Entriamo nella Triduo pasquale con mons. Landucci

Entriamo nella Triduo pasquale con mons. Landucci
FONTE IMMAGINE: Edizioni San Paolo (https://www.edizionisanpaolo.it/)
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Ci accingiamo ormai ad entrare nel Sacro Triduo pasquale. Prima della Resurrezione, Nostro Signore ha dovuto sperimentare tutta l’amarezza della Passione e morte in Croce. Accanto a Lui, come una stolida colonna adamantina è sempre stata la SS. Vergine Maria. È con gli occhi di Lei che qui si vuole riflettere sul principio della Passione di Gesù Cristo: l’agonia nell’Orto del Getsemani. Questo perché, in essa, è virtualmente pre-contenuta tutta la sofferenza che di lì a poco il nostro amato Redentore avrebbe patito. Come già fatto per i dolori della Madonna, verrà in nostro aiuto la profondità delle parole di mons. Pier Carlo Landucci in Maria Santissima nel Vangelo (Edizioni San Paolo, V edizione, 2000, pp. 383-393).

Prima di tutto, afferma Landucci, è certo «che la Madonna SS. presenziò e partecipò interiormente il più strettamente possibile alle varie fasi della passione di Gesù».

A tale presenza e compartecipazione «Maria SS. era evidentemente sospinta, in armonia al divino volere, da tutta la forza del suo cuore materno, poiché dove il figlio soffre la madre amorosa vuole essere presente, per sollevarlo dalle pene o per sostenerle con lui: tale è la legge dell’amore. Ma c’è di più, poiché nella Vergine SS. oltre la tenerissima maternità per Gesù, v’era la spirituale maternità per noi, che la sospingeva all’amorosa riparazione delle nostre colpe e quindi a cercare la più intima compartecipazione alla sofferenza di Gesù, che Ella sapeva tutta rivolta alla nostra santificazione».

Il troppo acerbo dolore non poteva certo costituire un impedimento per l’Immacolata. Ma Landucci aggiunge «che è proprio delle madri, quando il figlio soffre, moltiplicare le energie e raggiungere delle resistenze alla fatica e al trafiggente dolore, veramente incredibili. Ciò immensamente più doveva valere per la Madre dell’“uomo dei dolori”, forte come l’immenso amore che portava a Gesù e a noi […]» In tale dolore,«ogni prostrazione di forze che togliesse o attenuasse la sensibilità, come era esclusa da Gesù che era nato per patire, così doveva essere esclusa da Maria che era stata formata per compatire».

Di questa agonia, la Madonna meditò la durata, l’intensità e la progressività.

Dai Vangeli sappiamo che l’orazione di Gesù dovette durare almeno un’ora (Mt 26,40). Per quel che riguarda l’intensità vediamo dapprima Nostro Signore pregare in ginocchio (Lc 22,41), poi prostrandosi nella polvere (Mt 26, 39). Addirittura, un Angelo dal cielo scese a confortarlo (Lc 22,43) e non pianse solo coi suoi occhi divini, ma profuse lacrime di sangue, per tutto il corpo (Lc 22,44). E, sottolinea mons. Landucci, «questo pianto di sangue, questo cedimento dei vasi sanguigni, significava che quell’organismo fortissimo e perfettissimo aveva raggiunto il culmine della sopportazione: “da morire” (Mt 26,38; Mc 14,34)». La progressività raccapricciante fu evidente alla Santissima Vergine in quanto, dopo il conforto angelico Gesù cominciò a pregare «più intensamente», ad agonizzare, a sudar sangue! Si pensi quindi alla pena di quel cuore materno a non poter essergli vicino in quelle ore tremende, a consolarlo!

Ma in particolar modo, la Madonna meditò i motivi di quell’agonia.

Bisogna tener presente che Gesù, in quanto vero uomo, possedeva una volontà su tre distinti piani: quello dell’appetito sensitivo (il piano dei sensi), la volontà naturale (il piano spirituale indeliberato) e la volontà razionale (il piano spirituale deliberato). In quanto vero Dio, una volontà divina. Le volontà razionale e divina, per le esigenze dell’unione ipostatica, erano perfettamente conformi l’una all’altra. Il contrasto che si vede nei vangeli era dovuto all’appetito sensitivo e alla volontà naturale, ai quali ripugnano, rispettivamente, ogni dolore sensibile e qualsiasi dolore naturale. San Tommaso d’Aquino (Summa Theologiae, III, 18, 6 c.) spiega come Gesù volle, secondo le volontà razionale e divina, lasciare che la volontà naturale e quella sensitiva si muovessero secondo la loro natura, ma senza lasciare che le volontà superiori patissero alcuna diminuzione ad opera delle inferiori.

