Il testo che riportiamo segue quello pubblicato la settimana scorsa ed è tratto dal capitolo II del volume II (La singolare missione di Maria SS.) dell’opera La Madonna secondo la fede e la teologia (Libreria editrice F. Ferrari, Roma 1953) del noto mariologo padre Gabriele Roschini osm (1900-1977), religioso dell’Ordine dei Serviti.
4. Divisione della trattazione
Proveremo la cooperazione immediata di Maria SS. alla Redenzione con argomenti tratti:
- dall’insegnamento del Magistero ecclesiastico,
- dalla Sacra Scrittura,
- dalla Tradizione e
- dalla ragione teologica.
Art. II – L’insegnamento del Magistero ecclesiastico
Il Magistero ecclesiastico – come è noto – si esercita in due modi: dallo stesso Romano Pontefice (sia direttamente, sia indirettamente, sia per mezzo delle Congregazioni romane) e dai Vescovi sparsi per tutto l’orbe cattolico, nonché per mezzo della Liturgia. Dividiamo perciò questo capo in tre articoli, nei quali esporremo: 1) l’insegnamento dei Romani Pontefici, 2) quello della Liturgia e 3) quello dei Vescovi sulla Corredenzione.
I. L’insegnamento dei Romani Pontefici sulla Corredenzione
Che i Romani Pontefici, supremi Maestri della fede, da Pio IX a Pio XII, abbiano parlato ripetutamente e in più modi della cooperazione di Maria SS. all’opera della nostra Redenzione è cosa fuor d’ogni dubbio, ammessa da tutti. Non tutti, però, sono concordi nel determinare il senso e la portata di tali documenti pontifici: se insegnino cioè la cooperazione immediata della Vergine alla cosiddetta Redenzione oggettiva, oppure se si limitino a insegnare la sola cooperazione mediata alla Redenzione oggettiva e la cooperazione immediata alla Redenzione soggettiva, ossia all’applicazione di tutte le grazie della Redenzione, acquistate immediatamente dal solo Redentore Gesù Cristo.
La stragrande maggioranza dei teologi cattolici, tuttavia, nei vari documenti pontifici – almeno considerati nel loro insieme – vede insegnata la cooperazione immediata di Maria SS. alla Redenzione.
1. Pio IX (1846-1878)
Pio IX, nella Bolla Ineffabilis Deus, insegna che la Vergine SS., «congiunta con Cristo da un vincolo strettissimo ed indissolubile, esercitando insieme con Esso e per mezzo di Esso sempiterne inimicizie contro il velenoso serpente, e riportando sopra di lui un pienissimo trionfo, gli schiacciò il capo col suo piede immacolato». Poco prima aveva asserito che i «Padri e gli scrittori ecclesiastici», nell’oracolo genesiaco detto Protovangelo (Gen 3,15), vi videro designati «Cristo Redentore e Maria» e vi videro «espresse le stessissime inimicizie di entrambi contro il demonio».
Maria SS. – secondo Pio IX – trionfò sopra il serpente infernale, schiacciandogli il capo non solo per mezzo di Cristo (ossia, in modo indiretto), ma anche insieme con Cristo («una cum Illo»), ossia, in modo diretto, avendo avuto con lui le stessissime inimicizie verso il serpente infernale. La Redenzione, infatti, ossia il rovesciamento del potere di Satana sull’umanità (espresso metaforicamente con lo «schiacciamento del capo» del serpente infernale), viene presentata come comune a due cause: Cristo e Maria (subordinatamente a Cristo e dipendentemente da Cristo).
Inoltre, l’identità delle inimicizie («ipsissimae inimicitiae»), ossia della lotta, porta necessariamente con sé l’identità del trionfo, ossia lo schiacciamento del capo del serpente infernale, cioè la Redenzione del genere umano. Ciò è chiaro. Ci sembra quindi del tutto arbitraria l’interpretazione data dal Lennerz e dal Goossens alle suddette parole di Pio IX.
