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Divorziati risposati: a Mantova i “cammini di riconciliazione”

(di Mauro Faverzani) È Vescovo di Mantova da circa un anno e mezzo e già si è fatto notare… A mons. Gianmarco Busca son bastati otto mesi per compiere un tale valzer di nomine in Diocesi da esser definito una «rivoluzione» dalla stampa locale, poi la pastorale dei «selfie» e delle «videocatechesi»…

Ora però ha fatto il “salto di qualità”, ha premuto l’acceleratore e sdoganato l’accesso all’Eucarestia per i divorziati risposati. L’assist lo ha pescato direttamente dalla nota n. 351 dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia, in cui, anche per le cosiddette «situazioni irregolari», non si esclude l’eventualità dell’«aiuto dei Sacramenti», distinguendo tra «situazione oggettiva di peccato» e responsabilità soggettiva.

Sulla falsariga, anche mons. Busca ha predisposto, quale “regalo di Natale 2018”, la possibilità di «intraprendere un percorso ecclesiale di riconciliazione, che in alcuni casi potrà sfociare nella possibilità di accedere nuovamente al Sacramento della Penitenza ed alla Comunione eucaristica». E ciò non solo per «i fedeli divorziati e risposati», bensì anche per quanti vivano una non meglio precisata «seconda relazione in modo stabile», definizione di per sé sibillina e che potrebbe teoricamente aprire scenari i più varii.

Per confermarsi nel suo look à la page il Vescovo di Mantova ha concluso il proprio messaggio con un tripudio, “correggendo” la liturgia del Natale già in linea col nuovo messale predisposto dalla Cei: non più «pace in terra agli uomini di buona volontà» quindi, bensì a quelli «amati dal Signore», all’insegna dell’ecclesialmente corretto.

Eppure, va ricordato come il Catechismo della Chiesa Cattolica ancora non sia stato modificato e come al n. 1650 ancora ritenga i divorziati risposati «in una situazione che oggettivamente contrasta con la Legge di Dio. Perciò essi non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione». Non solo: «La riconciliazione mediante il sacramento della Penitenza non può essere accordata, se non a coloro che si sono pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo e si sono impegnati a vivere in una completa continenza».

Possono certo partecipare alla vita della Chiesa in quanto battezzati, come precisa il n. 1651, compiere opere di carità ed educare i figli nella fede cristiana. Ma non possono accedere ai Sacramenti.

Lo stesso dicasi per il can. 915 del Codice di Diritto Canonico, ove si legge: «Non siano ammessi alla Sacra Comunione gli scomunicati e gli interdetti, dopo l’irrogazione o la dichiarazione della pena e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto».

Divieto, ribadito anche in una Dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi nel 2000, Dichiarazione che afferma: «Nel caso concreto dell’ammissione alla Sacra Comunione dei fedeli divorziati risposati, lo scandalo, inteso quale azione che muove gli altri verso il male, riguarda nel contempo il Sacramento dell’Eucaristia e l’indissolubilità del matrimonio. Tale scandalo sussiste anche se, purtroppo, siffatto comportamento non destasse più meraviglia: anzi è appunto dinanzi alla deformazione delle coscienze, che si rende più necessaria nei Pastori un’azione, paziente quanto ferma, a tutela della santità dei Sacramenti, a difesa della moralità cristiana e per la retta formazione dei fedeli».

Tutto questo viene detto con parole chiare ed inequivocabili, a differenza dei contorsionismi interpretativi, cui sono costretti quanti vogliano forzar la mano e far dire al Catechismo (ed alla Sacra Scrittura) quanto non v’è scritto, anzi il suo opposto, spingendo ad elaborare norme pastorali contraddittorie tra Diocesi e Diocesi, tra nazione e nazione, pericolo già paradigmaticamente esecrato dagli arcivescovi Tomash Peta e Jan Pawel Lenga, nonché dal Vescovo Athanasius Schneider in un documento congiunto, uscito esattamente un anno fa. Quanto lì temuto, si è puntualmente verificato o si sta purtroppo verificando.

«Un’approvazione o legittimazione della violazione della sacralità del vincolo matrimoniale – si legge in questo testo – contraddice in modo grave l’espressa volontà di Dio ed il Suo Comandamento. Tale pratica rappresenta perciò un’alterazione sostanziale della bimillenaria disciplina sacramentale della Chiesa. Inoltre, una disciplina sostanzialmente alterata comporterà col tempo anche un’alterazione nella corrispondente Dottrina». Ed è esattamente questo il pericolo, che si sta correndo. Pericolo, che iniziative quali quella assunta a Mantova, rendono quanto mai concreto. (Mauro Faverzani)