Prosegue l’autore affermando che «mentre Egli, con tutto lo slancio “deliberato” del cuore, offriva in tal modo alla divina giustizia la sua santissima e delicatissima umanità, questa – abbandonata apposta a tutta la naturale sensibilità e inclinazione – era come schiacciata dal manto dei nostri peccati, dalla conseguente maledizione di Dio, dalla esattissima visione della Croce imminente e – certo in modo particolarissimo – dalla previsione di tanta incorrispondenza e ingratitudine di innumerevoli anime teneramente amate, che sarebbero andate miseramente perdute (per le quali tuttavia avrebbe egualmente tutto offerto e sofferto, glorificano Dio nel tentativo salvifico, per quanto infruttuoso): e si torceva spasimante – pur non infirmando minimamente la volontà razionale – in una estrema ripugnanza, naturale e sensibile, fino al sudore di sangue, così da esser lì per morire».

La Madonna comprese tutto profondamente. Infatti,«Lei sola, che conosceva così bene la perfezione del Divin Figlio, che, priva per ineffabile privilegio del fomite della concupiscenza, godeva il completo dominio dell’appetito sensitivo e, piena di grazia, aveva moralmente l’anima perfettamente soggetta a Dio, poté comprendere tutto l’amoroso ed eroico valore di quell’agonia voluta soffrire da Chi aveva data volontariamente quella libertà alle passioni sensibili e naturali».

In effetti, evidenzia mons. Landucci, «la gemente Immacolata Corredentrice palpitò di dolore e di offerta, in perfetta risonanza all’agonizzante Divin Redentore».

Il teologo evidenzia inoltre alcune note nascoste che la Madonna sicuramente afferrò da questo episodio. Qui per brevità ne ripercorreremo due.

«In primo luogo: cosa sospinse il Salvatore a tornar più volte dai tre Apostoli e a invitarli a vegliare e pregare? Il bisogno di conforto, sembrerebbe». Ma in realtà, dalle parole di Nostro Signore si intuisce che ciò che gli stava più a cuore era il loro bene, il renderli forti per la imminente prova.

«Non sfuggì certo a Maria questa tenerissima preoccupazione di Gesù – pur immerso come era in tanto dolore – per i suoi prediletti, ai quali era andato a ricordare che solo pregando con Lui avrebbero raccolto le grazie impetrate da Lui, necessarie per la grande prova imminente».

Non poté sfuggire, alla lucida intelligenza della Vergine, una duplice nota commoventissima: «lo zelo apostolico di Gesù: di esser cioè tutto rivolto agli altri – dimentico di sé – nonostante il pericolo e la pena personale del momento; e inoltre di essere amorosamente trepido dei singoli, nonostante l’alta portata universale degli eventi».

In secondo luogo, ci si potrebbe domandare che conforto abbia recato quell’Angelo al Signore se, subito dopo, la sua agonia si intensificò fino al sudore di sangue. Probabilmente, deve avergli ricordato che, a fronte di anime che si sarebbero perse, ve ne sarebbero state altre che si sarebbero salvate: «la visione delle anime buone che avrebbero corrisposto alle sue grazie e sarebbero state conquistate coi suoi dolori, lo confortava e alleviava dunque certamente della pena che gli recavano coloro che non avrebbero corrisposto», di fatto, sospingendolo con più slancio «nell’oceano del presente e imminente dolore, che era appunto il prezzo della loro salvezza». E la Vergine SS. dovette sicuramente comprendere «contro le contrarie apparenze, che le anime più sante, ossia che avrebbero più corrisposto […] sarebbero costate al Signore, più delle altre: nel senso che per esse Egli avrebbe abbracciato la Croce con speciale slancio del cuore. E palpitò di nuova tenerissima riconoscenza». Meditiamo queste profonde riflessioni in questi giorni che ci separano dalla Pasqua.

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