Famiglia: il desiderio che si fa diritto

(di Francesca Ruggero) Una società fondata sul desiderio. Questo siamo diventati. Il desiderio di considerare la vita, del nascituro e di chi soffre, nella disponibilità individuale e in base al vantaggio che ne può trarre la società; quello di rendere mutevole l’identità sessuale che ci è stata fornita dalla natura; quello di procreare usando le provette; quello di perseguire gli istinti, le convenienze, abbandonando qualsiasi ancoraggio ai principi. Si muta, così, l’antropologia umana, trasformando il desiderio in un diritto.

E’ questo il contesto in cui si situa la discussione sul divorzio cosiddetto “breve”. Attualmente, la legislazione italiana prevede che il divorzio non possa essere pronunciato se non dopo un periodo di tre anni di separazione, salve alcune eccezioni in pratica poco rilevanti. La proposta di legge che la Commissione Giustizia della Camera ha approvato lo scorso 23 febbraio, prevede, invece, che questo periodo sia ridotto ad un anno per i coniugi che non hanno figli minori e a due anni se invece vi sono minori.

Un provvedimento di “civiltà giuridica”, l’ha definito il Presidente della Commissione Giulia Bongiorno. Sono in molti  ̶  i soliti radicali, in primis  ̶  a voler abolire il periodo di separazione o a ridurlo ulteriormente nel dibattito che su questo tema vi sarà in Parlamento, in linea con quanto accade in molti Paesi europei, dove è frequente la scelta di concedere immediatamente il divorzio se entrambi i coniugi sono d’accordo o se uno riesce a dimostrare gravi colpe da parte dell’altro.

Tanto che in Italia, negli ultimi anni, ha proliferato il business di quelle agenzie che hanno come scopo sociale quello di fornire la possibilità alle coppie sposate di divorziare usufruendo della legislazione di altri Paesi. Quella inglese, ad esempio, in base alla quale il divorzio si ottiene quasi subito o quella francese, che prevede dai tre ai sei mesi oppure quella spagnola, in base alla quale ne servono sei. Per la soddisfazione del desiderio, è sufficiente il certificato di matrimonio, il patto di separazione consensuale e prendere la residenza del Paese che si sceglie.

Sta di fatto, che negli ultimi quarant’anni il numero di matrimoni in Europa è sceso di quasi il 40%. L’Italia è appena sotto la media europea con i suoi 4 matrimoni ogni 1000 abitanti. Parallelamente alla riduzione dei matrimoni si registra un netto incremento dei divorzi, che si attestano a una media europea di 2,1 ogni 1000 abitanti.

Con una diminuzione dei matrimoni e un aumento delle coppie che divorziano, cresce il numero dei figli che nascono fuori dalla famiglia tradizionale. La tendenza è comune a tutti i Paesi dell’Unione Europea, ma risulta particolarmente accentuata nel nord, dove addirittura in molti Stati, come Svezia, Estonia, Francia, Belgio, Danimarca e Gran Bretagna, la maggioranza o quasi delle nascite avviene fuori dal matrimonio.

La distruzione dell’istituto familiare, operata dall’Europa scristianizzata, sta scritta in questi dati,  che dimostrano, più di tante parole, quanto sia urgente una nuova evangelizzazione del continente europeo. Ma questi stessi dati, impongono almeno una domanda: qual è il compito del legislatore? Solo registrare dei fenomeni e assecondare dei desideri? Se così fosse, la maggioranza di un momento risponderebbe solo a se stessa nel fare le leggi.

Eserciterebbe la sua responsabilità libera da qualsiasi vincolo, solo per ingraziarsi il sentire comune di quel momento storico. A quella maggioranza, poi, se ne sostituirebbe un’altra, anche questa con nessun vincolo, se non quello di affermare il suo potere, magari in contrapposizione al primo e solo badando ai nuovi istinti che emergessero. Questo è il cuore del problema che pone una società che si fonda sul relativismo, di quella cultura che Benedetto XVI chiama del «disincanto totale»: nell’indifferenza di tanti, si fa strame degli unici principi che veramente contano e che costituiscono un prius, quelli del diritto naturale. (Francesca Ruggiero)

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