Droga: l’immoralità degli antiproibizionisti

(di Danilo Quinto) Un fatturato di 300 miliardi di dollari, più di quello che deriva dalle armi e dal petrolio, di poco inferiore a quello del sesso. In un solo anno, il 2010, ha prodotto 200mila morti, con una persona su venti nel mondo che fa uso di sostanze stupefacenti. Circa 230 milioni di persone, il 5% della popolazione mondiale adulta (tra i 15 e i 64 anni), si possono considerare consumatori. Di questi, 27 milioni, circa lo 0,6%, sono tossicodipendenti dall’eroina e dalla cocaina: uno ogni 200 abitanti. Questi i dati contenuti nel rapporto annuale dell’Unodc, l’Ufficio delle Nazioni unite contro la droga e il crimine organizzato, recentemente pubblicato.

Queste cifre inducono molti a ritenere che sia da rivedere la politica proibizionista. Il primo passo  in questa direzione sarebbe quello della depenalizzazione delle cosiddette droghe leggere. L’Uruguay, ad esempio, sembra andare in questa direzione. Guidato dal Presidente José Mujica, già esponente del movimento di guerriglia urbana di sinistra Tupamaros, con quindici anni di carcere alle spalle, il Paese latino americano si appresta ad approvare una legge che consentirà di legalizzare l’uso, la vendita e la produzione di marijuana. Nello scorso mese di aprile, prima del vertice del Mercosur (il mercato economico del Centro e Sud America), che si è svolto in Colombia, Otto Perez Molina, Presidente del Guatemala, ha invitato gli Stati sudamericani ad operare in direzione opposta al proibizionismo, incontrando l’opposizione di El Salvador, Honduras e Nicaragua e il sostegno di Costa Rica e Colombia.

Anche il Presidente della Bolivia, Evo Morales, vorrebbe legalizzare l’uso delle foglie di coca, mentre in California, sull’esempio olandese, si vorrebbe liberalizzare la vendita e l’uso di marijuana. Insomma, il quadro che se ne trae è inquietante. Tanto più che lo stesso establishment mondiale sembra orientarsi verso la gestione di politiche antiproibizioniste e libertarie. L’anno scorso, il rapporto delle Nazioni Unite, intitolato Global Commission on Drug Policy, diceva: «La guerra alle droghe ha fallito, con conseguenze devastanti per gli individui e le società del mondo. Cinquant’anni dopo la Convenzione sulle droghe, promossa dalle Nazioni Unite e quarant’anni dopo il lancio, da parte del Presidente degli Stati Uniti Nixon della guerra alla droga, sono necessarie ed urgenti fondamentali riforme nei Paesi e a livello globale in termini di controllo di polizia sulle droghe».

Il rapporto era firmato dai grandi del mondo della politica, della cultura e dell’economia mondiale. Gli stessi che per decenni sono stati incapaci di governare il fenomeno, si sono candidati a governare un nuovo approccio, proponendo la legalizzazione, orientando l’opinione pubblica e le scelte dei Governi.

Questi signori credono – o fanno finta di credere ‒ che con la legalizzazione e quindi con la libertà di drogarsi decretata per legge, diminuiscano le vittime e si argini il fenomeno. Eludono, così, il cuore del problema. Quando si annulla nelle società la possibilità di distinguere il bene dal male, questi sono i risultati: la diffusione di una cultura della morte. Ci si interroghi piuttosto sui principi in base ai quali i giovani crescono.

Quali sono? Ve ne sono ancora? Chi li promuove? Chi li pratica? Chi li insegna? Non può sopravvivere ed è destinata ad annullarsi una società che si fonda solo sul materialismo e sull’affermazione dei desideri, contrabbandandoli in maniera ipocrita e ambigua per libertà. Non di legalizzazione si deve discutere, ma di modelli di modelli di sviluppo sociale e stili di vita alternativi a quelli legati alla «proposta di quelle culture – come ha affermato Benedetto XVI nell’Angelus del 16 dicembre 2007 – che pongono la felicità individuale al posto di Dio». (Danilo Quinto)

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