EDITORIALE: ennesima strage di copti e nessuno ammette le proprie colpe

Il 9 ottobre scorso Piazza Maspero al Cairo ha assistito alla morte di 26 copti e al ferimento di oltre duecento manifestanti da parte delle forze dell’esercito egiziano. Le immagini che si trovano in rete parlano chiaro: i soldati hanno sparato e i carrarmati hanno puntato sui dimostranti. Eppure, a cinque giorni di distanza, nessuno vuole assumere le proprie responsabilità.
Questa strage non è la prima e, temo, non sarà l’ultima. Il 7 gennaio 2010, in un atroce attentato, morirono sette copti all’uscita dalla Messa di Natale a Naga Hammadi, nell’Alto Egitto; il 12 marzo 2010 a Marsa Matruh, a ovest di Alessandria, alcuni musulmani hanno dato l’assalto a un quartiere cristiano causando il ferimento di ventiquattro copti e danneggiando abitazioni e autovetture; ventuno morti, tra cui otto musulmani, e ottanta feriti fu il bilancio dell’attentato del capodanno 2011 nella chiesa al-Qaddisin nel quartiere alessandrino di Sidi Bish.

Il Rapporto 2010 sulla Libertà Religiosa nel Mondo riporta altresì varie forme di violenza e ingiustizia nei confronti della comunità copta, che rappresenta ben il 10% della popolazione egiziana: quali, ad esempio, matrimoni forzati, arresti con l’accusa di diffamazione della religione islamica, persino il divieto da parte del Consiglio dell’Ordine dei Medici del trapianto di organi tra persone di religioni diverse.

Per non parlare del ben più celebre divieto, dettato dalla legge islamica, di convertirsi al Cristianesimo pena la condanna di apostasia. È certamente scandaloso l’atteggiamento del Consiglio Superiore delle Forze Armate, organismo che detiene il potere dall’11 febbraio scorso dalle dimissioni di Mubarak, che nega l’evidenza, ovvero il ricorso alla forza; sono ridicole le dichiarazioni del Ministro della Giustizia, Mohammed El-Guindy, che rassicura circa l’avvio degli interrogatori non dei militari coinvolti, bensì dei dimostranti; sono tristi gli attacchi dei media di Stato che si sono scagliati contro i copti con il beneplacito del Ministro dell’Informazione.

Bisogna comunque ammettere che ancora una volta i copti sono il capro espiatorio, il barometro costante delle tensioni e dei malesseri della società e della politica egiziane. Secondi solo a Israele, sono i colpevoli per eccellenza.
L’astio nei confronti dei copti non rappresenta una novità legata alle “rivoluzioni” arabe. Dall’epoca nasseriana costoro hanno iniziato a essere discriminati e molti di loro iniziano ad abbandonare il Paese.

Il potere crescente del movimento dei Fratelli musulmani, soprattutto negli ultimi decenni, ha fatto sì che il potere centrale abbia volutamente continuato a ignorare quanto stava accadendo e soprattutto quanto si predicava nelle moschee egiziane, nonostante le denunce di intellettuali del livello di Magdi Khalil, presidente del Middle East Forum, che parla da anni di «venerdì neri» per i copti.

Non può che fare piacere il comunicato stampa del 14 ottobre in cui il Primo ministro egiziano, Essam Sharaf, ha annunciato la nascita della Casa della Famiglia Egiziana, presieduta dall’imam di al-Azhar Ahmad al-Tayyib e da Papa Shenuda III, con l’intento di favorire lo spirito di appartenenza a una nazione a prescindere dall’appartenenza religiosa. Non può che fare ben sperare la volontà del Consiglio dei Ministri egiziano di varare al più presto una legge per luoghi di culto, senza distinzione tra le fedi.

Tuttavia mi domando a che cosa servirà tutto ciò se non verrà prima eliminata l’appartenenza religiosa dalla carta d’identità egiziana, se non si abolirà l’articolo 2 della costituzione egiziana che prevede che la sharia è la fonte principale della legge. Mi domando a che cosa serviranno le condanne, le belle parole dell’imam di al-Azhar, del quale Sharaf ha ricordato gli sforzi a favore del dialogo, se non più tardi del gennaio scorso la sua istituzione ha congelato i rapporti con il Vaticano per via delle «dichiarazioni insultanti del Papa contro l’islam e le sue affermazioni che i musulmani discriminano i fedeli di altri credi».

A gennaio Mahmur Azab, consigliere del Grande imam, aveva altresì affermato che la posizione del Vaticano «è lontana dalla verità e rappresenta un’inaccettabile ingerenza negli affari interni dei Paesi islamici».

Ebbene, credo che sia giunto il momento per le autorità civili e religiose egiziane di passare dalle parole ai fatti, di riconoscere che esiste un problema – al contempo religioso e politico – anche se forse è troppo tardi, ma solo così i copti potranno continuare a coltivare la speranza di potere vivere ancora nella terra che abitano da ben prima della conquista islamica nel VII secolo. (Valentina Colombo)

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