Espulso un altro imam kosovaro dall’Italia

(di Mauro Faverzani) Da quasi quattro anni è noto come nell’asse kosovaro-bosniaco si celi il principale snodo dell’Isis in Europa. E come nel Cremonese si siano registrate tracce certe di tale avamposto del terrorismo islamico.

Ora s’è aggiunto, purtroppo, un altro tassello, che conferma tali notizie: è stato espulso, infatti, «per motivi di sicurezza dello Stato» l’imam kosovaro Naser Baftija, di 39 anni, incensurato. Sposato e padre di due figlie, risiedeva da almeno una decina d’anni a Cremona, dove era attivo presso il locale centro culturale islamico La Speranza, nonché a Mantova, Guastalla, in diverse moschee del Bolognese e su Facebook con interventi intrisi d’odio contro gli sciiti e contro i «nemici dell’islam», nonché miranti al reclutamento di nuovi jihadisti, tanto suoi connazionali quanto italiani.

Ma frequenti furono anche le sue trasferte in Germania, Turchia, Kosovo, Serbia e Macedonia. Baftija si trovava incredibilmente nel nostro Paese con un permesso di protezione umanitaria. Guai ne aveva avuti soltanto con un marocchino sempre del centro La Speranza di Cremona, che lo querelò con l’accusa di lesioni personali. Da tempo, però, era tenuto sotto osservazione dai Carabinieri di Cremona e dai Ros di Brescia: le indagini condotte hanno evidenziato, infatti, pericolose contiguità con altri imam di origine balcanica, già noti per la loro radicalizzazione jihadista. Come Bilal Bosnic, conosciuto per aver frequentato nel 2011 l’Associazione Kosovara di Motta Baluffi. Il 4 settembre del 2014 è stato arrestato e poi condannato a 7 anni di reclusione in Bosnia per finanziamento, reclutamento e organizzazione di gruppi terroristici.

Ma Baftija conobbe anche il kosovaro Resim Kastrati, nome in codice Obeidullah, oggi di 25 anni: giunse in Italia nel gennaio 2009 e si stabilì a Pozzaglio ed Uniti, sempre nel Cremonese. Figurava come macellaio disoccupato, venne espulso dall’Italia nel gennaio 2015 per l’entusiasmo con cui accolse sui social la notizia dell’eccidio di Charlie Hebdo.

Poco dopo venne individuato in Germania assieme ad un pachistano, già arrestato dai Ros di Brescia: il lupo perde il pelo, ma non il vizio. Ma Baftija fu amico anche di un altro kosovaro Abdul Gaffur Dibrani, 26 anni, residente a Fiesse, nel Bresciano, espulso a sua volta per aver fatto propaganda a favore dell’Isis. Peraltro lo stabile diroccato di Motta Baluffi, utilizzato come sede dell’Associazione Kosovara, fu gremito e raggiunse cifre record, fino a 200 persone contemporaneamente, fino a quando venne frequentato da questi ed altri esponenti di spicco della jihad internazionale; quando questi se ne andarono, stranamente le presenze si ridussero in modo drastico, sino ad un massimo di 50 fedeli, un quarto del totale.

Paradigmatica appare un suo post del 20 novembre 2016, quando via social Baftija ha voluto annunciare quello che lui stesso ha definito «il cambiamento»: ha appaiato due sue immagini, il prima e il dopo la radicalizzazione subita. Il prima: capelli liberi, senza barba, vestito all’occidentale; il dopo: barba lunga, copricapo ed abbigliamento musulmano. Con in più il suo commento inquietante, la sua firma d’autore: «Il cambiamento è per il meglio, ringraziando Allah. Preghiamo Allah di camminare sempre nella via del Corano e della Sunnah».

Lo scorso mese di febbraio la Digos lo ha prelevato dalla sua abitazione e lo ha trasferito presso il Centro di Identificazione ed Espulsione di Caltanissetta. Gli è stato revocato lo stato di protezione, ciò contro cui lui ha prima presentato e poi ritirato ricorso. A quel punto la procedura di espulsione non ha più incontrato ostacoli, così lo jihadista da sabato scorso è stato rimpatriato. Si tratta del 24mo espulso dall’inizio dell’anno.

Il provvedimento è stato firmato dal Ministro dell’Interno Matteo Salvini, che su Facebook ha biasimato il fatto che, come ringraziamento «per la protezione ottenuta dall’Italia», quest’uomo desse «lezioni su come meglio ammazzare i cristiani. Ci porti la guerra in Italia? A casa!», ha scritto. Soddisfazione è stata espressa subito dopo da due parlamentari cremonesi della Lega, Claudia Gobbato e Simone Bossi.

La prima cellula dell’Isis in Europa venne individuata nel 2015 in Bosnia, nei terreni isolati vicini al villaggio di Osve: vennero acquistati da un gruppo di jihadisti per realizzarvi, come confermato dai servizi segreti, una base per l’addestramento, un avamposto operativo del terrorismo islamico assolutamente inaccessibile, non localizzato dalle mappe Gps, a soli 96 chilometri da Sarajevo e vicina al Mar Mediterraneo, per raggiungere in fretta Siria ed Iraq, in caso di necessità, oppure le coste dell’Africa Settentrionale. Qui gli inviati del quotidiano britannico Daily Mirror videro sventolare la bandiera nera dell’Isis su muri e portoni. Da allora hanno avuto tutto il tempo per ramificare la loro presenza: un’occasione che, par di capire, non han voluto perdere… (Mauro Faverzani)

Donazione Corrispondenza romana