Elezioni in USA, due realtà a confronto

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(Maurizio Ragazzi) Nel suo romanzo storico Racconto di due città (A tale of two cities), Charles Dickens aveva messo in contrasto due realtà e le vite di vari protagonisti. Analogamente, le recenti conventions democratica e repubblicana, che hanno formalmente nominato i contendenti alle prossime elezioni presidenziali, non potrebbero aver messo meglio in risalto il fortissimo contrasto fra due realtà americane, i loro valori, i loro programmi, i loro protagonisti, le loro amministrazioni. In particolare, la convention repubblicana (conclusasi sulle note dell’Ave Maria di Schubert cantata dal tenore italo-americano Christopher Macchio dal balcone della sala blue della Casa Bianca) ha reso evidente, attraverso testimonianze che hanno fornito uno spaccato del meglio della società americana, quanto sia falsa la trita narrazione degli eventi che si legge su molti siti e giornali.

L’affermazione ideologica ricorrente è che gli USA (anzi, tutti gli Stati e le strutture rette dai bianchi) soffrano di “razzismo sistemico”. Ma davvero? La storia di Jon Ponder offre un quadro ben diverso dei rapporti fra bianchi e neri nell’America di oggi. Arrestato per la prima volta a 16 anni, Jon (un uomo di colore) era poi passato da un carcere all’altro in seguito a condanne per vari crimini. Nel 2004, recluso a 37 anni in una piccola cella di Las Vegas con la prospettiva di trascorrere l’intera sua esistenza da carcerato, disse basta e chiese a Dio di aiutarlo a cambiare il corso della sua vita. Spese i cinque anni restanti della sua incarcerazione leggendo la Bibbia e preparandosi al meglio per quando avrebbe riottenuto la libertà. Una volta fuori, con l’incoraggiamento dell’agente (bianco) che prima lo aveva arrestato e poi aveva pregato per lui, fondò l’associazione Speranza per i carcerati (Hope for prisoners), che da allora ha aiutato migliaia di ex-reclusi ad impiegare al meglio la riconquistata libertà. Una buona percentuale di questi ex-reclusi sono uomini di colore. Quindi la domanda: che le vite dei neri contino (black lives matter) lo confermano l’ideologia identitaria accompagnata dalla criminalità distruttiva degli ultimi mesi o invece iniziative costruttive come quelle di Jon?

Dopo la Marcia per la Vita del 2019, fecero grande scalpore le immagini di un giovane studente del Kentucky (Nick Sandmann) che sorrideva immobile di fronte ad un contestatore di professione (Nathan Phillips) che gli suonava il tamburello sotto il naso, circondato da altri contestatori di professione che urlavano improperi a Nick ed ai suoi compagni. Dato che Nick era bianco, pro-vita e pro-Trump, mentre il suonatore di tamburello era un nativo americano, e gli altri contestatori appartenevano ad un gruppo chiamato “Ebrei neri israeliti” (le cui frange estremiste propugnano un suprematismo di colore), apriti cielo! Tagliando ad arte i filmati, reti televisive e giornali pro-aborto ed anti-Trump fecero passare Nick ed i suoi compagni per aggressori, ed i contestatori per vittime. L’integralità del filmato ristabilì che la verità era l’esatto opposto. Nick (soggetto poi a minacce di morte) fece causa alla CNN ed al Washington Post, ottenendo almeno in parte riparazione per il torto subito. Alla convention repubblicana, Nick ha detto: «La mia vita è cambiata per sempre in quel momento. L’intera macchina da guerra dei media mainstream è partita all’attacco. Lo hanno fatto senza ricercare il video completo dell’incidente, senza mai indagare sulle motivazioni del signor Phillips, o senza mai richiedere la mia versione della storia. Perché? Perché la verità non era importante per loro. Si preoccupavano solo di avanzare la loro narrazione anti-cristiana, anti-conservatrice ed anti-Trump. E se portare avanti questa narrazione finiva per rovinare la reputazione ed il futuro di un adolescente del Kentucky, beh, tanto peggio per lui».

