EGITTO: transizione morbida o deriva fondamentalista?

Non è la prima volta, dopo la caduta dello scià Reza Palhavi (1979) e il trionfo di Khomeini in Iran, che l’Occidente teme che il crollo di un regime arabo spalanchi le porte al fondamentalismo islamico.


Nel 2007, il regime siriano pareva sull’orlo del tracollo perché il tribunale delle Nazioni Unite sull’attentato all’ex premier libanese Rafik Hariri aveva accertato la responsabilità del cognato del dittatore Beshir al Assad e di alti funzionari di Damasco innescando un brutale regolamento di conti ai vertici dello Stato e dell’esercito. La preoccupazione per un’ascesa dei Fratelli Musulmani, però, convinse George W. Bush, col placet di Israele, a non insistere sulla destabilizzazione del regime siriano e la pressione internazionale cessò.

Attualmente però, il regime di Mubarak, ben più blando di quello siriano, è scosso dal basso e ciò rende quanto mai difficile arginare la spinta destabilizzante. Hillary Clinton “consiglia” (rectius: ordina) di non proibire più le dimostrazioni e rispettare il dissenso. Non è facile prevedere le conseguenze della ribellione, se questa andrà avanti, così come stimare il rischio che si affermi un governo condizionato dai Fratelli Musulmani o dai fondamentalisti. Le società arabe sono in un certo senso “immature”, perché prive di una tradizione di dibattito ed elaborazione politica.

In Egitto il fallimento del nasserismo, fascisteggiante e antisemita, che ha fatto arretrare di decenni il Paese delle piramidi (si pensi alla nazionalizzazione della piccola e media industria di Alessandria, fondata da imprenditori italiani, di fatto distrutta), seguito dal regime di Sadat e poi di Mubarak che da 30 anni impone leggi speciali, ha sclerotizzato la vita politica.

Così la proposta dei Fratelli Musulmani si è insinuata e ha fatto presa nelle professioni liberali e non solo. Mubarak lavora da tempo alla propria successione premendo sul “riformismo” dell’erede designato Gamal, che ha fama di tecnocrate, proprio per attirare i ceti medio-alti, i grandi latifondisti e tecnocrati, mentre l’economia egiziana negli ultimi anni ha creato un incremento del Pil del 56 % (Mubarak, però, è rimasto  immobile dinanzi al rincaro del 40% degli alimenti base che ha scatenato la rivolta). Il successo del collegamento fra la manovra riformista e il cambio della guardia al vertice, con le presidenziali del prossimo settembre, dovrebbe garantire all’Egitto una transizione morbida e, di conseguenza, la “marginalizzazione” della proposta islamista.

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