesù». Pare che anche molte grandi aziende non abbiano ancora osato fare pubblicità su una rivista di questo tipo: ma potrebbe essere solo questione di tempo. Attutito l’impatto iniziale e finito il polverone mediatico, potrebbero ripensarci. Mercato e media malauguratamente non solo assecondano, ma cavalcano l’ideologia omosessista imperante. E questa, che Japin ha la sfacciataggine di definire una «rivista innocente», ne è un esempio.

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