Secondo costoro, le «inimicizie», ossia la lotta con Satana, e lo «schiacciamento del capo», ossia la Redenzione, da parte di Maria SS., non significherebbero altro che la preservazione dal peccato originale, e perciò un’inimicizia e un trionfo puramente passivi e non già attivi. Ma, se fosse così, sarebbe bastato dire che la Vergine ha trionfato sul serpente infernale «per mezzo di Cristo». La Bolla invece aggiunge che trionfò anche «insieme con Cristo» sul serpente infernale.
Trionfare «con Cristo», schiacciando il capo del serpente infernale, non è altro che essere Corredentrice con Cristo, a meno che non si voglia rifiutare il senso ovvio delle parole.
2. Leone XIII (1878-1903)
Leone XIII – il Pontefice del Rosario – in vari luoghi delle sue Encicliche parla della cooperazione attiva di Maria SS. alla Redenzione. Ci limitiamo a due soltanto, i più espressivi.
Nell’Enciclica Iucunda semper del 1894, parlando dei misteri dolorosi (l’agonia nell’orto degli olivi, nel pretorio, ecc.), asserisce che Maria SS., assente col corpo, era presente a tali misteri dolorosi con lo spirito, poiché «già da tempo ella li conosceva bene». Fin da quando conosceva essa tali misteri dolorosi? Fin dal momento – risponde il Papa – dell’Annunciazione, allorché divenne Madre di Dio, e poi fin dalla presentazione del suo divin Figlio al Tempio. A causa di questi due fatti, ossia per la luce che Ella ebbe nel giorno dell’Annunciazione e in quello della Purificazione, fin da quel tempo (ossia fin dall’Annunciazione e dalla Purificazione) divenne partecipe della dolorosa espiazione del Cristo a vantaggio del genere umano, ossia della Redenzione.
La partecipazione, perciò, di Maria SS. alla penosa Redenzione del genere umano non si limitò – secondo il Pontefice – a darci il Redentore nel giorno dell’Annunciazione e ad offrirlo nel Tempio nel giorno della Purificazione, ma si estese a tutti gli altri misteri dolorosi della Redenzione, da Lei ben conosciuti fin dal giorno dell’Annunciazione e della Purificazione («iam tunc extitit consors»).
Fu poi presente non solo con lo spirito (come nei suddetti misteri dolorosi), ma anche col corpo sul Calvario, ove, «mossa da un immenso amore per noi, per averci suoi figli, offrì essa stessa il suo Figlio alla giustizia divina e con Lui morì in cuor suo, trafitta dalla spada del dolore».
Fu dunque intimamente associata al Redentore nell’opera della Redenzione, dal primo fino all’ultimo istante della vita di Lui, dall’Incarnazione alla morte di croce. Ella «immolò il suo Figlio alla giustizia divina» per divenire nostra madre spirituale, per rigenerare cioè l’umanità alla vita soprannaturale della grazia.
Questa soprannaturale generazione collettiva (di tutta l’umanità), scopo della partecipazione continua di Maria SS. a tutti i misteri dolorosi della Redenzione del genere umano e dell’«immolazione» ch’Ella fece del Figlio «alla divina giustizia», non è forse una cooperazione immediata alla cosiddetta Redenzione oggettiva?
Tanto più che tutta questa partecipazione della Vergine all’espiazione dolorosa del Redentore viene riallacciata, da Leone XIII, a un «disegno speciale di Dio». Non si tratta, perciò, di quella partecipazione che è naturale, da parte della madre, alle pene del figlio, ma di una partecipazione che rientra nel piano divino della Redenzione, quale è stato stabilito da Dio.
Un altro testo è quello dell’Enciclica Parta humano generi dell’8 settembre 1901. Il Pontefice afferma che, ogni qual volta con l’elogio angelico salutiamo Maria «piena di grazia», da questa ripetuta lode noi, per così dire, raccogliamo ed offriamo alla Vergine delle rose che spandono la soavità del più gradito profumo; ricordiamo l’eccelsa dignità di Maria e la grazia che le è stata largita da Dio per mezzo di Gesù, «frutto benedetto del suo seno»; richiamiamo alla nostra mente i meriti straordinari con i quali Ella ha cooperato col suo Figlio Gesù alla Redenzione degli uomini.
