Il fronte islamico conquista la Tunisia

(di Fabio Ghia) Domenica scorsa si è svolta la prima manifestazione di voto democratico in Tunisia. Un’apertura che sino al 14 gennaio scorso, giorno della fuga del dittatore Ben Ali, sembrava impossibile, e che ha visto la gioventù tunisina protagonista di quella rivoluzione nei suoi momenti più tragici.

Non bisogna dimenticare, infatti, che dal 18 dicembre 2010, giorno in cui il giovane Mohamed Bouazizi si è dato fuoco davanti all’edificio del governo di Sidi Bouzid, le vittime cadute della Rivoluzione sono state 467, la stragrande maggioranza dei quali appartenente alla più bella gioventù tunisina.

Ma cosa è rimasto di quel moto popolare indipendente che ha generato la Rivoluzione alla ricerca di “Libertà”, “Democrazia” e “Uguaglianza”? I dati più significativi del quadro politico alla data delle elezioni sono: 111 Partiti ufficialmente riconosciuti, di cui solo 81 sono stati ammessi alle elezioni; più di 1.200 liste elettorali per un totale di oltre 10.500 candidati.

Lo scopo della consultazione elettorale è stato quello di generare un “Parlamento Costituente” di cui, per inciso, sui 217 seggi del nuovo Parlamento, 18 sono riservati a più di un milione di tunisini emigrati. Il nuovo Parlamento Costituente che è scaturito dalle elezioni nominerà nei prossimi giorni anche un Governo che resterà in carica sino all’avvento della nuova Costituzione.

Apparentemente le elezioni hanno rappresentato una lezione di Democrazia, magistralmente condotta dall’ottantaquattrenne Premier Beji Caid Essebsi. Tutto si è svolto con un alto tasso di partecipazione (80% circa) e, malgrado le lunghe file di attesa, in maniera ordinata e corretta. Per contro, dai valori proposti dal popolo che ha fatto la Rivoluzione, la Tunisia è passata a un’inedita esperienza democratica caratterizzata da una vera e propria giungla elettorale di difficile interpretazione.

Tutto questo ha causato una registrazione alle liste degli “aventi diritto al voto”, prevista obbligatoria dall’attuale costituzione, di poco meno di 3,9 milioni di Tunisini su un totale di 7,5 milioni di potenziali elettori (circa il 55%). A questo dato, già di per sé indicativo di come ha reagito il popolo tunisino alle istanze politiche, va ad aggiungersi un buon 40% dei votanti che sino al giorno prima delle elezioni, non aveva ancora deciso per chi votare.

Su questa base di confusione generalizzata si è andato ad aggiungere l’obiettivo politico delle consultazioni che, a dispetto dei tanto applauditi valori di fondo della rivoluzione, è stato completamente trasformato in competizione sul ruolo che la “religione” avrà sulla vita pubblica del Paese. In questa prima fase di apertura alla Democrazia è emersa, infatti, la statura politica di Rachid Ghanouchi, l’incontrastato leader di Ennahda.

La Costituzione del 1959 definiva la Tunisia uno «Stato Musulmano», ma limitava il ruolo della religione nella sfera politica e giuridica. Sarebbe bastato quindi indirizzare la campagna elettorale sulla scelta tra una Repubblica Presidenziale o una Repubblica Parlamentare.

Rachid Ghanouchi, contrariamente al buon senso comune, nonché alle scelte di politica economica e di sviluppo che sono giudicate prioritarie per combattere la povertà e la disoccupazione che incalzano sempre più sul Paese, è riuscito in breve tempo a imporre il retaggio religioso quale determinante per la scelta del nuovo parlamento, facendo del confronto tra i partiti laici e quelli islamisti argomento privilegiato della dialettica elettorale.

Il risultato delle elezioni vede quale unico trionfatore il partito islamista di Ennahda con più del 40% di preferenze. In particolare, il voto dei Tunisini all’estero ha determinato l’assegnazione di ben 9 posti su 18 al partito islamista. Cioè, 50% del più di un milione di tunisini all’estero ha votato Ennahda. Di questi quasi 600.000 sono residenti in Francia e ben 180.000 in Italia.

Oltre ogni sorta di valutazione politica del voto in Tunisia, che comunque sarà argomento di conferma delle annunciate aperture agli altri partiti fatte nel corso della campagna elettorale dal leader Ghanouchi, il dato “europeo” conferma la forte propensione degli emigrati di religione “musulmana” a mantenere la propria cultura di fondo intatta ed esente da qualsiasi forma di processo integrativo, tanto auspicato per contro dalle nazioni ospitanti.

Il voto dei tunisini all’estero conferma il paradigma annunciato nei mesi scorsi: è in atto un’invasione pacifica dell’Europa da parte dei musulmani del fronte nord-africano. Egiziani, tunisini, marocchini e quant’altro giungono in Europa, non mostrano alcuna voglia di integrarsi nel tessuto sociale che lo circonda. L’essere “musulmano” prende sempre il sopravvento.

Le sommosse delle banlieue parigine non sono altro che un esempio di questa “voglia” al non integrarsi, così come lo sono gli innumerevoli episodi di violenze che occorrono giornalmente a giovani musulmane, immigrate in Europa, da parte di mariti che, in barba a qualsiasi invito all’integrazione, continuano a manifestare un pieno senso di appartenenza all’Islam e al dettame coranico.

Il forte “sentimento identitario” che caratterizza le comunità musulmane, soprattutto quando all’esterno della loro nazione d’origine, è anche, però, motivo di unione contro le discriminazioni cui sono andati soggetti, soprattutto in Francia. Per i Tunisini, in particolare, al di fuori di qualsiasi previsione, Ennahda ha rappresentato la «voglia di riemergere»: un forte segnale di rinnovata identità, ma anche di trait d’union con la madrepatria.

Per l’Europa, dunque, queste elezioni dovrebbero valere come un nuovo segnale e di stimolo a rivalutare le proprie radici culturali, in un rinnovato appello all’unità sotto la bandiera dell’identità nazionale. Per la Tunisia, a fronte dell’indiscussa vittoria di Ennahda, qualche dubbio comunque permane su come questa nazione si comporterà nei confronti della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, firmata all’ONU, ma ancora non ratificata dal parlamento tunisino, in particolare per quanto recita l’art. 15 sulla parità di diritti tra uomo e donna.

Così come, sempre sul diritto di Famiglia, la Tunisia non ha ancora firmato la convenzione dell’Aia sulla “sottrazione di minori”, mentre per contro ha aderito alla Convenzione di New York del 1989 sui diritti dei bambini. Argomenti che non sono stati minimamente toccati da M. Ghanouchi in campagna elettorale, ma che offuscano la visione della Tunisia a livello internazionale.

Non è, quindi, solo una questione di politica sociale o di economia interna, le scelte che a breve sarà chiamato a fare il nuovo governo “islamista” tunisino coinvolgeranno sempre di più anche il ruolo della Tunisia stessa nel contesto internazionale. (Fabio Ghia)

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