Le due realtà dipinte nel suo intervento da Cissie Graham Lynch, nipote del predicatore protestante Billy Graham, sono quelle che favoriscono o invece opprimono il diritto costituzionale di libertà religiosa e di culto. L’amministrazione Trump si è fatta paladina di questa libertà, non solo negli USA, ma in tutto il mondo. La precedente amministrazione Obama/Biden, invece, aveva tentato d’imporre alle organizzazioni religiose di finanziare le pillole abortive dei loro dipendenti, d’imporre alle agenzie di adozione di andare contro i loro principi, di permettere ai maschi di usare gli spogliatoi delle femmine nelle scuole inchinandosi alla pestilenziale ideologia gender. Seguendo la stessa logica, ha aggiunto Cissie, un’amministrazione Biden/Harris imporrà alle persone di fede di scegliere se ubbidire a Cesare o a Dio (pagandone le conseguenze), «perché il dio della sinistra radicale è il potere del governo».


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Mentre il Partito Democratico si presenta sempre più come il partito di aborto ed infanticidio, il mondo pro-vita considera l’amministrazione Trump (con dati alla mano) la più decisa, nella storia americana, nel promuovere la cultura della vita. Non sorprende quindi che la convention repubblicana abbia ospitato varie testimonianze pro-vita, da quella del cinese Chen Guangcheng (perseguitato per la sua opposizione eroica alla politica criminale del figlio unico), a quella di Dede Byrne (già chirurgo, colonnello dell’esercito, ed oggi suora cattolica delle Piccole Operaie dei Sacri Cuori, congregazione fondata in Italia dal Beato Greco), che ha insistito come la sacralità della vita che anima Trump, contro gli orrori di aborto ed infanticidio giustificati da Biden, sia un principio che trascende ogni divisione politica. Altrettanto incisiva è stata la testimonianza di Abby Johnson, già direttrice di una clinica di Planned Parenthood (l’organizzazione di punta nello sterminio abortista), dimissionaria nel 2009, e da allora attivista pro-vita nota anche in Italia, grazie alla sua autobiografia tradotta con il titolo Scartati. La mia vita con l’aborto, dalla quale è stato tratto un film distribuito anche in Italia. Il racconto di Abby non è per i deboli di cuore, ma quella che ha raccontato è la tragica realtà dell’abominevole crimine di aborto. Assistendo ad un aborto, Abby vide sul monitor «un bambino che combatteva disperatamente, nel ventre della madre, per allontanarsi dallo strumento dell’abortista. Non scorderò mai le parole dell’abortista, ‘Beam me up, Scotty’. [Uno slogan associato con la serie Star Treck, che indica, in tono umoristico, la richiesta di sfuggire ad una situazione pericolosa]. L’ultima immagine che vidi fu la spina dorsale del bambino che soccombeva alla forza dello strumento abortista».

Sono queste parole che si commentano da sole. Potrà mai un elettore votare per un partito ed un candidato che condonano (e addirittura incoraggiano) questo atto criminale contro il più indifeso degli esseri umani innocenti? Come ripete il sacerdote pro-vita Frank Pavone, i rappresentanti vengono eletti per servire, non per uccidere, i loro concittadini!

Il Racconto di due città di Dickens inizia con una frase memorabile, che riecheggia in certo modo il libro biblico del Qoelet: «Era il tempo migliore e il tempo peggiore, la stagione della saggezza e la stagione della follia, l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità, il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l’inverno della disperazione». Proprio perché questa è, in forme più o meno drammatiche, la realtà di ogni epoca (la natura umana decaduta ed i suoi peccati non cambiano), è indubbio che a novembre gli americani siano chiamati con il loro voto ad esprimersi per una parte o per l’altra, per il tempo migliore (morale naturale, vita, libertà di culto) o per quello peggiore (ideologia, aborto e infanticidio, coercizione), con ovvie ricadute anche negli altri paesi. Chi non ha diritto di voto può comunque pregare che gli americani decidano bene. 


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