Dibattito sul concilio, padre Cavalcoli e il prof. de Mattei a confronto

(su Riscossa Cristiana del 22-07-2012) In data 13 luglio 2012 Riscossa Cristiana ha pubblicato un Intervento del prof. Roberto de Mattei, che portava il suo contributo al dibattito che si è riaperto sul Concilio dopo la pubblicazione dell’articolo di Paolo Pasqualucci IL “DISCORSO CRITICO” CHE LA GERARCHIA NON VUOL FARE. Recensione a: BRUNERO GHERARDINI, “Concilio Vaticano II . Il discorso mancato”. A questo articolo erano seguiti interventi di P. Giovanni Cavalcoli, di Mons. Brunero Gherardini e di Cristina Siccardi.

Pubblichiamo ora la lettera che P. Giovanni Cavalcoli ha indirizzato al prof. Roberto de Mattei, e la risposta del prof. Roberto de Mattei.

 

LA LETTERA DI P. GIOVANNI CAVALCOLI AL PROF. ROBERTO DE MATTEI

Caro Professore,

esiste un documento del Beato Giovanni Paolo II, l’Istruzione Ad tuendam Fidem del 1998, il quale contiene un commento ad opera della Congregazione per la Dottrina della Fede, che aggiorna e spiega meglio le indicazioni della Pastor Aeternus circa la questione dell’infallibilità delle dottrine.

Premetto innanzitutto che non capisco come Lei sostenga che una dottrina “non infallibile” non è necessariamente “sbagliata”. Se una dottrina non è infallibile, vuol dire che è fallibile o può in futuro essere fallibile o sbagliata o falsificata o mutata o abrogata. Almeno questo è il significato elementare delle parole, che desumiamo dal vocabolario.

In secondo luogo l’Ad tuendam Fidem fa una distinzione che non si trova nella Pastor Aeternus – il che ovviamente non vuol dire che la contraddica – e la distinzione è tra dichiarazione di infallibilità ed infallibilità di fatto. Potremmo dire: infallibilità esplicita e infallibilità implicita.

L’Ad tuendam Fidem mette la detta dichiarazione di infallibilità (riferimento alla Pastor aeternus) solo al grado massimo di autorità delle dottrine. E su ciò siamo tutti d’accordo che nel Concilio non ci sono pronunciamenti a questo livello.

Ma il medesimo documento pone altri due gradi, i quali, per essere inferiori, non per questo negano l’infallibilità, se per infallibilità s’intende che “non può essere sbagliato né adesso né in futuro”.

E’ vero che il documento non mette in gioco il termine infallibilità in quei livelli inferiori, ma usa termini equivalenti: al secondo grado si parla di “definitività” o “immutabilità”, mentre al terzo si parla di “verità”. Il che vuol dire – e questa è la novità dell’ Ad tuendam Fidem rispetto alla Pastor aeternus – che può esistere un’infallibilità pontificia esplicita (1° grado ) e una implicita (2° e 3° grado).

Ora, siccome anche nei gradi inferiori si tratta di materia di fede, e l’autorità in merito (pontificia) è evidentemente deputata a trattare di materia di fede, non si vede come qui gli insegnamenti potrebbero essere fallibili o falsificabili o mutabili, il che vuol dire semplicemente che non sono sbagliati e in tal senso sono “infallibili”, se le parole devono conservare il senso che ci è dato dal vocabolario.

Del resto, se si insiste a predicare al popolo di Dio che le dottrine del Concilio “non sono infallibili”, che cosa capisce il buon cattolico col suo normale buon senso basato sul vocabolario che sono fallibili?

Gli vuole spiegare che le dottrine del Concilio non sono infallibili però non sono sbagliate? Mi viene in mente l’idea di Rahner che dice che Dio è immutabile, però è mutabile.

P. Giovanni  Cavalcoli, OP

 

LA RISPOSTA DEL PROF. ROBERTO DE MATTEI

Caro direttore,

poiché ha avuto la cortesia di farmi conoscere l’ulteriore intervento di padre Cavalcoli, mi sento nell’obbligo di mettere in rilievo le lacune del suo modus argomentandi.

1. Confusione sul termine e concetto di infallibilità

In primo luogo rileviamo, sul piano logico e semantico, una confusa concezione del concetto e del termine di “infallibilità”.

Infallibile secondo qualsiasi buon dizionario, è colui “che non sbaglia e non può sbagliare[1], mentre “fallibile” non è colui che sbaglia, ma colui che è “soggetto a sbagliare[2]. Mentre infallibile coincide con “verace”, fallibile non significa necessariamente “fallace”. Dire che una proposizione è fallibile, non significa dire che invece di essere vera, è necessariamente sbagliata; significa dire che potrebbe non essere vera. Chi è fallibile, insomma, a differenza di chi è infallibile  non è esente dalla possibilità di errore.

Ritenere che il Concilio Vaticano II, in quanto pastorale, è stato “fallibile”, non significa sostenere che sia stato in sé, fallace. Significa dire che alcune sue affermazioni possono essere state erronee od equivoche e quindi correggibili alla luce della Tradizione della Chiesa. Così è, ad esempio, per la dichiarazione Dignitatis Humanae sulla libertà religiosa.

