Egitto: i Fratelli Musulmani preparano il loro ritorno in armi…

Fratelli MusulmaniAlla fine le condanne sono giunte: lo scorso 28 febbraio, la Giustizia egiziana si è abbattuta sui Fratelli Musulmani, sul loro braccio politico – il PLJ-Partito della Libertà e della Giustizia -, nonché sulle loro fazioni. Smontandoli come in un domino, un tassello dopo l’altro. All’ergastolo sono stati condannati 14 leader dell’organizzazione islamica, tra i quali la cosiddetta “Guida suprema”, Mohamed Badie, l’influente Mohamed al-Baltagy, nonché l’ideologo ed uomo d’affari Khairat al-Chater. Al-Chater, nel 1981, la scampò liscia: riuscì a sfuggire, infatti, alla repressione seguita all’assassino di Anwar Sadat; poi, nel 2012, fu in corsa per la Presidenza del Paese, prima che la sua candidatura fosse invalidata; nel 2013 è stato classificato come «terrorista» ed ora, per la prima volta, condannato ad una pena tanto pesante. Assieme a tutti gli altri, agli attivisti di sinistra – che guidarono la rivoluzione del 2011 – ed al deposto presidente Mohamed Morsi, dimesso ed arrestato il 3 luglio 2013, dopo la sollevazione popolare del 30 giugno, che portò in carcere circa 20 mila persone e ne fece giustiziare un migliaio.

I Fratelli Musulmani nascono e si sviluppano proprio in Egitto. Hanno qui le loro radici: il loro movimento venne fondato nel 1928. Da allora sono presenti sul territorio. Capillarmente. Ed, anche oggi, nonostante siano stati decapitati i loro vertici e buona parte delle loro fila, continuano ad esistere. Non solo: una delle loro strutture, la Usra (che vuol dire “famiglia”, in arabo), composta da 5 a 10 persone, è tuttora attiva. Oggi i loro seguaci sono esiliati, soprattutto in Turchia e Qatar, Paesi loro alleati. Oppure vivono come clandestini. O ancora, sono reclusi. Dietro le sbarre si trova, ad esempio, Abdallah al-Masry, 28 anni, figlio di un dirigente dell’organizzazione a Kafr al-Cheikh, sul delta del Nilo: è in cella per «detenzione d’armi ed utilizzo della religione a fini politici», benché continui a proclamarsi innocente. Suo padre è stato più fortunato, è riuscito a rifugiarsi in un luogo segreto, al riparo da sguardi indiscreti, specie da quelli della Polizia: «Non posso restare più di trenta minuti nello stesso luogo – afferma – Cerco di non muovermi alla luce del giorno, preferisco raggiungere nottetempo gli amici al caffé», ha dichiarato nel corso di un’intervista al settimanale Jeune Afrique.

Pentiti di quanto hanno fatto? Per niente. Un altro dirigente, Ziad Ahmed, sposato e padre di 5 bambini, è stato condannato a 10 anni, ma è riuscito ad evadere. Vive nascosto. Dice che, ora, «il momento non è propizio», rinviando a data da destinarsi il redde rationem. Senza però mai rinunciarvi: «Ci riuniamo una volta alla settimana in differenti abitazioni per parlare dei problemi di tutti i giorni, ma anche della mobilitazione», ha confermato a Jeune Afrique Abdel Rahman, medico a Matareya, quartiere popolare a nord del Cairo: «Ci sono certe parole che io non pronuncio più al telefono». Quando si ritrovano, fanno di tutto per non esser localizzati: «Ho saputo che in un quartiere hanno organizzato le votazioni su un bus in marcia – afferma – L’immaginazione non ci manca…».

Stanno già lavorando per la riscossa, a partire dalla gente: «Dobbiamo riconquistare il suo cuore – ha proseguito al-Masry – Se ciascuno di noi parla a venti persone e le convince della propria bontà, questo accrescerà il nostro raggio d’influenza». Dalle parole ai fatti: per riconquistare il legame con la popolazione, i Fratelli Musulmani puntano sugli aiuti ai feriti, ai prigionieri politici ed ai parenti delle vittime. Ad ogni famiglia vengono elargiti 240 euro al mese, provenienti «dai fondi interni dell’organizzazione», spiega Rahman: ciascun seguace dona il 7% delle proprie entrate, precisa. Ma la bocca torna ben cucita ed il riserbo massimo, quando gli si chiedano notizie circa i finanziamenti provenienti dall’estero… Perché, in parallelo a questa politica del sorriso, c’è già chi porta avanti la rivolta armata: dopo la cacciata di Morsi, le forze dell’ordine sono diventate il nuovo obiettivo degli attacchi mortali in tutto il Paese. Molti giovani son tornati ad imbracciare le armi: «Sappiamo i nomi dei poliziotti che hanno torturato, la devono pagare», ha dichiarato Rahman. «Non abbiamo altra prospettiva davanti a noi», ha incalzato Ahmed Ziad. Che, rendendosi conto di aver forse parlato troppo, corregge subito il tiro: «Fino ad oggi le nostre azioni sono state pacifiche». Ma domani? Darsi la risposta è molto facile… (nella foto, i leader del movimento: al centro, Mohamed Badie, condannato all’ergastolo).

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