Si tratta quindi di meriti ben distinti da quelli che si acquistò la Vergine SS. con l’atto con cui divenne liberamente Madre del Redentore. Si tratta, perciò, di meriti corredentivi, acquistati dalla Vergine SS. insieme con Cristo, a vantaggio della comune Redenzione del genere umano. Orbene, questa cooperazione mariana alla redenzione dell’umanità (presa collettivamente), per via di merito, non è forse una cooperazione immediata alla cosiddetta Redenzione oggettiva?
Indarno, contro queste logiche conclusioni, si obietta che Leone XIII, in vari altri luoghi, attribuisce la Redenzione oggettiva a Cristo soltanto. Ma è facile rispondere che si può affermare benissimo che Cristo ci ha redenti, senza escludere per questo la cooperazione immediata di Maria SS. alla Redenzione. Tanto più che solo Cristo è – come si esprime Leone XIII – il «Redentore perfetto», mentre la Vergine SS. è, per se stessa, corredentrice imperfetta, poiché tutti i suoi meriti corredentivi traggono la forza dai meriti redentivi di Cristo.
Nelle lettere di Leone XIII non solo non si trova alcuna espressione che escluda la cooperazione immediata di Maria alla Redenzione, ma si trovano espressioni che – come abbiamo già visto – la insegnano in modo sufficientemente chiaro per chi le legge scevro da pregiudicate opinioni. Si può infine osservare che Leone XIII ha insistito vigorosamente sul nesso che lega la cooperazione immediata di Maria nella distribuzione di tutte le grazie alla sua cooperazione nell’acquisto delle medesime.
3. B. Pio X (1903-1914)
Nell’Enciclica Ad diem illum del 1904 si ha una splendida testimonianza della cooperazione immediata di Maria SS. alla Redenzione. Egli infatti insegna – ecco in sintesi il suo pensiero – che Maria SS. non solo ha fornito al Redentore «la materia della sua carne, affinché fosse approntata la vittima per la salvezza degli uomini», ma ebbe anche «il compito di custodire e di nutrire la vittima, e di porla a suo tempo sull’altare». Di qui derivò tra Madre e Figlio quella comunanza di vita e di dolori, specialmente quando stette sotto la croce, in cui «il suo Unigenito veniva offerto per la salvezza del genere umano; e tanto partecipò ai suoi dolori!…». Per questa comunanza di dolori e di volontà fra Maria e Cristo, Ella «meritò di diventare la Riparatrice del genere umano perduto» e, perciò, la dispensatrice di tutti i doni che Gesù ci ha conquistati con una morte cruenta.
Non neghiamo che la distribuzione di tali doni appartenga per diritto proprio e privato a Cristo, perché è solo dalla sua morte che ci sono stati procurati, ed Egli solo, per il suo potere, è il Mediatore fra Dio e gli uomini. Tuttavia, stante la suddetta comunanza di dolori e di afflizioni tra la Madre e il Figlio, fu concesso alla Vergine augusta di divenire «la più potente mediatrice e conciliatrice di tutta la terra presso l’Unigenito suo Figlio».
La fonte, adunque, è Cristo, e «della pienezza di Lui tutti abbiamo ricevuto» (Io. 1,16). Maria, invece, come opportunamente nota san Bernardo, è «l’acquedotto» (S. Bern., Serm. de temp., in Nativ. B. V. de Aquaeductu, n. 4), oppure il collo mediante il quale tutti i doni spirituali sono comunicati al corpo mistico.
È pertanto chiaro che non intendiamo affatto attribuire alla Madre di Dio il potere di produrre quella grazia soprannaturale, potere che, invece, compete soltanto a Dio. Ma, poiché Ella supera tutti nella santità e nell’unione con Cristo, e poiché da Cristo fu associata all’opera della nostra salvezza, ci merita «de congruo», come dicono i teologi, ciò che Cristo ci meritò «de condigno».
