EUTANASIA: il card. Barragan conferma che staccare la spina significa uccidere

«La Chiesa condanna sia l’eutanasia che l’accanimento terapeutico. Ma non l’alimentazione e, tantomeno, l’idratazione, che non sono cure mediche. Per cui, anche quando un paziente è costretto a vivere in uno stato vegetativo, non gli si può dare la morte per fame e per sete».





«La Chiesa condanna sia l’eutanasia che l’accanimento terapeutico. Ma non l’alimentazione e, tantomeno, l’idratazione, che non sono cure mediche. Per cui, anche quando un paziente è costretto a vivere in uno stato vegetativo, non gli si può dare la morte per fame e per sete». Il cardinale Javier Lozano Barragan, ministro della Sanità del Vaticano, commenta così, in una intervista pubblicata su “La Repubblica” del 17 ottobre 2007, la sentenza della Cassazione sul caso Eluana Englaro che ha accolto l’ultimo degli otto ricorsi legali dei genitori di Eluana, da 15 anni in stato di coma vegetativo, alimentata ed idratata attraverso un sondino nasogastrico. «Il giudice – si legge nella sentenza che rimanda il fascicolo del processo alla Corte d’Appello di Milano – può autorizzare la disattivazione» del sondino.

Esultano i sostenitori dell’eutanasia e del testamento biologico, i cosiddetti “progressisti”, quantunque la sentenza precisi che la decisione va presa «unicamente in presenza» di due premesse:

1) «quando la condizione di stato vegetativo sia, in base ad un rigoroso apprezzamento clinico, irreversibile» e i medici escludano «la benché minima possibilità di un qualche, sia pur flebile, recupero della coscienza e di ritorno ad una percezione del mondo esterno»;

2) la richiesta di lasciar morire il malato «sia realmente espressiva, in base ad elementi di prova chiari, univoci e convincenti, della voce del paziente medesimo». Ossia, stabilisce la Cassazione, che l’intento si evinca «dalle sue precedenti dichiarazioni ovvero dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti». In assenza di tali requisiti «il giudice deve negare l’autorizzazione, dovendo allora essere data incondizionata prevalenza al diritto alla vita».

Ostacoli rigidi, ma la gravità è nel precedente: per la prima volta in Italia viene contemplata la possibilità di lasciar morire un paziente nelle condizioni di Eluana, «Solidarietà, rispetto e comprensione» per la donna in coma, continua il cardinale Barragan, ma senza dimenticare che «il credente deve sempre sapere che la vita è dono di Dio e che a nessuno è lecito uccidere.

La Congregazione della dottrina della Fede lo ha scritto con chiarezza: alimentazione ed idratazione non sono pratiche di accanimento terapeutico. Si possono interrompere solo nei casi in cui, specifica la stessa Congregazione, il paziente non assimila più né cibi, né liquidi perché ad impossibilia nemo tenetur, vale a dire nessuno può far fronte a cose impossibili. Il credente, però deve sempre affidarsi alla preghiera e alla misericordia di Dio. (…) la morte non si dà mai, tanto meno per fame e per sete-. Ma parlare di stato vegetativo non è semplice, è un tema delicato che impone prudenza». (E.G.)

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