Eroe pro life

(di Francesco Agnoli sul Il Foglio del 10-05-2012) La sfida del dissidente cinese Chen è il simbolo della marcia per la vita di quest’anno.
Quando alcuni mesi orsono gli organizzatori del grande convegno sulla vita nascente che si terrà sabato 12 maggio presso l’Ateneo Regina Apostolorum (inizio ore 14 e 30) decisero di dedicarlo al dissidente cinese Chen Guangcheng non potevano immaginare minimamente che questo eroe dei nostri giorni sarebbe rimbalzato sulle cronache di tutto il mondo proprio in prossimità dell’evento. Scrissero, anzi, che si voleva ricordare un uomo che si era battuto per il diritto alla vita, ma che non si sapeva neppure se fosse vivo, o morto.

La Cina, si sa, non è dietro l’angolo, e inoltre lascia passare molto facilmente le sue merci, ma non le notizie. Chen fu scelto per la sua storia avvincente (quanto bisogno di eroi veri abbiamo, oggi!), perché l’unico modo per aiutare i dissidenti cinesi è renderli famosi nel mondo e infine perché il popolo pro life ha bisogno dei suoi eroi, dei suoi simboli… Ogni movimento ideale infatti necessita di una forza simbolica, di volti che incarnino i valori di riferimento.

Chi più credibile di coloro che sanno perdere persino la loro libertà, per difendere ciò in cui credono? Per questo la prima marcia nazionale per la vita, quella del 2011, era stata dedicata al medico cubano nero Oscar Elías Biscet: liberato improvvisamente proprio pochi mesi prima dell’evento, Biscet si era poi collegato con i marciatori, per via telefonica, salutandoli con la sua voce calda, gradevole, potente, nonostante gli stenti e le pene patite.

Per l’occasione alcuni ragazzi sfilarono con delle magliette rosse, simili a quelle dedicate a Che Guevara: solo che al posto del popolare guerrigliero comunista, vi era impresso il volto, anch’esso bello, virile, ma anche buono, di un eroe disarmato. Anche quest’anno, durante il convegno e la marcia del giorno successivo, in partenza alle 9 dal Colosseo, alcuni giovani e i sostenitori della Laogai foundation italiana, indosseranno delle magliette, con il volto, questa volta, di Chen (così caratteristico per i grandi occhiali neri che porta sempre, essendo cieco).

Saranno con loro, oltre ai vari gruppi pro vita, ai volontari dell’Unitalsi e di Nuovi orizzonti, alle Sentinelle del mattino, ai francescani dell’Immacolata, ai membri di Regnum Christi… anche alcuni rappresentanti della Comunità tibetana in Italia. Perché il fratello cristiano della Cina Perché era perseguitato, Chen, e come è fuggito? Chen si è battuto per impedire le sterilizzazioni e gli aborti forzati promossi dal regime comunista: aborti a centinaia, anche su bambini sino all’ottavo o nono mese, con mamme legate al letto dagli operatori sanitari.

La momentanea libertà è arrivata, come racconta la Laogai foundation, grazie a He Peirong, una donnina minuta e coraggiosa. Costei “è stata arrestata per aver aiutato Chen a fuggire”. La casa dell’avvocato cieco era circondata giorno e notte, il villaggio intero era stato isolato. Telefono, computer e televisione confiscati. He Peirong ha raccontato che “Chen ha passato mesi sdraiato e quasi immobile, fingendo di essere in punto di morte, finché le guardie hanno allentato un poco la vigilanza.

Poi il 22 aprile, con un tempismo incredibilmente ben calcolato, ha scalato il muro del cortile, e ha preso la fuga: è caduto molte volte ed è finito persino in un fiume a causa della sua cecità”. Peirong ha guidato per venti ore ed è arrivata al villaggio di Chen, travestita da corriere per ingannare le guardie. Dopo aver raccolto Chen, zuppo per la caduta nel fiume, ha guidato altre otto ore per condurlo in salvo a Pechino. Il loro piano è stato eseguito così magistralmente che le autorità si sono accorte della fuga di Chen dopo quattro giorni. Allora, però, sono cominciate le rappresaglie: amici e parenti di Chen sono stati malmenati e arrestati. I figli e la madre di Chen sono in serio pericolo.

Dopo aver passato sei giorni nell’ambasciata americana, Chen è stato costretto a consegnarsi alle autorità cinesi, anche per evitare ulteriori rappresaglie contro la sua famiglia. Ora è all’ospedale Chaoyang di Pechino, sorvegliato dalla polizia. Al convegno romano del 12 maggio, e alla marcia, lo ricorderemo, come si ricorda un amico e un maestro: mai conosciuto, ma che illumina con la sua vita le strade buie della nostra umanità, ancora ferita dal materialismo ateo comunista e da quello, similmente disumano, delle ideologie libertarie radicali.

Grazie, Chen, fratello cristiano della Cina, che non esiti a rischiare questa vita terrena, certo che “chi perderà la propria vita a causa mia”, e per il bene dei suoi fratelli, “la salverà”. Il tuo coraggio ricorda nel modo più concreto anche altre parole di Cristo: “Non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima”.
Francesco Agnoli

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