Con queste parole insegna forse il B. Pio X una cooperazione prossima di Maria SS. alla Redenzione? Molti l’affermano, ben pochi lo negano. Le ragioni di coloro che affermano ci sembrano ben forti, mentre quelle di coloro che negano ci sembrano sofistiche. Vediamole, anzi, pesiamole.
a) Il B. Pio X, nel testo citato, fa una netta distinzione fra una cooperazione prossima alla cosiddetta Redenzione oggettiva («per questa comunanza di dolori e di volontà fra Maria e Cristo, Ella meritò di divenire la riparatrice del genere umano perduto») e la cooperazione prossima alla cosiddetta Redenzione soggettiva («e perciò meritò di diventare la dispensatrice di tutti i doni che Gesù ci ha conquistati con una morte cruenta»).
La clausola «tutti i doni che Gesù ci ha conquistati con una morte cruenta» è assertiva e non già esclusiva; ossia, quelle parole non escludono affatto – come vorrebbero gli avversari – il merito di congruenza di Maria, come non escludono tutte le altre azioni meritorie della vita di Cristo. Tutti i doni dispensati da Maria SS. vengono attribuiti semplicemente, dal B. Pio X, al «merito della morte di Cristo», per la semplice ragione che il merito propriamente detto è quello di stretta giustizia (de condigno), che è proprio di Cristo soltanto, e non già il merito di pura congruenza (de congruo), proprio della Vergine SS., merito che trae tutto il suo valore dal merito di Cristo.
Ciò non ostante, anche questo merito, impropriamente (analogicamente) detto, rimane sempre qualcosa di voluto da Dio per la nostra salvezza, affinché la Redenzione fosse rispondente alla prevaricazione. Inoltre, il Pontefice non dice che quei doni distribuiti da Maria sono stati procurati dalla sola morte di Cristo (con esclusione della cooperazione di Maria), ma dalla morte del solo Cristo, cioè che il solo Cristo è morto per acquistarci tali grazie: cosa ovvia e verissima, ma che non esclude in alcun modo la cooperazione di Maria.
A chi poi obiettasse che quasi in tutto il documento si parla della sola distribuzione delle grazie (ossia della cosiddetta Redenzione soggettiva), si può rispondere che, pur ammettendo ciò, non ne segue nulla contro la nostra interpretazione, poiché questa non viene affatto esclusa, anche se venga insegnata per transennam. Era del resto naturale che, pur intendendo parlare principalmente della cooperazione di Maria SS. alla distribuzione di tutte le grazie, si facesse almeno un cenno al fondamento di tale cooperazione: l’associazione all’acquisto delle medesime. E così, in realtà, è stato fatto.
b) Secondo il B. Pio X, la cooperazione di Maria SS. alla distribuzione di tutte le grazie (la cosiddetta Redenzione soggettiva) è fondata nella cooperazione della medesima all’acquisto di tutte le grazie (alla cosiddetta Redenzione oggettiva). Dice infatti: «e perciò (atque ideo) meritò di diventare la dispensatrice di tutti i doni…», in senso causale-consecutivo e non già in senso esplicativo (cioè), come vorrebbero arbitrariamente e contro ogni legge grammaticale gli avversari della cooperazione immediata.
c) L’estensione della cooperazione di Maria SS. all’acquisto di tutte le grazie è insegnata in modo chiarissimo: tutto ciò («quae») che Cristo ci ha meritato per stretta giustizia (de condigno), Maria SS. ce l’ha meritato per congruenza (de congruo). Contro questa ovvia asserzione, gli avversari obiettano che qui il Sommo Pontefice intende parlare di un merito impetrativo e non già di un merito corredentivo.
