EDITORIALE: Sensus fidei e spirito di Assisi

La supplica di alcuni cattolici italiani a Benedetto XVI, perché non si rechi ad Assisi nel prossimo ottobre, ha suscitato un vivace dibattito in cui, accanto ad apprezzamenti anche autorevoli, non sono mancate, come era prevedibile, critiche e perplessità. Mi sembra inutile rispondere alle accuse di parte progressista, che vedono in questo evento l’occasione del rilancio di un ecumenismo sincretista: queste critiche costituiscono infatti la migliore conferma dell’opportunità del nostro appello. Credo necessario invece rispondere alle critiche di parte conservatrice, mosse da fratelli nella fede che hanno presumibilmente il nostro medesimo amore alla Chiesa.

Tali critiche potrebbero essere riassunte in questi termini: l’incontro di Assisi annunciato da Benedetto XVI potrà anche non piacerci; tuttavia non si può criticare un Papa per ciò che ha fatto (Giovanni Paolo II nel 1986) o per ciò che ha intenzione di fare (Benedetto XVI nel 2011), pretendendo di spiegargli ciò che è bene per la Chiesa. Dai fedeli, soprattutto se laici, si esige un religioso assenso ad ogni iniziativa e decisione del Sommo Pontefice.

La risposta a questa critica ci viene dal Catechismo, dalla tradizione teologica, dalla storia della Chiesa e dall’Insegnamento pontificio. Il Catechismo ci insegna che il sacramento del Battesimo ci incorpora alla Chiesa, facendoci partecipi della sua missione (n. 1213) e quello della Confermazione obbliga tutti i battezzati «a diffondere e a difendere con la parola e con l’opera la fede come veri testimoni di Cristo» (n. 1285). La promessa della divina assistenza dello Spirito Santo, più volte ripetuta dal Signore agli Apostoli (Gv. 14, 16-17; 26-26);  non si manifesta solo attraverso il Magistero, ma anche attraverso il consenso dell’universitas fidelium, come hanno spiegato, contro i protestanti, il grande teologo domenicano Melchior Cano nel De Locis theologicis e san Roberto Bellarmino nel De ecclesia militante. I teologi successivi hanno distinto tra la infallibilitas in docendo e la infallibilitas in credendo della Chiesa, quest’ultima basata sul senso della fede, cioè sulla capacità del credente di discernere quello che è conforme con la fede da quello che non lo è, non per via di ragionamento teologico, ma per una sorta di conoscenza per connaturalità. La virtù della fede (habitus fidei), ricevuta con il Battesimo, spiega infatti san Tommaso d’Aquino, produce una connaturalità dello spirito umano con i misteri rivelati, che fa in modo che l’intelletto di ogni battezzato sia, come per istinto, attirato dalle verità soprannaturali e aderisce ad esse.

Nel corso della storia della Chiesa il sensus fidei dei semplici fedeli è stato talvolta più conforme alla Tradizione apostolica di quello dei Pastori, come accadde durante la crisi ariana del IV secolo, quando la fede fu mantenuta da una minoranza di santi e indomiti vescovi, come Atanasio, Ilario di Poitiers, Eusebio di Vercelli e soprattutto dal popolo fedele, che non accompagnava le diatribe teologiche ma conservava, per semplice istinto soprannaturale, la buona dottrina. Il Beato Newman scrive che «in quel tempo di immensa confusione il divino dogma della divinità di Nostro Signore fu proclamato, inculcato, mantenuto e (umanamente parlando) preservato molto più dalla Ecclesia docta che dalla Ecclesia docens».

Il ruolo di ogni battezzato nella storia della Chiesa è stato ricordato da Benedetto XVI nel suo discorso del 26 gennaio 2011, in cui il Papa ha ricordato la missione di «due giovani donne del popolo, laiche e consacrate nella verginità; due mistiche impegnate, non nel chiostro, ma in mezzo alle realtà più drammatiche della Chiesa e del mondo del loro tempo». Sono santa Caterina da Siena e santa Giovanna d’Arco, «forse le figure più caratteristiche di quelle “donne forti” che, alla fine del Medioevo, portarono senza paura la grande luce del Vangelo nelle complesse vicende della storia. Potremmo accostarle alle sante donne che rimasero sul Calvario, vicino a Gesù crocifisso e a Maria sua Madre, mentre gli Apostoli erano fuggiti e lo stesso Pietro lo aveva rinnegato tre volte». La Chiesa, in quel periodo, viveva la profonda crisi del grande scisma d’Occidente, durato quasi 40 anni. In quest’epoca altrettanto drammatica che la crisi ariana, le due sante furono guidate dalla luce della fede più di quanto non accadde ai teologi e agli ecclesiastici del tempo e il Papa applica alle due laiche le parole di Gesù secondo le quali i misteri di Dio sono rivelati a chi ha il cuore dei piccoli, mentre rimangono nascosti ai dotti e sapienti che non hanno l’umiltà (cfr. Lc. 10, 21).

È in questo spirito che abbiamo espresso tutte le nostre perplessità e riserve di fronte a quell’incontro interconfessionale di Assisi del 27 ottobre 1986, che  non fu un atto magisteriale, ma un gesto simbolico, il cui messaggio venne affidato non a scritti o a parole, ma al fatto stesso e alla sua immagine. Un settimanale italiano ne riassumeva allora il significato con le parole del padre Marie-Dominique Chenu: «È il rigetto ufficiale dell’assioma che un tempo veniva insegnato: fuori della Chiesa non c’è salvezza» (“Panorama”, 2 novembre 1986).  Ero ad Assisi quel giorno ed ho una documentazione fotografica di quanto accadde, ad esempio nella chiesa di San Pietro, dove alla presenza del Santissimo Sacramento, una piccola statua di Budda fu intronizzata sopra l’altare che custodisce le reliquie del martire Vittorino, mentre su uno stendardo posto davanti allo stesso altare si leggeva “Mi dedico alla legge del Budda”. Come cattolico provai e continuo a provare ripugnanza per quell’evento, che non merita a mio avviso di essere riportato alla memoria se non per prenderne le distanze. Sono certo che Benedetto XVI non ha nessuna intenzione che si ripetano gli abusi di allora, ma viviamo in una società mediatica e il nuovo incontro di Assisi rischia di avere lo stesso significato che fu attribuito al primo dai mezzi di comunicazione e di conseguenza dall’opinione pubblica mondiale, come già sta accadendo.

Oggi viviamo un’epoca drammatica in cui ogni battezzato deve avere il coraggio soprannaturale e la franchezza apostolica di difendere a voce alta la propria fede, seguendo l’esempio dei santi e senza lasciarsi condizionare dalla “ragion politica”, come troppo spesso accade anche in campo ecclesiastico. È la consapevolezza della nostra fede e nessun altra considerazione,  che ci ha spinto a respingere  Assisi I e ad esprimere al Santo Padre, con reverente rispetto, tutte le nostre preoccupazioni davanti all’annuncio di un prossimo Assisi II. (R. d. M.)

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