EDITORIALE: il Risorgimento e la crisi dell’identità italiana

«L’Italia è fatta, restano a fare gli italiani». Ecco la frase più nota della storia italiana, pronunciata negli stessi giorni fatali dell’unificazione da uno dei suoi più intelligenti protagonisti, Massimo d’Azeglio, e già disincantato critico.


Non è facile spiegare quanta profonda verità vi fosse in questa affermazione, che ancora oggi costituisce una fonte di riflessioni e dibattiti fra storici e politologi. In questa audace e provocatoria frase si racchiude in nuce tutta la problematica della Rivoluzione italiana: l’unificazione non era stata attuata proprio in quanto gli italiani già c’erano e soffrivano perché senza patria? I moti, i complotti, le congiure, gli attentati, le guerre, non erano stati fatti per liberare gli italiani da intollerabile e brutale oppressione straniera e indigena?

Inoltre, altra non secondaria questione: gli italiani “si fanno”? Un popolo lo si crea con le guerre e i plebisciti, o un popolo esiste già di per sé? E se si arriva a sentire un’esigenza come quella espressa dal d’Azeglio (quali ne possano essere le motivazioni e al di là dell’aspetto provocatorio), non se ne deve concludere forse che l’unificazione non è stata voluta e sentita dalle popolazioni italiane ma è stata loro imposta da una ristretta élite politica e sociale?

Come si può notare, in tali questioni si ritrovano le principali cause di disfunzione che da 150 anni lacerano la società e la storia nazionale; e in particolare se ne riscontra, nell’immediato, una su tutte, la più grave, la più irrisolta: la divisione del nostro popolo. Proprio il principio stesso di “dover fare gli italiani” dimostra che si era volutamente rinnegata la millenaria identità italiana in nome di una strada nuova, antitetica alla vera civiltà italica, quindi sovversiva.

Si era scelto insomma di rinnegare e distruggere la vera Italia (che infatti i protagonisti del Risorgimento – e con loro nei decenni seguenti tutti i risorgimentisti – chiamavano “La vecchia Italia”) in nome de “La nuova Italia”. Vale a dire, un’Italia non più universale, non più cattolica, di lì a poco neanche più monarchica; insomma, non più “romana” e, quindi, non più “italiana”. Occorreva insomma “fare gli italiani”, come se non esistessero già da sempre, ovvero diversi da come essi da sempre erano e volevano restare.

In questi ultimi decenni è iniziato (e si sta sviluppando in maniera sempre più intensa e coinvolgente) un riesame storico degli eventi – e dei loro protagonisti – che condussero all’unificazione nazionale italiana e delle conseguenze del processo risorgimentale sulla storia nazionale del XX secolo. Un nucleo sempre più numeroso di cattedratici, storici e politologi ha cominciato a mettere in discussione determinati aspetti e specifici momenti del Risorgimento italiano che troppo facilmente erano stati codificati dalle correnti storiografiche dominanti – e quindi presentati per decenni a generazioni di italiani – come assunti indiscutibili, sui quali poi si è voluto fondare l’“immaginario collettivo” del popolo italiano per quanto concerne il proprio Stato nazionale.

In particolare, vi sono alcuni momenti ideali precisi e alcuni nodi storici più drammatici che maggiormente hanno interessato tali studiosi. Il primo fra questi ad attirare l’interesse degli storici è stato, fin dagli anni Sessanta, la rivolta delle popolazioni meridionali contro il processo unitario in difesa della Chiesa e della dinastia borbonica, il cosiddetto “brigantaggio” antiunitario, argomento ormai ricco di studi che lo approfondiscono ma che non smette certo di suscitare polemiche e divisioni fra gli esperti e anche fra i profani. Sulla stessa scia si situa il problema delle insorgenze antigiacobine, che avvennero a seguito dell’invasione napoleonica: ormai, da “argomento tabù” della nostra storia, realmente boicottato e mistificato per decenni, negli ultimi anni è divenuto una pagina fra le più coinvolgenti.

Negli ultimissimi anni, poi, sono fioriti anche studi, di matrice cattolica, finalizzati a ripresentare il processo risorgimentale sotto l’aspetto specifico della guerra alla Chiesa condotta sotto la veste eroica dell’unificazione nazionale. La guerra alla Chiesa Cattolica e alle tradizioni locali condotta dal Risorgimento aveva come scopo la morte non del Papato come Stato Pontificio al fine dell’unificazione, bensì del Papato come Chiesa Cattolica, come molti fra i più noti e meno noti protagonisti di quei giorni ebbero sempre a dichiarare pubblicamente e a testimoniare con le loro azioni: è stata una guerra condotta senza scrupoli di sorta, che ha ferito nel profondo l’identità cattolica degli italiani.
Ma, dagli anni Ottanta, anche altri aspetti del movimento unitario e dell’Italia postunitaria e del XX secolo sono stati riesaminati da vari autori e storici, sovente non cattolici – sebbene non anticattolici – (settarismo terroristico mazziniano, la farsa dei plebisciti, la corruzione endemica, l’emigrazionismo, il nazionalismo, e quindi la Grande Guerra, il fascismo figlio del Risorgimento, l’8 settembre e la “morte della patria”, la guerra civile e l’odio ideologico, ecc., fino ai giorni nostri).

La conclusione, in diverse maniere e per differenti vie, è sempre risultata però la medesima: la costatazione della mancata reale unità degli italiani, vale a dire quella del fallimento palese di ciò che fu lo scopo stesso del Risorgimento, la creazione di una nuova identità nazionale per gli italiani. È un intero mondo culturale e ideologico che inizia a vacillare, sotto la spinta della necessità e del desiderio che la verità sulla storia del nostro popolo sia finalmente conosciuta da tutti. (Massimo Viglione)

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