EUTANASIA: reazioni contro la condanna a morte di Eluana Englaro

La decisione dei giudici di autorizzare la sospensione della alimentazione ad Eluana, in stato vegetativo da 16 anni, per il neoPresidente della Pontificia Accademia per la Vita Rino Fisichella è «di fatto una azione di eutanasia».





La decisione dei giudici di autorizzare la sospensione della alimentazione ad Eluana, in stato vegetativo da 16 anni, per il neoPresidente della Pontificia Accademia per la Vita Rino Fisichella è «di fatto una azione di eutanasia».

Ma la sentenza «può essere impugnata presso una corte superiore, e non è ancora detta l’ultima parola e c’è la possibilità di ragionare con maggior serenità e meno emotività». Il vescovo-teologo esprime un duplice sentimento, da una parte «tristezza e amarezza» e dall’altra «profondo stupore».

«Profonda amarezza – spiega – per come si risolverà una vicenda di dolore, perché Eluana è ancora una ragazza in vita, il coma è una forma di vita e nessuno può permettersi di porre fine a una vita personale». E «profondo stupore, per come sia possibile che il giudice si sostituisca in una decisione come questa alla persona coinvolta, al legislatore, perché – ha aggiunto – non mi risulta che in Italia ancora ci sia una legislazione in proposito, e anche soprattutto ai medici che hanno competenza specifica del caso».

«Togliere il nutrimento e l’idratazione a Eluana – rimarca mons. Fisichella – significa porre una persona malata in una condizione di estrema sofferenza e quindi la soluzione che appare all’orizzonte è quella di aver giustificato di fatto un’azione di eutanasia».

Eluana Englaro è in coma dal 1992 quando, in una fredda notte, dopo una serata trascorsa con gli amici, l’auto su cui viaggiava finì contro un palo. Ricoverata a Lecco in coma profondo per un gravissimo trauma cranico, la diciannovenne venne intubata e strappata alla morte, ma i medici non lasciarono speranze: coma irreversibile.

Da allora il padre si è sempre mosso per ottenere il distacco dalle macchine nonostante la figlia non fosse vittima di alcun accanimento terapeutico ma solamente alimentata tramite un sondino. Dopo che le sue richieste sono state più volte rigettate da vari tribunali, il 9 luglio di quest’anno i giudici milanesi hanno autorizzato il distacco della macchina che la alimenta condannandola a morire di inedia.

«Una sentenza ingiusta – dichiara il Comitato Verità e Vita – che ha basato la propria legittimità formale su un finto contraddittorio (la curatrice che era stata nominata per contrastare le richieste del padre si è associata all’istanza di morte) e che – esattamente come altre condanne a morte che tanto deprechiamo – prevede modalità attuative “gentili”: modalità che dovranno “garantire un adeguato e dignitoso accompagnatorio della persona  durante il periodo in cui la sua vita si prolungherà dopo la sospensione del trattamento e in modo da rendere sempre possibili le visite, la presenza e l’assistenza, almeno dei suoi più stretti familiari”».

Anche l’Associazione Scienza&Vita sottolinea «le errate motivazioni di questa decisione dei magistrati lombardi». Innanzitutto da questa sentenza emerge «l’idea che una persona in stato vegetativo sia soltanto una vita biologica, dimenticando che fino a quando c’è vita biologica, quella è sempre e comunque una vita personale, espressione di una dignità che interpella in modo forte le coscienze e la responsabilità di tutti».

«Con questa sentenza – osserva inoltre Scienza & Vita – si può aprire ad una pericolosa deriva culturale: che si consideri come criterio fondamentale l’esercizio dell’autonomia, anche laddove questa non possa più essere esercitata. E che, in nome di questa falsa autonomia, si metta in gioco anche quel rispetto per la dignità umana che proprio nella vita fisica trova la sua ragion d’essere. Partendo da questo presupposto, dobbiamo immaginare e temere un aumento delle richieste in questo senso».

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