Affermare invece, come padre Cavalcoli, ed altri autori,  che il Magistero di un Papa o di un Concilio, deve essere sempre e comunque considerato, almeno de facto, infallibile, porta a pericolose conseguenze.  In questo caso i cattolici avrebbero dovuto seguire papa Liberio, quando nel 357 approvò la formula semiariana di Sirmio, scomunicando sant’Atanasio, e avrebbero dovuto approvare papa Onorio, quando nel 634 abbracciò l’eresia monotelita, condannando san Sofronio.

2. Uso improprio dell’Istruzione Ad TuendamFidem

In secondo luogo padre Cavalcoli si appoggia impropriamente alla Lettera Apostolica Ad Tuendam Fidei del 18 maggio 1998. Questo documento ci offre una utile chiave ermeneutica quando afferma che nell’insegnamento della Chiesa occorre discernere tra una gerarchia di fonti, a cui corrisponde una gradazione di assenso da parte del fedele. Dice infatti la Ad Tuendam Fidei:

1) sono da credere con ferma fede le verità insegnate sia dal Magistero solenne e straordinario, che da quello ordinario e universale, Magistero quest’ultimo, spiega la Congregazione per la Dottrina della Fede, che deve essere inteso in senso diacronico e non solo necessariamente sincronico, nella sua estensione non solo nello spazio, ma soprattutto nel tempo, come continuità con la Tradizione;

2) sono da accogliere fermamente e ritenere anche e tutte e singole le verità circa la dottrina che riguarda la fede o i costumi proposte dalla Chiesa in modo definitivo;

3) occorre aderire con religioso ossequio della volontà e dell’intelletto alle dottrine che il Romano Pontefice o il Collegio dei Vescovi propongono quando esercitano il loro magistero autentico, sebbene non intendano proclamarle con atto definitivo.

Il fatto che esistano tre distinti livelli e che per il terzo si parli di “dottrine” e non di verità, e di ossequio della volontà e dell’intelletto, invece che di assenso di fede, dimostra l’esistenza di una chiara gerarchia delle fonti, da cui scaturiscono importanti conseguenze. Se infatti il cattolico dovesse rilevare un contrasto tra le dottrine non definitive né infallibili  del terzo grado e le verità definitive del secondo, o addirittura infallibili del primo, egli sarebbe tenuto a dare la precedenza al livello superiore  su quello inferiore, o comunque a interpretare la dottrina di terzo grado alla luce di quella di primo e secondo, e non viceversa.

In tema di libertà religiosa ad esempio, se le dottrine proposte con magistero autentico, ma non infallibile, dal Concilio Vaticano II (terzo grado), sembrano in qualche punto discostarsi dalle verità insegnate dal Magistero ordinario e universale (e quindi infallibile) dei Papi, è evidente che bisognerebbe attenersi al primo grado, rifiutandosi di scivolare sul terzo. Non si può chiedere un “ossequio religioso della volontà e dell’intelletto” a dottrine che non hanno lo stesso valore teologico del Magistero infallibile, straordinario od ordinario che esso sia. Per questo, nei momenti di crisi della Chiesa, come quello che viviamo, la “regula fidei” è la Tradizione, che non è altro che il Magistero di primo e secondo grado, che non può essere contraddetto dal terzo. Altrimenti si è costretti, come fa padre Cavalcoli a spiegare l’equivocità di alcuni passaggi del Vaticano II con “fughe in avanti”, inventandosi uno “sviluppo” della Tradizione, laddove c’è solo evidente difformità con essa.

3. Misconoscenza dell’insegnamento della Pastor Aeternus

Del resto un documento pur autorevole, quale la Ad TuendamFidem, non può contraddire un testo infallibile come la costituzione dogmatica Pastor Aeternus del Concilio Vaticano I, che, vale la pena ripeterlo, ha irrevocabilmente stabilito la necessità di tre requisiti perchè un documento pontificio possa essere considerato infallibile. Ovvero:

1) che il documento sia promulgato dal Papa, con o senza il Concilio a lui unito;

2) che la materia riguardi la fede o i costumi;

3) che ci sia, da parte del Papa, l’intenzione di definire e di obbligare i fedeli a credere l’oggetto della definizione.

Nel caso dei sedici documenti del Concilio Vaticano II manca sempre il terzo elemento, e talvolta anche il secondo (ad esempio l’Inter mirifica). Il che significa che tali documenti possono essere sottoposti, con tutta la prudenza del caso, a discussione, a interpretazione, a revisione. E’ questa la strada aperta da Benedetto XVI, con il discorso del 22 dicembre 2005, e percorsa da apprezzati studiosi come mons. Brunero Gherardini, il prof. Paolo Pasqualucci  e tanti altri.

Possibile che padre Cavalcoli misconosca l’insegnamento della Pastor Aeternus e preferisca stare con gli anti infallibilisti di ieri (che sono i superinfallibilisti di oggi) piuttosto che con Pio IX e la tradizione teologica della Chiesa?

Ho conosciuto e stimato il Servo di Dio Tomas Tyn, della cui causa di beatificazione padre Cavalcoli è postulatore, e imploro la sua assistenza dal cielo perché lo illumini e ci illumini nei tempi di estrema difficoltà in cui viviamo.

Con stima

Roberto de Mattei

Donazione Corrispondenza romana