Dario Fo: “La Chiesa mi censura lo spettacolo”. Ma il Vaticano non ne sa niente

Dario FoCerto far la vittima della censura procura sempre un’ottima pubblicità. Questa volta il Premio Nobel Dario Fo cerca il ruolo del martire, sostenendo che gli avrebbero negato l’Auditorium Conciliazione di Roma, dove si sarebbe dovuto tenere un suo spettacolo tratto da un libro di Franca Rame.
Era già giunto alle conclusioni: “
Ciò significa buttare un’ombra lunga e grigia sullo splendore e la gioia che papa Francesco ci sta regalando”.
Peccato che il Vaticano non ne sapesse nulla. Padre Lombardi ha infatti dichiarato: “
Nessuna autorità vaticana sapeva nulla: né la proprietà dell’Auditorium, né la Segreteria di Stato, né i pontifici consigli della cultura e delle comunicazioni sociali”.
Quindi? Evidentemente si tratta solo dell’ennesima trovata commerciale, fatta a discapito della Chiesa in odore di inquisizione.
All’epoca, si parla del 1962, la censura era servita al Fo come trampolino di lancio. Come riporta il Corriere: “
Se Fo e Rame avessero continuato, forse li avremmo confusi con Alberto Lionello e Lauretta Masiero, Corrado e Raffaella Carrà. Quella censura, invece, è stata la loro fortuna”.

Ma non sarebbe ora di smetterla con questi luoghi comuni sulla Chiesa?
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3 novembre 2013
Fo e il teatro vaticano negato
L’eterno gioco della censura

I veti sono stati la sua fortuna da quando fu epurato dalla Rai

Dario Fo: «La Chiesa mi censura». È tornata la Santa Inquisizione? È pronto un rogo per bruciare i libri dell’illustre teatrante? Il problema pare più circoscritto. Secondo Fo, il Vaticano gli avrebbe negato l’Auditorium Conciliazione di Roma dove si sarebbe dovuto tenere un suo spettacolo tratto da un libro di Franca Rame: «Ora – ha dichiarato Fo – tanti teatri a Roma vorranno lo spettacolo. Com’è successo anche quando ci hanno cacciati dalla Rai. Siamo diventati una delle compagnie che faceva i maggiori incassi in Italia».

Il portavoce della Santa Sede, padre Lombardi, ha chiarito: «Nessuna autorità vaticana sapeva nulla: né la proprietà dell’Auditorium, né la Segreteria di Stato, né i pontifici consigli della cultura e delle comunicazioni sociali».
A Fo piace giocare al censurato perché sa bene che la censura, questo demone insolente e capriccioso, è stata la sua fortuna. Fin dai tempi di Canzonissima 1962, quando se ne andò dalla Rai perché una sua gag sulla sicurezza nei cantieri edili era stata censurata. Se Fo e Rame avessero continuato, forse li avremmo confusi con Alberto Lionello e Lauretta Masiero, Corrado e Raffaella Carrà. Quella censura, invece, è stata la loro fortuna. Lontano dal video, Fo ha iniziato la sua battaglia contro il «potere», praticando quel teatro politico che gli è valso persino il premio Nobel. Del resto, come ammonisce Karl Kraus, «le satire che il censore capisce vengono giustamente proibite».

Ma Fo, ora che i media fanno a gara per ospitarlo, non si rassegna: «Ciò significa buttare un’ombra lunga e grigia sullo splendore e la gioia che papa Francesco ci sta regalando». Papa Bergoglio, poer nano. Nella democratica società dello spettacolo, la censura trasforma il consumo culturale in sfida, in creatività. La censura crea la vittima, e quindi l’eroe. Gli anni d’oro del cinema hollywoodiano coincidono con quelli in cui vigeva il «codice Hays». I libri si amano quando la lettura è negata, non quando li suggeriscono le Concite in tv.
La censura, dalle nostre parti, basta un’ombra d’ironia per sconfiggerla. E poi a Roma, caro Fo, c’è sempre a disposizione la Fondazione Teatro Valle Bene Comune, dove si può persino aggirare la Siae, sacra dispensatrice di diritti d’autore.

Fonte: Corriere.it

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