ECONOMIA: il difficile futuro della moneta unica

«Il break-up, ovvero l’implosione dell’euro, non può essere esclusa a questo punto. L’effetto-contagio è una possibilità reale, e non solo sui paesi più a rischio» (“Repubblica”, 6 maggio 2010). Il pessimismo dell’economista Nouriel Roubini, professore di economia alla New York University («è difficile essere ottimisti guardando quello che succede ad Atene») conferma, dopo la crisi economica della Grecia, le riserve che in Italia ha manifestato “Corrispondenza Romana” fin dal 1992, quando la moneta unica fu “concepita” dal Trattato di Maastricht.

Il 2 gennaio 1999, quando la nuova moneta europea era appena nata ed aveva un doppio corso e mentre da tutte le parti soffiava impetuoso il vento dell’euro-ottimismo, anzi dell’euro-entusiasmo, attingendo alle massime dell’antichità classica, scrivevamo che l’euro «è un vento che porta tempesta» (CR 603/01, 2 gennaio 1999).

Osservavamo infatti che l’abolizione della variabilità dei tassi di cambio tra le monete europee non significa l’eliminazione delle forti differenze strutturali tra le economie dei 15 Paesi che fanno parte della UE. La variabilità del cambio è uno strumento che è stato sempre utilizzato per correggere gli squilibri esistenti tra le diverse economie nazionali.

Sopprimere lo “strumento di aggiustamento” senza eliminare gli squilibri significa rischiare una crisi analoga a quella verificatasi in Argentina in seguito all’artificiosa imposizione di un rapporto di cambio rigido tra il dollaro e il peso. D’altra parte, una volta eliminato il tasso di cambio tra le monete, l’unico mezzo per correggere gli squilibri intercorrenti tra le diverse economie è quello di intervenire attraverso le politiche nazionali di bilancio, ma il patto di stabilità firmato dal Consiglio europeo di Amsterdam nel giugno del 1997 preclude questa strada, tanto da rischiare di trasformarsi, come fu osservato in un autentico “patto di instabilità” (“Il Giornale”, 10 dicembre 2001). Il massiccio intervento dell’UE in soccorso dell’Euro, dopo la crisi greca, non è che un palliativo a breve termine.

Come risolvere dunque la crisi? Non è difficile prevedere ciò che avverrà attraverso la cessione, dopo la rinuncia alla sovranità monetaria, di una seconda parte di sovranità nazionale, quella fiscale. Una volta avviata la moneta unica, l’unico strumento che resterà in piedi per controllare gli squilibri e le prevedibili crisi economiche sarà infatti quello del prelievo e della ridistribuzione fiscale. La natura politica del Trattato di Maastricht, oggi non a tutti chiara, è destinata dunque a svelarsi, confermando il vero obiettivo del progetto europeo: la liquidazione degli Stati nazionali per creare una sorta di Europa-azienda gestita da poteri forti e invisibili, non solo economici: la Commissione, la Banca Centrale di Francoforte, ma anche la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, a cui il Trattato di Amsterdam affida il compito di applicare il diritto comunitario, e la Corte dei Diritti umani di Strasburgo, la stessa che ha recentemente imposto all’Italia la rimozione dei crocifissi dalle scuole e dai luoghi pubblici.

Una “casa comune” che ricorda quella di Gorbaciov, fallita ad Oriente, in via di realizzazione ad Occidente.

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