Federvita Piemonte alla Marcia per la Vita

(di Marisa Orecchia, vicepresidente di Federvita Piemonte, su Riscossa Cristiana del 16-05-2012) C’era  anche Federvita Piemonte a Roma, la mattina  del 13 maggio a condividere con i quindicimila  che hanno marciato  per la vita, la partecipazione ad un evento che lascia ancora meravigliati  e commossi per la ricchezza  delle sigle, dei carismi, per la varietà dei gruppi, la loro provenienza, il loro manifestare nella gioia che la vita è un dono sempre.

Una marcia che ha mostrato l’esistenza  di un popolo della vita  che altro non  aspetta che uscire alla luce per affermare con determinata consapevolezza   che è  ora di dire basta  alla violenza che si attua  nei nostri ospedali  sotto l’ombrello di una legge assassina  che  dal giorno della sua vigenza ha ucciso cinque milioni e mezzo di bambini.

Un popolo della vita che può marciare  assieme pregando, cantando, chiacchierando,  nella  varietà del suo modo di essere e di porsi, nella ricchezza delle  varie  sensibilità e delle strategie, nelle impostazioni e nei settori di impegno, nel mondo, nella famiglia, nella vita  contemplativa  o in quella della parrocchia. Un popolo della vita in cui c’è posto per tutti, in cui nessuno è detentore  di rappresentanze o investiture. In cui fa da collante  l’incrollabile certezza che la vita non si tocca e nessuna legge  può disporne senza degradare lo Stato che l’abbia emanata ai “magna latrocinia” di Agostiniana memoria.

Una svolta epocale, quella di  domenica  13 maggio –  data che ha richiamato alla memoria di tutti  la prima apparizione di Maria  Santissima a Fatima  e la protezione da Lei  accordata, un altro 13 maggio,  a Giovanni Paolo II, l’apostolo della vita – in cui il  popolo della vita  ha voluto dire basta  a una legge iniqua  e  all’arrendevole acquiescenza, all’obnubilamento di tante coscienze  in tema di aborto volontario.

Non credo di esagerare dicendo che a Roma   il 13  maggio  abbiamo  assistito alla nascita di un nuovo corso nella storia  dei pro life  nel nostro Paese. Quello in  cui si dice basta  ad una legge che ha fatto  dell’aborto un diritto  insindacabile,  lanciando  un segnale forte alle  istituzioni, alla politica, alla società.

Basta ad una legge che ha falcidiato le generazioni uccidendo nell’indifferenza  e nel silenzio,  e basta anche  ai   silenzi  educati , ai  tatticismi,  agli equilibrismi politici  che in questi decenni hanno caratterizzato il modus operandi di tanto  mondo pro life.

Se da  tanti  anni  il femminismo grida  scompostamente che “la 194 non si tocca”, di  rimando in tutti questi  anni   i pro life  hanno  educatamente convenuto  “che non ci sono le condizioni  politiche per cambiare la 194”,   senza  accorgersi   che proprio questa  affermazione, reiterata all’infinito,  ha  contribuito  a  rafforzare tutti  nell’opinione che   sia proprio vero, che la 194 sia intoccabile, perché non ci sono le condizioni   politiche.  La legge 194 è diventata un  tabù.  Accontentiamoci di  chiederne l’applicazione delle parti buone.

Ripercorrendo la storia di questi  anni, vediamo l’esperienza fulgida dei Centri di Aiuto alla Vita (CAV),  fondamentale per sostenere la maternità problematica, necessaria per  mostrare che l’impegno dei pro life non è   solo proclamazione di principi.

In poco più di  trent’anni , con perseveranza,  con abnegazione, con una vera passione per la vita, sono  stati  salvati  130.000 bambini. 130.000  vite, una   sola delle  quali   avrebbe giustificato  tutto il lavoro e la stessa esistenza dei CAV,   “Chi salva una vita salva il mondo intero”.  Ma per quanto indispensabile,  il sostegno alla maternità problematica profuso dal CAV non basta.

L’aborto  infatti  non è solo una  questione di mancati aiuti alla madre. Certamente,  spesso i condizionamenti che  premono per l’aborto  sono molti e pesanti, ma è altrettanto vero purtroppo che la maggior parte  degli aborti non sono  frutto  di  aiuti mancati, ma frutto di  libera scelta,  di libera decisione.   Aborti per i quali  gli aiuti non contano, neanche si cercano,  frutto di una mentalità, di una scelta di vivere in un certo modo la propria sessualità, il proprio progetto di vita, nel quale in quel momento, in quella circostanza  non è prevista la nascita, la cura di un figlio. Aborti di chi si dice, magari con convinzione ”adesso non posso permettermi un figlio, lo farò in un altro momento”

Non cadiamo nell’illusione di affermare  che se tutte le donne  potessero essere raggiunta da  aiuti e da sostegno,  l’aborto  sarebbe debellato.

Significherebbe  voler ignorare la verità profonda dell’uomo che  è stato creato libero,  libero di scegliere il bene o il male, e che più spesso sceglie il male, a  causa di  quella ferita che  tutto lo attraversa e che altro non è che la conseguenza dell’antico peccato  dei progenitori. Una verità che la cultura di oggi , credenti compresi, censura,  illuministicamente   convinta   che  ogni trasgressione (ma esiste ancora la trasgressione?)  sia  da ascrivere   ai condizionamenti della  società. I volontari dei CAV sanno bene che se una donna  è tentata di abortire   a causa di una pesante  situazione economica, lavorativa, sociale, o altro,   c’è speranza di salvare il suo bambino, con  l’aiuto e la condivisione. Quando  invece la spinta all’aborto è “culturale” il bambino è perduto.

In questi anni  in Italia i  pro life  si  sono  generosamente spesi   nei CAV,  hanno  profuso energie, lavoro, intelligenza a livello locale,  sono  diventati  nelle realtà territoriali interlocutori stimati  delle istituzioni, portando a casa  anche importanti risultati. Pensiamo  alle  numerose  convenzioni con  gli enti territoriali,  al Nasko della Lombardia  che sostiene economicamente  le madri,  al patto per la Vita di Federvita Piemonte  che  consente l’ingresso dei volontari pro life nei consultori familiari. Lavoro ed energie profuse a livello locale.   Non è poco.  Tanto lavoro si è fatto  a livello locale, ma è venuto oggi il tempo di dire che questo non basta. Abbiamo salvato 130.000 bambini, ma   ne abbiamo abbandonato  più di 5 milioni  all’ingranaggio della 194.  Non abbiamo tentato   neppure di scalfire la legge   né    siamo riusciti  purtroppo  ad arginare la banalizzazione dell’aborto che da essa è  inevitabilmente derivata.

Il 13 maggio a Roma  un popolo della vita, festante ma consapevole  si è mobilitato per  esprimere la  voglia di cambiamento.

Donazione Corrispondenza romana