Duo dubia. I dubbi dei silenziosi

Duo dubia. I dubbi dei silenziosi

Riportiamo un editoriale dello scrittore francese Jean Madiran (1920-2013) pubblicato con il titolo «Duo dubia. Les doutes des silencieux», sulla rivista “Itinéraires”, n. 330 (febbraio 1989) pp. 20-28, qualche mese dopo le consacrazioni episcopali senza mandato pontificio compiute da mons. Marcel Lefebvre a Écône il 30 giugno 1988.

Dal 30 giugno 1988 vi sono coloro che non parlano.

Si sono sentiti coloro che, a partire dal 1976, dal 1974 o dal 1969, hanno seguito mons. Lefebvre e continuano a seguirlo, in nome della verità del suo insegnamento, della necessità della sua azione o della fedeltà alla sua persona.

Si sono sentiti d’altra parte, coloro che, dopo averlo seguito fino ad allora, non credono più di poter continuare a seguirlo, a motivo di un’obiezione di coscienza che li induce a fermarsi davanti all’atto delle consacrazioni senza mandato apostolico. Costoro sono stati pubblicamente accusati, per l’ardente convinzione dei primi, di essere divenuti dei «traditori», dei «Giuda», una «quinta colonna»: un intero straordinario florilegio di invettive, stampato su pubblicazioni che impegnavano, almeno in linea di principio, qualcosa di più dei loro semplici firmatari.

Ma non si è invece udito il disagio, l’inquietudine, l’incertezza di coloro che, in silenzio, hanno esitato e continuano ancora a esitare. Rimasti, per la maggior parte, al loro posto, nello stesso posto nei luoghi di culto, nelle scuole, nei movimenti, nelle amicizie e nelle relazioni che erano le loro prima della frattura delle consacrazioni, essi sono divisi fra sentimenti diversi. Non sono pienamente convinti che le consacrazioni fossero necessarie e, in quanto tali, lecite; ma non sono neppure convinti che esse costituiscano o instaurino uno scisma nel senso classico e pieno del termine.

Coloro che tra essi sarebbero inclini, per principio, a disapprovare ogni consacrazione senza mandato e che avevano disapprovato quelle di padre Guérard des Lauriers, questa volta esitano nel loro giudizio per venerazione verso l’alta e pia figura di mons. Lefebvre. Coloro che sono impressionati dalla scomunica non riescono tuttavia a considerarla decisiva, a motivo delle gravi deficienze nelle quali la Santa Sede persevera e che ormai fanno gravare un sospetto sulle sue decisioni.

La maggior parte di loro era diventata «cattolica tradizionalista» perché aveva seguito mons. Lefebvre, a motivo del suo insegnamento, per fiducia nella sua persona, per riconoscenza verso la sua opera di formazione sacerdotale. Essi non chiedevano altro che di continuare a seguirlo. Ma oggi hanno dei dubbi su un punto, quello delle consacrazioni, e a questi dubbi non vedono alcuna soluzione sicura.

Accetterebbero volentieri di mettere in qualche modo questa questione tra parentesi e di lasciarne la responsabilità a mons. Lefebvre senza impegnarvisi personalmente; ma, nella maggior parte dei casi, sono i sacerdoti e i militanti della Fraternità Sacerdotale San Pio X a non lasciare loro questa possibilità, invitandoli – o intimando loro – di pronunciarsi a favore delle consacrazioni (e contro coloro che si astengono dall’approvarle), sotto pena di essere denunciati come «disertori», complici dei «traditori» e dei «Giuda». 

Occorre precisarlo: il disagio, l’imbarazzo e l’esitazione di cui parliamo riguardano coloro che hanno seguito mons. Lefebvre prima del 30 giugno e che sono invitati a seguirlo dopo quella data così come prima; il che non è invece il caso della rivista “Itinéraires”.

L’ambito nel quale si esercita l’attività della rivista è quello dell’espressione pubblica: l’espressione delle idee, delle proposte, delle proteste, delle argomentazioni e delle rivendicazioni che sono le nostre.

