Ecce ascendimus Jierosolymam

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(Roberto de Mattei) «Ecce ascendimus Jierosolymam»; “ecco, saliamo a Gerusalemme!”. Sono queste le parole che Gesù rivolge agli Apostoli, quando, al termine del ritiro passato con essi dopo la resurrezione di Lazzaro, lascia la città di Efrem per incamminarsi verso Gerusalemme.

Ecce”: è giunto il momento in cui la missione del Redentore deve trovare il suo compimento; “ascendimus”: la strada da percorrere, che è quella della Croce salvifica, è in salita, e si contrappone alla strada larga e in discesa della perdizione eterna; “Jierosolymam”: la mèta è Gerusalemme, la città santa in cui, per le tante ragioni che spiega san Tommaso, conveniva che egli subisse la sua Passione (Summa Theologiae, q. 46, a. 10).

L’evento supremo a cui si erano sempre rivolti i suoi pensieri è giunto, e Gesù, che di questo evento conosce il luogo, l’ora e le circostanze, precede con passo deciso gli Apostoli, che lo seguono stupiti e timorosi. «Erant autem in via ascendentes Jerosolymam: et praecedebat illos Jesus, et stupebant, et sequentes timebant» (Gv 11, 54; Mc 10, 32). Gesù avanza come un guerriero che marcia in battaglia, perché è deciso a bere fino all’ultima goccia il calice della sua Passione. Egli appare quel «sommo capitano generale dei buoni» che descrive sant’Ignazio (Esercizi Spirituali, n. 138); un condottiero nobile e regale, che raccoglie sotto il suo stendardo insanguinato, tutti coloro che vogliono partecipare al grande mistero della Passione e della Risurrezione: «Ecco, noi ascendiamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi: ed essi lo condanneranno a morte, lo consegneranno ai pagani,  lo scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno; ma dopo tre giorni risusciterà» (Mt 20, 17-18; Mc 10, 33-34; Lc 18, 31-33).

Ma gli Apostoli «non compresero nulla di tutto questo; quel parlare restava oscuro per loro e non capivano ciò che egli aveva detto» (Lc 34). Eppure non è la prima volta che Gesù rivela loro questi misteri. Dopo che Pietro a Cesarea ebbe confessato che Gesù era «il Cristo, il Figlio di Dio vivente», il Vangelo ci riferisce che «Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che egli doveva andare a Gerusalemme e soffrire molte cose da parte degli Anziani, dei capi dei Sacerdoti e degli Scribi, ed essere ucciso e risuscitare il terzo giorno» (Mt 6, 19). Pietro, presolo in disparte, cominciò a riprenderlo, dicendo: «Non sia mai vero Signore; questo non ti avverrà mai», ma Gesù, rispose a Pietro: «Vattene lontano da me, Satana, tu mi sei di scandalo, perché non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini» (Mc 8, 31-33).


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Gli Apostoli non avevano il senso di Dio, perché non capivano il senso della sofferenza e speravano che Gesù si sarebbe sottratto dalle mani dei Farisei, come aveva fatto altre volte, mentre lo cercavano per ucciderlo. A essi mancava ancora quella che san Luigi Maria Grignion di Montfort definisce «la sapienza della Croce»: «quella scienza gustosa ed esperienziale della verità che consente di vedere alla luce della fede anche i misteri più nascosti, come quello della Croce» (Lettera agli Amici della Croce, n. 45).

Quando Gerusalemme, la città delle reliquie della Passione, fu occupata dagli infedeli, la meditazione sulle parole di Gesù: «chi vuole venire dietro di me rinunci a sé stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16, 21-27) mosse il Beato Urbano II a fare appello alla Cristianità per liberare il Santo Sepolcro. Nacque così la più grande epopea cristiana della storia: il movimento delle Crociate. «Ecce ascendimus Jerosolymam» esclamò Goffredo di Buglione, all’alba del 7 giugno 1099, quando le cupole della Città Santa si svelarono agli sguardi dei guerrieri cristiani. Il nome di Gerusalemme fu il grido di battaglia dei quarantamila pellegrini armati che il 15 luglio liberarono la Città Santa dal dominio sacrilego dei Musulmani.

Ma Gerusalemme, prima di essere una città terrestre, è la città in cui si compie il mistero della Croce per ogni cristiano. Dall’alto dei Cieli, scrive san Luigi Maria Grignion di Montfort, lo sguardo di Dio non contempla i potenti sulla terra, ma «guarda l’uomo che si batte per Dio contro la fortuna, il mondo, l’inferno e contro sé stesso; l’uomo che porta gioiosamente la propria croce» (Lettera agli Amici della Croce, n. 55).


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Ascendere a Gerusalemme è, in questo senso, un programma di militanza cattolica. «Ya estamos aquí. Ecce ascendimus Hierosolymam», affermò il beato Florentino Asentio Barroso nominato da Pio XI vescovo titolare di Eurea e amministratore apostolico di Barbastro, quando il 16 marzo 1936, entrò nella sua diocesi, dove tre mesi dopo fu torturato, evirato ed ucciso dai miliziani anarchici e comunisti. Le sue parole riassumono quelle di tutti coloro che nella storia hanno scelto e sceglieranno di combattere per Gerusalemme contro la Rivoluzione, accettando le offese, le calunnie, le persecuzioni, e se necessario la morte, che Gesù chiede per suo amore.

Gerusalemme, come spiega sant’Agostino, è in senso spirituale la Chiesa (Città di Dio, 17, 16, 2), oggetto delle persecuzioni rivoluzionarie nel XX e nel XXI secolo ma anche di un processo di autodemolizione che aggrava la Passione della Chiesa. A Fatima, il 13 luglio 1917, la Madonna annunziò che se il mondo non si fosse convertito, la Russia avrebbe sparso i suoi errori per il mondo, promovendo guerre e persecuzioni contro la Chiesa. «I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte. Finalmente, il Mio Cuore Immacolato trionferà». 

Di fronte a questo scenario, che è quello del nostro tempo, il militante cattolico deve essere disposto a fare l’olocausto della sua vita, con la stessa tranquilla determinazione con cui Nostro Signore saliva verso Gerusalemme. Il trionfo del Cuore Immacolato di Maria sarà l’ora della risurrezione storica della Cristianità, prefigurazione di quello della Gerusalemme eterna nei Cieli.


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«L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino» (Ap 21, 10-11).

Gerusalemme significa “visione di pace”, la pace è la tranquillità nell’ordine e Gerusalemme è la città immortale degli angeli e dei santi, dove l’ordine divino trionfa nella sua immutabile perfezione.

Siamo cittadini del Cielo ci ricorda spesso san Paolo (Filippesi 3, 20; Efesini 2, 18-19; Ebrei 13, 14) e la Gerusalemme celeste è la patria che attende gli eletti al termine della loro vita terrena. Ecce ascendimus Jerosolymam, saranno le parole che con infinita dolcezza la Madonna rivolgerà ai suoi devoti nell’ora della loro morte, per introdurli nell’eternità felice del Paradiso. 

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