Fine della globalizzazione?

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(Luca Della Torre) Il vertice USA-Cina, in Alaska, dello scorso mese di marzo, ha ufficialmente riconosciuto il fallimento dell’utopia mondialista della democrazia universale ed il ritorno del sovranismo nelle relazioni internazionali.

Per decenni la vulgata massmediatica progressista, laicista, liberal, e purtroppo anche quella di una certa Chiesa cattolica succube del modernismo, ha insistito nel magnificare le sorti della “democrazia universale”, frutto della rivoluzione culturale marx-illuminista. Le identità culturali, religiose, etniche e linguistiche alla base dei modelli costituzionali degli Stati sarebbero state spazzate via dai venti impetuosi della globalizzazione, in nome di un utopico quanto pericolosissimo melting-pot, basato sul sincretismo di tutti i valori, destinati a liquefarsi nell’ottica dell’inflazionato refrain del dialogo interculturale.

Gli analisti, gli accademici, i giuristi e politologi, i diplomatici che nelle assise istituzionali hanno cercato ragionevolmente di mostrare le contraddizioni intrinseche di questa falsa utopia in cui il cattolicesimo politico modernista converge con le dottrine postmarxiste e libertarie, sono stati sovente ignorati, se non messi alla berlina dalla vulgata progressista. Ora la Storia presenta il conto: il redde rationem si abbatte come uno tsunami sul fronte del diritto e delle relazioni internazionali, mettendo espressamente in crisi il modello dell’ONU, per decenni la testa d’ariete del laboratorio politico della globalizzazione e della democrazia universale.

Ad Anchorage, in Alaska, in un clima molto teso, aspro, a tratti da Guerra Fredda, si è consumato il primo summit ufficiale tra i vertici dei governi USA e della Repubblica Popolare cinese: una prova ufficiale che ha sancito l’inesistenza del “dialogo” e – soprattutto – di una piattaforma valoriale comune nella geopolitica mondiale, cioè la assoluta mancanza dei presunti pilastri giuridici, istituzionali, politici in grado di garantire la ingenua utopia di un Nuovo Ordine Mondiale democratico ed universalista.
Una raffica di accuse incrociate tra le due delegazioni dei massimi vertici di governo USA e cinese hanno tenuto banco al summit di Anchorage: il Segretario di Stato USA Blinken ha espressamente accusato il regime comunista di Pechino di essere dolosamente responsabile degli abusi contro i diritti umani del popolo cinese, della progressiva eliminazione delle garanzie della Rule of Law – lo stato di diritto internazionale – nella regione autonoma di Hong Kong e nello Xinjiang, di minacciare la sovranità politica territoriale di Stati indipendenti come Taiwan, Filippine e Giappone, di violare i trattati di diritto internazionale del mare impedendo senza alcun diritto la navigazione nelle acque internazionali del Mar Cinese meridionale, di attuare pratiche “genocidiarie” contro le minoranze degli Uiguri ed in Tibet.


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Blinken ha testualmente definito queste azioni “un attacco contro l’ordine e la legalità che garantiscono la stabilità globale”, ovvero una recidiva violazione della piattaforma giuridica dei trattati ONU che reggono la pace e la sicurezza internazionale tra gli Stati sovrani.

Ancor più pesanti le dichiarazioni ufficiali del Presidente della National Security Agency, l’agenzia che coordina tutti i servizi di intelligence, spionaggio e controspionaggio civile e militare USA, Jake Sullivan: “E’ un assalto della Cina contro i valori universali”, cioè contro la piattaforma giuridica di diritto internazionale di impronta occidentale che, nella Dichiarazione Universale dei Diritti umani, agli artt.16 e seguenti pone il riconoscimento dei diritti civili, politici, sociali della persona come obbligo per gli Stati e presupposto per le relazioni internazionali di pace e sicurezza.

Il fuoco di reazione cinese è stato sullo stesso tono, ed è la prova che il criminale regime di XI Jinping ufficialmente non concorda e riconosce il sistema politico dei diritti civili e della democrazia come presupposto delle relazioni internazionali, anzi, afferma con arroganza la piena legittimità di promuovere a livello internazionale un modello politico basato su un framework ideologico totalitario e antidemocratico, discriminatorio e ufficialmente ateo.


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Yang Yechi, il capo della delegazione cinese e responsabile Esteri del partito comunista, ha dichiarato testualmente: «Smettetela di promuovere la vostra versione di democrazia nel resto del mondo. Perfino all’interno degli Stati Uniti molti hanno smesso di avere fiducia in quella democrazia. La Cina non accetta accuse».

Per quanto sia una strategia attuata da un’Amministrazione democratica, liberal – prona in politica interna ai leit-motiv etici del relativismo anticristiano – molti analisti, politologi, accademici esperti di relazioni internazionali non possono negare che quella di Biden assomigli molto a una riedizione degli eroici anni reaganiani del conservatorismo repubblicano, che ebbe il merito storico di mettere definitivamente in ginocchio the “Evil Empire”, l’impero del male comunista sovietico: la differenza è che in questo caso l’avversario numero uno è il modello di Stato sovrano a ideologia comunista-confuciana che si innesta nella tradizione istituzionale imperialista millenaria cinese.

Il senso della strategia dell’Amministrazione USA – come spiegato efficacemente da Henry Kissinger nel corso dei lavori del China Development Forum – è brutalmente chiaro: sarebbe ipocrita, negare che tra Occidente e Cina, tra Occidente e Russia vi siano differenze valoriali strutturali dei rispettivi sistemi politico-giuridici e delle identità storiche e culturali. Promuovere “la pace e la prosperità del mondo” sarà un compito arduo, ma solo nella consapevolezza che gli ingenui cantori della globalizzazione e dell’universalismo modernista hanno fallito completamente nel demonizzare gli elementi identitari che garantiscono la stabilità e la coesione di ogni società civile.


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Recuperando la dottrina conservatrice del Presidente USA Eisenhower, la Containment Policy, la politica di contenimento attuata dalla Casa Bianca nei primi anni della Guerra fredda per arginare l’espansionismo ideologico e militare comunista sovietico, Biden riconosce che vi è un nemico alle porte dell’Occidente: regimi dittatoriali, totalitari, postmarxisti come la Repubblica Popolare cinese, e nazionalisti autocratici come la Russia dello Zar Putin, che, superando le drammatiche contraddizioni della tragica dittatura sovietica, è riuscito a riannodare i fili delle strategie espansioniste del periodo zarista.

Niente di nuovo sotto il sole: gli unici veri soggetti attori della geopolitica planetaria restano gli Stati sovrani, gli USA, la Repubblica Popolare cinese, la Federazione russa, l’India, destinata a superare demograficamente il rivale cinese entro due tre anni.

Un nuovo Great Game dunque, nel quale purtroppo brilla per ritardo strategico l’Europa, che si attarda ad inseguire l’oramai desueto modello politico istituzionale della globalizzazione e del governo universale. 

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