Donald Trump inverte la rotta su aborto e gay

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(di Lupo Glori) Il 20 gennaio 2017 Donald Trump, nel corso di una solenne cerimonia a Capitol Hill, ha giurato come quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti, recitando la classica formula di rito sulla Bibbia, davanti ad oltre un milione di persone.

Nel suo discorso di insediamento il neo presidente americano ha utilizzato i toni schietti e duri della campagna elettorale, confermando, senza giri di parole, le sue intenzioni di “rivoltare il banco”: «A partire da adesso cambia tutto (…) il potere da Washington torna nelle mani del popolo americano. (…) Questo momento vi appartiene. Affronteremo sfide e ci confronteremo. Siamo una sola nazione, condividiamo un solo cuore, una sola casa e un solo destino glorioso. Il giuramento di oggi è un giuramento di alleanza con tutti gli americani. Per molti decenni abbiamo arricchito le industrie estere, abbiamo difeso i confini di altre nazioni rifiutando di difendere i nostri confini. Abbiamo speso trilioni e trilioni di dollari all’estero mente le infrastrutture americane sono state lasciate in rovina. (…) La nostra politica sarà molto semplice. Compra americano, assumi americani. Ricostruiremo il nostro Paese con lavoro e mani americane. Insieme determineremo il corso dell’America e del mondo per molti anni a venire».

Parole chiare e, secondo il suo stile, “politicamente scorrette”, alle quali hanno fatto immediatamente seguito due importanti atti concreti: lo stop ai fondi federali per l’aborto e la rimozione della sezione LGBT dal sito web della Casa Bianca. All’indomani della sua elezione e il giorno successivo alla 44esima ricorrenza della famigerata sentenza della Corte Suprema Roe vs. Wade che ha introdotto l’aborto negli Stati Uniti nel 1973, Donald Trump ha infatti firmato un ordine esecutivo che ha ripristinato la Mexico City Policy.

La Mexico City Policy, denominata così perché annunciata durante la Conferenza Internazionale delle Nazioni Unite sulla Popolazione che si tenne a Città del Messico nel 1984, è la policy che blocca i finanziamenti del governo federale alle organizzazioni non governative internazionali che praticano o promuovono all’estero l’aborto. La regola, introdotta dall’amministrazione di Ronald Reagan nel 1985 e mantenuta da G. W. Bush senior, è stata poi rimossa da Bill Clinton nel 1993, ripristinata da George W. Bush nel 2001, ed infine eliminata nuovamente da Barack Obama nel 2009. Grazie alla reintroduzione della Mexico City Policy, le ONG come International Planned Parenthood Federation (IPFF) e Pathfinder International, impegnate in tutto il mondo a promuovere e diffondere la pratica dell’aborto, non riceveranno più i lauti fondi dall’Agenzia americana per lo sviluppo internazionale.


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Interrogato sul tema, il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer ha spiegato ai giornalisti come l’ordine esecutivo appena firmato dal neo presidente sia del tutto normale e scontato, viste le note posizioni di Trump in materia di aborto: «È risaputo che il presidente ha posizioni pro-life, lo ha fatto sapere in modo chiaro. (…) Il presidente vuole difendere tutti gli americani, anche quelli che non sono ancora nati, e penso che la reintroduzione di questa norma non sia soltanto un modo per riflettere questo valore ma anche per rispettare i contribuenti».

Donald Trump, appena insediatosi, inverte dunque la rotta abortista intrapresa dagli Stati Uniti in questi ultimi otto anni sotto l’amministrazione Obama, una folle politica ideologica che, nel solo 2016, secondo una stima del Guttmacher Institute, ha portato gli Stati Uniti a finanziare organizzazioni abortiste in tutto il mondo per ben 607,5 milioni di dollari (quasi 566 milioni di euro).

A conferma della nuova linea pro life degli Stati Uniti d’America vi è inoltre la notizia che il vice-presidente Mike Pence venerdì 27 gennaio parlerà dal palco dell’annuale March for Life di Washington. Un’inedita e assai significativa presenza che fa ben sperare per il proseguo dell’operato pro-life dell’amministrazione Trump.


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Il secondo importante atto in netta discontinuità nei confronti della precedente amministrazione e del diktat etico dell’establishment globale, è stata l’immediata rimozione dal sito della Casa Bianca dell’intera sezione dedicata ai “diritti” LGBT. Un’area riservata del sito governativo, raggiungibile all’indirizzo web whitehouse.gov/lgbt, in cui l’ormai ex presidente Barack Obama che aveva fatto della “causa omosessuale” una delle sue priorità di governo, teneva informati i suoi elettori e, in particolare, le lobby gay, sullo stato di avanzamento delle sue tante iniziative legislative in materia di “diritti” LGBT.

Ora collegandosi alla pagina web LGBT si viene accolti da un messaggio che recita: «Iscriviti per avere aggiornamenti sul presidente Donald J. Trump!» e «Spiacenti, la pagina che stai cercando non è stata trovata» accanto al nuovo logo presidenziale del presidente. La rimozione della sezione LGBT dal sito della Casa Bianca ha determinato prevedibili ripercussioni sul web e sui social, dove gli attivisti gay si sono scagliati contro la nuova Amministrazione chiedendo l’immediato ripristino dell’area web “arcobaleno” governativa.

Alle polemiche e agli attacchi delle organizzazioni LGBT ha risposto un funzionario della Casa Bianca che si è giustificato dichiarando come l’amministrazione Obama si sia impegnata a ripulire i propri account digitali e tutte le piattaforme prima della riconsegna e che il nuovo sito sarà presto aggiornato con ulteriori informazioni: «L’Amministrazione Trump popolerà il sito con i nuovi contenuti nelle settimane e nei mesi successivi». Ci auguriamo che anche qui Trump e il suo staff, tra i quali figurano personalità con posizioni notoriamente anti-gay, invertano con fatti concreti la catastrofica “rotta arcobaleno” intrapresa dagli Stati Uniti negli ultimi 8 anni, istituendo leggi e normative che avviino un processo di de-omosessualizzazione degli Stati Uniti. (Lupo Glori)


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