In questo campo la rivista “Itinéraires” non ha mai seguito mons. Lefebvre; non ha mai dovuto seguirlo, per la semplice ragione che lo ha preceduto. I grandi rifiuti opposti all’evoluzione conciliare – il rifiuto pubblicamente motivato del nuovo catechismo nel 1968 e quello della nuova Messa nel 1969-1970 – furono pronunciati da altri, senza che mons. Lefebvre vi prendesse parte. Da parte sua egli lavorava nel silenzio, senza intervenire nelle controversie e nei dibattiti; furono gli attacchi contro il suo seminario di Écône a condurlo, poco a poco e con grande prudenza, a esporre e difendere pubblicamente i principi e le posizioni che ispiravano la sua opera di formazione sacerdotale, opera inizialmente discreta, quasi monastica. 

La rivista “Itinéraires”, che già nel 1966 era stata condannata dall’episcopato per il suo rifiuto dello «spirito del Concilio» e che era stata in prima linea nei rifiuti del 1968-1970, si sentì certamente confortata, rafforzata e illuminata dalla parola e dall’esempio di mons. Lefebvre quando le circostanze lo portarono anch’egli a entrare nel dibattito pubblico.

Naturalmente egli faceva ciò che né una rivista, né un libro, né delle conferenze, né le controversie e le proteste avrebbero mai potuto fare: formava sacerdoti e li inviava al popolo fedele. Tuttavia noi di “Itinéraires”, i nostri maestri, i nostri più eminenti collaboratori, da Charlier a padre Calmel, dall’abate Berto a Henri Rambaud, da Henri Massis a Henri Pourrat, da Louis Salleron a dom Gérard, e noi stessi, non siamo mai stati, e non siamo, dei discepoli di mons. Lefebvre.

La sua opera di formazione sacerdotale l’abbiamo sostenuta, difesa e onorata, dal nostro posto, con la penna e con la parola, per quanto era nelle nostre possibilità; ma essa appartiene evidentemente a un ordine diverso rispetto ai nostri lavori. Ricordiamo semplicemente questo fatto per far comprendere che, nel presente scritto dedicato ai dubbi silenziosi di coloro che hanno seguito mons. Lefebvre, non è della rivista “Itinéraires” né delle sue posizioni che si tratta.

Primo dubbio – Attenersi a ciò che la Chiesa ha sempre fatto

I cattolici che hanno seguito mons. Lefebvre lo hanno fatto perché, di fronte a una religione che cambiava,egli diede loro l’idea e i mezzi per rifugiarsi sulla roccia dell’attenersi a ciò che la Chiesa ha sempre fatto. A tale scopo mise a disposizione sacerdoti, cappelle, priorati, scuole, offrendo una garanzia, una sicurezza, implicitamente una sorta di contratto:

«Io non ho una dottrina personale», diceva. «Per tutta la vita mi sono attenuto a ciò che mi è stato insegnato sui banchi del Seminario Francese di Roma. Non ho inventato nulla di nuovo. Non possiamo sbagliarci attenendoci a ciò che la Chiesa ha insegnato per duemila anni. Io faccio ciò che i vescovi hanno fatto per secoli e secoli; non ho fatto altro».

Ma ecco che, precisamente il 30 giugno 1988, mons. Lefebvre fa un’altra cosa; compie qualcosa di nuovo: consacra dei vescovi contro la volontà espressamente notificata del Papa.

Questa volta non si può dire che i vescovi lo abbiano fatto per secoli e secoli.

La Chiesa non ha insegnato né per duemila anni, né sui banchi del Seminario Francese di Roma, che si possa passare sopra a un divieto formale del Sommo Pontefice riguardante la consacrazione di nuovi vescovi.

Per questo atto, dunque, viene meno proprio quella garanzia di attenersi a ciò che la Chiesa ha sempre fatto. Mons. Lefebvre è uscito dall’ambito nel quale «non possiamo sbagliarci».

Da ciò non consegue necessariamente che mons. Lefebvre abbia avuto torto. Del resto, i silenziosi non hanno né il desiderio né l’autorità di dargli torto. Semplicemente esitano a dargli pienamente ragione; non si sentono né obbligati né capaci di assumersene personalmente la responsabilità.

Continuano a seguirlo in tutto il resto: nel Credo, nella Messa, nel catechismo. Ma le consacrazioni? Ciò che costituiva la bussola, il punto fermo, il criterio e la sicurezza – attenersi a ciò che la Chiesa ha sempre fatto – qui non vale più, o addirittura sembra valere in senso contrario. Si è entrati nell’ignoto.