La ragione di tale interpretazione sarebbe questa: quando il Pontefice parla del merito di Cristo usa il tempo passato («promeruit»), mentre quando parla del merito di Maria usa il tempo presente («promeret»), il quale indicherebbe l’attuale intercessione di Maria SS. in cielo. Ma questa interpretazione è inconciliabile con le parole che precedono immediatamente: «poiché da Cristo fu associata all’opera della nostra salvezza…», parole che esprimono, evidentemente, la cooperazione alla cosiddetta Redenzione oggettiva. Inoltre, la suddetta interpretazione è ancora più inconciliabile con l’espressione tecnica «meritare de congruo», opposta all’altra espressione, parimenti tecnica, «meritare de condigno».
Orbene, se l’espressione «meritare de condigno», quando è detta di Cristo, esprime un merito redentivo propriamente detto, ne segue che l’espressione parallela «meritare de congruo» deve esprimere un merito corredentivo (e non già impetrativo) propriamente detto, merito che in cielo è del tutto impossibile. Tanto più che il Pontefice cita un effato già comune presso i teologi («uti aiunt»); ne segue, perciò, che Egli lo usa nello stesso senso in cui viene comunemente usato dai teologi, ossia nel senso di merito strettamente detto.
Si può infine osservare che, dopo l’Enciclica del B. Pio X (fino a Lennerz e Goossens), un tale effato è stato sempre interpretato come merito corredentivo propriamente detto, e non già come un merito impetrativo, ossia un merito impropriamente detto. Ciò posto, è chiaro che il tempo presente («promeret») è un presente storico, che si è soliti usare per significare un tempo passato. Un tale presente storico è stato usato, evidentemente, per evitare una poco simpatica omofonia («promeruit… promeruit»).
Non è mancato, infine, chi ha rilevato che il Pontefice chiama Maria SS. Mediatrice «presso il suo Figlio» e non già «presso Dio», e ne ha dedotto che con ciò Egli intendesse insegnare l’intervento della Vergine SS. nella cosiddetta Redenzione soggettiva e non già in quella oggettiva. Ma è facile rispondere che, secondo il contesto, l’asserita mediazione di Maria SS. «presso il Figlio», ossia la sua cooperazione alla cosiddetta Redenzione soggettiva, ha il suo fondamento nella cooperazione alla cosiddetta Redenzione oggettiva.
Dice infatti: «Tuttavia, stante la suddetta comunanza di dolori e di afflizioni tra la Madre e il Figlio, fu concesso alla Vergine augusta di divenire “la più potente mediatrice e conciliatrice di tutte le grazie presso l’Unigenito suo Figlio”». Cade, perciò, l’obiezione.
4. Benedetto XV (1914-1922)
Nella Lettera Apostolica Inter Sodalicia asserisce che «i Dottori della Chiesa sono concordi nell’asserire che la Beata Vergine Maria, la quale parve quasi assente dalla vita pubblica di Gesù Cristo, si trovò invece vicino al suo Figlio mentre andava alla morte ed era affisso alla Croce; e ciò non avvenne senza un disegno divino. Ella cioè patì e quasi morì col Figlio paziente e morente, abdicò ai diritti materni sul Figlio per la salvezza degli uomini e, per quanto dipendeva da lei, immolò il Figlio suo per placare la divina giustizia, di modo che a ragione si può dire che ella abbia redento il genere umano insieme a Gesù Cristo» (AAS 10 , 181 s.).
In questo testo sembra evidente la cooperazione immediata della Vergine SS. alla cosiddetta Redenzione oggettiva. Si accenna infatti agli atti con i quali la Vergine SS. ha cooperato alla nostra Redenzione, vale a dire: ha patito ed è quasi morta col Figlio paziente e morente; ha rinunziato ai suoi diritti materni per la salvezza degli uomini; ha immolato – per quanto a Lei spettava – il Figlio suo per placare la giustizia divina.
In tal modo vengono categoricamente espressi sia la causa (compassione, commorte, abdicazione, immolazione) sia gli effetti o frutti della Redenzione (la placazione della giustizia divina, la salvezza del mondo). Tutto ciò, poi, avvenne «non senza un disegno divino».
