Elezioni francesi: tempi stretti

(di Mauro Marabini) Alla vigilia delle elezioni presidenziali, la situazione in Francia si fa sempre più contorta. Queste elezioni sono diverse da tutte le altre: il crinale destra-sinistra è in via di superamento. Di solito vi erano due blocchi: quello conservatore, formato da gollisti, repubblicani, centristi vari e, opposto ad esso, il Partito Socialista, partito storico sempre presente in tutte le occasioni, alleato con formazioni minori di centro-sinistra.

Ora invece, stando almeno ai sondaggi, chi raccoglie i maggiori consensi è il Front National di Marine le Pen, partito non certo storico, ma espressione di quello che viene definito populismo anti-europeista, da sempre tenuto ai margini, ma che ora si presenta come primo partito in Francia.

Il Front National andrà certamente al ballottaggio, forse con Emmanuel Macron, promotore di un movimento tutto personale – En Marche – che si dichiara né di destra né di sinistra, ma progressista e tutto teso alla modernizzazione della Francia. Macron riscuote un grande successo mediatico, malgrado gaffe clamorose (ha definito il colonialismo francese in Algeria un crimine contro l’umanità; sostiene che un francese che va a stabilirsi in Guadalupe è un espatriato; considera la Guyane un’isola ecc.) ed una situazione patrimoniale sconcertante che però passa indenne al vaglio dei media.

A destra François Fillon, il grande favorito prima che gli scoppiasse addosso lo scandalo (“Penelope gate”) continua con coraggio nel rivendicare la sua innocenza, ma appare distaccato nei sondaggi. In un incontro televisivo ha accusato il presidente in carica Hollande di manovrare contro di lui tramite un “cabinet noir”. Le sue affermazioni si basano su un libro appena uscito che avanza ipotesi di questo tipo. Si tratta di una indagine di tre giornalisti investigativi, Olivier Recasens, Didier Hassoux e Christophe Labbé, dal titolo Bienvenue Place Beauvau. Police, les secrets inavouables d’un quinquennat” (Editore Robert Laffont), che ha conosciuto un grande successo.

È verosimile, che Hollande, dopo aver rinunciato a ripresentarsi, manovri più o meno palesemente per favorire Macron, che molti vedono come un suo erede non troppo occulto. Il presidente in carica non si interessa molto alla campagna del candidato ufficiale del PS, Benoît Hamon, che perde sempre più consensi e pezzi della sinistra. Il suo ex-primo ministro, Manuel Valls, che era stato sconfitto dallo stesso Hamon alle primarie, comunica clamorosamente che appoggerà Macron.

Intanto scoppia la grana della Guyane, agitata da scioperi continui che lamentano l’assoluto abbandono da parte della Francia sui gravi problemi economici e sociali che affliggono la popolazione da mesi. È bene tenere presente questo sfondo, che in campagna elettorale tende ad essere ignorato. La Francia conserva ancora molti retaggi coloniali: si tratta di solito di piccolo isole, sparse nel Pacifico e nei Caraibi. La Guyane è un territorio francese d’Oltremare, grande come il Portogallo, con solo 260.000 abitanti, che rappresentano il doppio di quelli che c’erano una ventina d’anni fa. Non si tratta di un’isola, anche se Macron lo crede – gaffe terribile, commessa mentre commentava i fatti.

Le regioni d’oltremare, sono un dramma francese. Esse costituiscono i veri “tristi tropici”. In Guyane il tasso di disoccupazione è del 23%, (giovanile 52%), il reddito individuale è la metà di quello della Metropoli, l’economia è basata sulla presenza pubblica ed una pletora di funzionari statali. E’ anche una regione di forti differenze sociali: la minoranza bianca è privilegiata rispetto alla maggioranza creola, formata da discendenti da schiavi.

C’è tanta immigrazione, clandestina e priva di controllo, proveniente da paesi vicini ancora più miserabili (Suriname, Brasile, Haiti). C’è inoltre molta delinquenza e tanti omicidi (10,2 ogni 100.000 abitanti: a Marsiglia 2,8 – il ché è tutto dire). Si cerca di non parlarne troppo, ma il popolo della Guyane è molto inquieto e preannuncia scioperi e blocchi per richiamare l’attenzione dello Stato francese.

Nelle alte sfere della politica si cerca di minimizzare il problema. Intanto, secondo i sondaggi, le preferenze espresse fino ad oggi sarebbero le seguenti:

– 25% Marine Le Pen (Front National).

– 24% Emmanuel Macron (“En marche”).

– 18% François Fillon (LR – Les Républicains).

– 14% Jean-Luc Mélenchon (La France Insoumise), alla sinistra della sinistra, segno della dissoluzione del Partito socialista francese, i cui ex-simpatizzanti si rifugiano ancora più a sinistra oppure al centro (Macron).

– 12% Benoît Hamon, candidato ufficiale del Partito socialista francese, scaturito dalle primarie e che al momento, fino alle prossime legislative, ha la maggioranza dei seggi al Parlamento. E’ comunque il grande sconfitto in questa fase.

– 4% Nicolas Dupont-Aignan, DLF (Debout la France) destra tradizionale e moderata.

I commentatori avvertono i lettori che i sondaggi non sono certezze, ma poi sono i primi a dare grande risalto ad ogni piccola variazione. Siamo arrivati addirittura al sondaggio dei sondaggi cioè ad una media ponderata, come quella da noi esposta. Dopo i fallimenti delle previsioni sulla Brexit e sull’elezione di Donald Trump, anche in Francia ci si comincia però a interrogare sulla affidabilità dei sondaggi.

In questo clima, fra i sostenitori di Fillon continua a regnare una certa fiducia. Si confida in un elettorato di destra, silenzioso, che non si esprime alle domande dei sondaggisti e che è molto più numeroso dei consensi fino ad ora a lui attribuiti. E poi ci sono ancora tanti incerti, circa il 35/40 per cento dell’elettorato: se parte di essi va a votare, tante previsioni possono cambiare.

Mancano ancora quasi tre settimane e tutto può accadere. Ricordiamo le date: primo turno 23 aprile; il secondo turno 7 maggio con l’elezione del Presidente, le legislative 11 e 18 giugno. (Mauro Marabini)

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