Secondo dubbio Obbedire al Papa quando conferma la Tradizione

Vi era un’altra sicurezza per coloro che seguivano mons. Lefebvre: la certezza che, seguendolo, non sarebbero mai caduti nello scisma, grazie alla sua promessa di obbedienza al Papa. Era la prova dell’unione con Roma; era la garanzia che, «se un vescovo romperà con Roma, non sarò io», secondo la celebre lettera di mons. Lefebvre all’abate de Nantes (Lettera del 19 marzo 1975).

A ogni atto di disobbedienza reso necessario dalle circostanze, mons. Lefebvre ricordava che la sua sottomissione e la sua docilità rimanevano integre in tutti i casi nei quali il Sommo Pontefice confermava la Tradizione invece di contraddirla: «Noi siamo sottomessi e pronti ad accettare tutto ciò che è conforme alla nostra fede cattolica quale è stata insegnata per duemila anni; ma rifiutiamo tutto ciò che le è contrario. Siamo legati al Papa quando egli si fa eco della tradizione apostolica e degli insegnamenti di tutti i suoi predecessori. Obbediamo al Sommo Pontefice ogni volta che egli conferma la Tradizione».

Giovanni Polo II, personalmente, con una lettera del 9 giugno 1988 e poi con un Monitum del 17 giugno, aveva proibito a mons. Lefebvre di consacrare dei vescovi.

Vietare qualsiasi consacrazione episcopale senza mandato del Sommo Pontefice significava precisamente confermare la Tradizione, non infrangerla. La fede cattolica non ha mai insegnato, nel corso di duemila anni, che le consacrazioni episcopali compiute contro la volontà del Papa siano lecite. Nel giugno del 1988 Giovanni Paolo II manteneva, confermava e difendeva la Tradizione cattolica su un punto essenziale per la successione apostolica e per la struttura divina della Chiesa, ordinando che la scelta dei vescovi e la loro consacrazione non avvenissero contro la volontà del Papa espressamente notificata. Non obbedirgli in un caso simile significava entrare in una terra sconosciuta; significava abbandonare quella promessa che fino ad allora garantiva di non compiere uno scisma.

Per chiunque altro avesse dato una simile garanzia, avesse formulato un’esplicita promessa di obbedire al Papa quando questi conferma la Tradizione e poi avesse agito in senso contrario, si sarebbe definita senza esitazione tale disobbedienza, in quel caso preciso, come necessariamente scismatica. Trattandosi di mons. Lefebvre, è naturale sospendere il proprio giudizio e presumere piuttosto di essere noi stessi in errore che non lui. Tuttavia permane un dubbio, del quale, nello stato attuale della questione, non si riesce a vedere la soluzione.

Probabilmente non è opportuno sollecitare una soluzione immediata di questi due dubbi; conviene piuttosto prendere in considerazione il necessario approfondimento delle questioni che essi sollevano.

La Fraternità Sacerdotale San Pio X fondata da mons. Lefebvre è, per quanto ci consta, l’unica – o comunque di gran lunga la principale – istituzione dell’Europa occidentale (e forse anche dell’America e dell’Africa) che forma e ordina sacerdoti secondo la dottrina, la liturgia e la spiritualità tradizionali della Chiesa. Sarebbe disastroso che un’istituzione di questo genere scivolasse nello scisma; ma sarebbe probabilmente imprudente non vedere che questo rischio esiste. 

Non si può tuttavia non mettere a confronto questo rischio con il generale venir meno dell’autorità religiosa, la quale tollera nella Chiesa il peggio e spesso ne protegge e ne onora gli autori.

Nel suo discorso del 13 luglio 1988 ai vescovi del Cile, il cardinale Ratzinger osservava, apparentemente senza deplorarlo, che nei confronti dei «progressisti», i quali «negano apertamente verità fondamentali della fede», «fino ad oggi e in nessun caso sono state applicate pene canoniche: ci si è limitati ad ammonizioni». E ancora, ammonizioni rare e lievi, che non andavano al fondo delle questioni, omettevano di enunciare chiaramente il vero e il falso, di prescrivere il bene e di proscrivere il male, lasciando di fatto proseguire – o addirittura favorendo – la decomposizione religiosa.

Di fronte a questo naufragio generale, professiamo che la Santa Sede avrebbe dovuto, e dovrebbe tuttora, aiutare e proteggere l’opera di mons. Lefebvre invece di opprimerla: è questo che chiediamo al Papa. Ma ciò non impedisce di ponderare e di esaminare attentamente questi due dubbi silenziosi. 

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