È talmente chiara, in questo testo, l’asserzione della cooperazione di Maria SS. alla cosiddetta Redenzione oggettiva, che gli avversari non hanno saputo né potuto obiettare altro che questo: le parole restrittive «per quanto a Lei spettava» ci direbbero che non si tratta ivi di una vera «placazione della giustizia divina» e, perciò, di una corredenzione strettamente detta. Così il P. Lennerz (De Beata Virgine, ed. 3, Romae 1939, p. 232). Ma questa obiezione è ben debole.
Quella «restrizione», infatti, non si riferisce alla «placazione della giustizia divina» – come suppongono gli avversari – ma solo all’«immolazione del Figlio», di modo che il senso ovvio del testo non è che questo: «immolò, per quanto le apparteneva, il suo Figlio, onde placare la divina giustizia».
Inoltre, anche dato e non concesso che quelle parole restrittive debbano riferirsi alla «placazione della giustizia divina» e non già all’«immolazione del Figlio», esse non significano affatto che quella «placazione della giustizia divina» non sia stata vera, ma soltanto che non fu identica (ossia dello stesso valore, de condigno) a quella di Cristo.
Quella clausola restrittiva, quindi, non esclude affatto la cooperazione immediata, ma la circoscrive, la determina, di modo che essa non viene a significare altro che questo: la Vergine SS. placò, «per quanto a Lei spettava», la divina giustizia e, perciò, diede qualcosa per la nostra Redenzione, per cui può dirsi che Ella ha redento, con Cristo, il genere umano.
5. Pio XI (1922-1939)
Nell’Enciclica Explorata res est del 2 febbraio 1923, parlando della cooperazione della Vergine SS. alla cosiddetta Redenzione oggettiva, dichiarava che una tale dottrina era stata espressa «con parole adattissime» («aptissimis verbis») dal suo predecessore Benedetto XV (cfr. AAS 15 , 105).
Non basta. Nella preghiera radiofonica per la chiusura del Giubileo della Redenzione (28 aprile 1935) diceva: «O Madre di pietà e di misericordia, la quale, come compaziente e Corredentrice, hai assistito il dolcissimo Figlio tuo mentre operava la Redenzione del genere umano sull’altare della Croce…, conserva ed aumenta ogni giorno più in noi, te ne preghiamo, i frutti preziosi della Redenzione e della Compassione» (cfr. L’Osservatore Romano, 29–30 aprile 1935).
Due cose, in questo testo recitato dal Pontefice in un momento particolarmente solenne, esprimono chiaramente la cooperazione immediata di Maria SS. alla cosiddetta Redenzione oggettiva, vale a dire: 1) la «Compassione corredentrice» di Maria SS. insieme alla «Passione redentrice» di Cristo; 2) il frutto immediato sia della Passione redentrice di Cristo sia della «Compassione corredentrice» di Maria SS.: tutte le grazie che ci vengono distribuite.
Queste grazie, che ci vengono applicate, hanno dunque – secondo il Pontefice – una duplice causa: la Passione redentrice di Cristo e la «Compassione corredentrice» di Maria. Interpretare in senso diverso da questo le parole del Pontefice mi sembra non sia altro che travisarle, per non far loro dire quello che realmente esse dicono.
Ma anche in altre occasioni il suddetto Pontefice ha espresso in modo inequivocabile tale cooperazione immediata di Maria SS. alla Redenzione. Così, per esempio, nel discorso rivolto il 30 novembre ai pellegrini della diocesi di Vicenza, affermava: «Il Redentore non poteva, per necessità di cose, non associare la Madre sua alla sua opera, e per questo noi la invochiamo col titolo di Corredentrice. Essa ci ha dato il Salvatore, l’ha allevato all’opera della Redenzione fino sotto la croce, dividendo con Lui i dolori dell’agonia e della morte, in cui Gesù consumava la Redenzione di tutti gli uomini…» (cfr. L’Osservatore Romano, ed. 1933).
