Eutanasia: dichiarazione congiunta delle religioni abramitiche sul fine vita

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(Alfredo De Matteo) Il 28 ottobre scorso è stata sottoscritta in Vaticano la “Dichiarazione congiunta delle religione monoteiste abramitiche sulle problematiche del fine vita”. Gli estensori del documento, frutto del dialogo tra rappresentanti dell’Islam, dell’ebraismo e della Chiesa Cattolica (la Pontificia Accademia per la Vita), si prefiggono l’obiettivo di presentare la posizione delle religione monoteiste abramitiche a beneficio dei pazienti, dei familiari, degli operatori sanitari e dei responsabili politici aderenti a una di queste religioni, «promuovendo comprensione reciproca e sinergie tra i differenti approcci tra le tradizioni religiose monoteistiche e l’etica laica in merito alle convinzioni, ai valori, alle prassi rilevanti per il paziente in fase terminale». Il testo sottolinea che la maggior parte delle decisioni sul paziente in fase terminale non sono di natura medico-scientifica ma piuttosto etiche, sociali, religiose, legali e culturali e che i principi e le prassi delle religioni monoteiste abramitiche «non sono sempre in linea con gli attuali valori e prassi umanistiche laiche». La dichiarazione, dopo aver trattato sinteticamente le problematiche inerenti il fine vita, si chiude con un elenco di affermazione e proposte condivise, tra cui citiamo le più significative:

  • nessun operatore sanitario dovrebbe essere costretto ad assistere alla morte di un paziente attraverso il suicidio assistito o qualsiasi forma di eutanasia, «specialmente quando tali prassi vanno contro le credenze religiose dell’operatore». E’ necessario dunque rispettare l’obiezione di coscienza verso gli atti che contrastano i valori etici di una persona, che resta valida «anche se tali atti sono stati dichiarati legali a livello locale o da categorie di persone»;
  • è opportuno sostenere ed incoraggiare l’utilizzo delle cure palliative, «Anche quando allontanare la morte è un peso difficile da sopportare, siamo moralmente e religiosamente impegnati a fornire conforto, sollievo al dolore, vicinanza, assistenza spirituale alla persona morente e ai suoi familiari»;
  • al fine di evitare l’eutanasia, «Sosteniamo leggi e politiche pubbliche che proteggano il diritto e la dignità del paziente nella fase terminale».

Infine, riportiamo l’affermazione più importante del documento che sembra non dare adito a dubbi o fraintendimenti e a cui i media cattolici hanno dato maggior risalto: «L’eutanasia ed il suicidio assistito sono moralmente ed intrinsecamente sbagliati e dovrebbero essere vietati senza eccezioni. Qualsiasi pressione e azione sui pazienti per indurli a metter fine alla propria vita è categoricamente rigettata». Tuttavia, quali sono le azioni, e le omissioni, che rientrano nella pratica dell’eutanasia e del suicidio assistito? In particolare, è lecito oppure no sospendere i sostegni vitali (alimentazione e idratazione) ad un paziente in fase terminale? Ma è proprio su questo punto che la dichiarazione contiene delle pericolose ambiguità: «Quando la morte è imminente malgrado i mezzi usati, è giustificato prendere la decisione di rifiutare alcuni trattamenti medici che altro non farebbero se non prolungare una vita precaria, gravosa, sofferente». Ma quali sono questi trattamenti medici a cui il testo fa riferimento? La risposta si evince dalla lettura del paragrafo successivo in cui si scrive che «Il personale sanitario e in generale la società dovrebbero avere rispetto dell’autentico e indipendente desiderio di un paziente morente che voglia prolungare e preservare la propria vita anche se per un breve periodo di tempo, utilizzando misure mediche clinicamente appropriate. Ciò implica la continuazione del supporto respiratorio, nutrizione e idratazione artificiali, chemioterapia o radioterapia, somministrazione di antibiotici, farmaci per la pressione e altri rimedi. Tale volontà può essere espressa dallo stesso/a paziente in “tempo reale”; o, se impossibilitato al momento, tramite direttive anticipate o da una persona delegata oppure dalla dichiarazione di un parente prossimo». Innanzitutto, non è corretto includere l’alimentazione e l’idratazione artificiali nella categoria generica delle misure mediche clinicamente appropriate, assieme a trattamenti come la chemioterapia e la radioterapia. Infatti, l’alimentazione e l’idratazione, nonché la ventilazione, non costituiscono delle cure ma mezzi ordinari di conservazione della vita. Essi sono dunque moralmente obbligatori, in quanto necessari ad evitare la morte e la sofferenza del paziente dovute all’inanizione e alla disidratazione.

Inoltre, se la società è tenuta a rispettare il desiderio del morente di prolungare la propria esistenza attraverso la somministrazione dei supporti vitali, è altresì tenuta a rispettarne il desiderio opposto, ossia quello di procurarsi la morte chiedendo la sospensione di tali sostegni. In effetti, se la bussola morale su cui orientare l’azione individuale e sociale è la volontà del paziente, o di qualcun altro in sua vece, vanno a cadere, uno ad uno, valori e principi che, almeno sulla carta, si intendono difendere; o quantomeno essi ne escono fortemente ridimensionati, soprattutto nel loro potere vincolante per le coscienze. In sostanza, ciò che interessa ad alcuni rappresentanti dell’Islam, dell’ebraismo e in modo particolare alla Pontificia Accademia per la Vita pare non essere il desiderio di ribadire i principi dell’ordine naturale, bensì giungere ad una sorta di sintesi tra le diverse “sensibilità” religiose, politiche e culturali presenti in seno alla società, dal momento che «Questo approccio coniuga il rispetto per la vita e il rispetto per l’indipendenza». Insomma, proprio non si sentiva il bisogno di un siffatto documento sul fine vita che invece di fare chiarezza tende a creare maggiore confusione… 

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