Ed altrove asseriva che l’Augusta Vergine, concepita senza colpa originale, venne eletta Madre di Cristo affinché fosse fatta partecipe della Redenzione del genere umano; e per questo ottenne presso il Figlio tanta grazia e potenza che mai la natura umana potrà raggiungere grazia e potenza maggiore (Lett. «Auspicatus profecto», 28 gennaio 1933; cfr. AAS 15, 80).
6. Pio XII (1939-1958)
Più volte ha espresso, in modo sufficientemente chiaro, che cosa pensi intorno alla cooperazione immediata di Maria SS. alla cosiddetta Redenzione oggettiva.
Nel discorso ai pellegrini di Genova, pronunciato il 21 aprile 1940, diceva: «Non sono essi (Gesù e Maria) il novello Adamo e la novella Eva, che l’albero della croce riunisce nel dolore e nell’amore a riparare la colpa dei nostri progenitori dell’Eden, l’uno fonte, l’altra canale di grazia, per rigenerarci alla vita spirituale e alla riconquista della patria celeste?» (cfr. Marianum 2, 403-404).
Nell’epilogo dell’Enciclica Mystici Corporis Christi, asserisce: «Ella fu che, immune da ogni macchia, sia personale che ereditaria, e sempre strettamente unita col Figlio suo, lo offerse all’Eterno Padre sul Golgota, facendo olocausto di ogni diritto materno e del suo amore materno, come novella Eva, per tutti i figli di Adamo contaminati dalla miseranda prevaricazione di costui. Per tal modo, Colei che quanto al corpo era la Madre del nostro Capo poté divenire, quanto allo spirito, madre di tutte le membra, con nuovo titolo di dolore e di gloria» (AAS 35, 247).
In questo testo il Pontefice, oltre al principio di associazione, esprime la cooperazione di Maria SS. alla Redenzione a modo di sacrificio («offrì Gesù all’Eterno Padre sul Golgota, facendo olocausto di ogni suo diritto materno, come novella Eva»): asserzioni che esprimono – a quanto sembra – la cooperazione prossima di Maria SS. alla Redenzione.
Si osservi, inoltre, che l’applicazione anticipata della Redenzione alla Vergine SS. avvenne appunto perché essa – Immacolata – potesse cooperare, quale novella Eva, alla Redenzione degli altri. È vero che, poco dopo, lo stesso Pontefice esprime la cooperazione di Maria SS. alla cosiddetta Redenzione soggettiva; ma questa cooperazione non esclude affatto la cooperazione immediata – anteriormente asserita – alla cosiddetta Redenzione oggettiva, che si identifica con la sua maternità spirituale.
Nel Radiomessaggio del 13 maggio 1946 per le celebrazioni mariane di Fatima, confermando quanto aveva precedentemente asserito, Pio XII dice che «il Figlio di Dio riflette sulla Madre celeste la gloria e la maestà, l’impero della sua regalità; – perché associata come Madre e Ministra al Re dei martiri nell’opera ineffabile dell’umana Redenzione, gli è per sempre associata, con un potere quasi immenso, nella distribuzione delle grazie che dalla Redenzione derivano» (cfr. L’Osservatore Romano, 19 maggio 1946).
Infine, nell’Enciclica Munificentissimus Deus, il Sommo Pontefice Pio XII ripetutamente chiama la Vergine SS. «alma Socia del Divin Redentore», ossia Corredentrice. Il senso poi in cui egli usa questo termine appare chiaro dal testo seguente: «Fin dal secolo II, Maria Vergine viene presentata dai santi Padri come nuova Eva, strettamente unita al nuovo Adamo… in quella lotta contro il nemico infernale che, come è stato preannunziato dal Protovangelo (Gen 3,15), si sarebbe conclusa con la pienissima vittoria sul peccato e sulla morte».
Ciò posto, mi sembra che non si possa prudentemente dubitare dell’insegnamento dei Romani Pontefici sopra un punto così capitale per la Mariologia e per la stessa fede cattolica.