DANIMARCA: l’integrazione dei musulmani è possibile?

Nicolai Sennels, 33 anni, è psicologo e ha lavorato per le autorità di Copenaghen per diversi anni. Dal 2005 al 2008 ha operato nel carcere di Sønderbro. Nel febbraio 2009 ha pubblicato il libro Tra i criminali musulmani, l’esperienza di uno psicologo a Copenaghen, in cui tratta l’approccio psicologico dei musulmani di fronte alla rabbia, alle emozioni e alla religione. La sua ricerca è fondata sulle centinaia di ore di osservazione durante i trattamenti terapeutici di 150 giovani musulmani detenuti nel carcere giovanile di Copenaghen. Attualmente il 70% dei carcerati di Copenaghen è costituito da giovani di cultura musulmana.

Da un rapporto pubblicato dalla Banca nazionale emerge che i costi di un musulmano straniero ammontano a più di due milioni di corone danesi (300.000 euro) in aiuti sociali, dovuti al basso tasso di occupazione all’interno di questa fetta di popolazione. A ciò si aggiungano tanti altri tipi di aiuti sociali che i disoccupati percepiscono: le spese per gli interpreti, le classi speciali nelle scuole, il lavoro sociale, i poliziotti supplementari, ecc. «Il mio intervento – dichiara Sennels – ha determinato un’ingiunzione legale, una sorta di sanzione professionale, che indica che se reiterassi i miei propositi sarei licenziato. Secondo le autorità di Copenaghen è permesso affermare che i problemi riscontrati dai musulmani sono causati dalla povertà, dalla polizia, dagli stessi danesi, dai politici, ecc. Su due cose non è ammesso discutere: 1) sull’importanza della cultura e 2) sulla responsabilità degli stranieri quanto alle loro difficoltà d’integrazione nelle nostre società».

Per Sennels l’approccio occidentale a un comportamento delinquente è incomprensibile per i musulmani. Essi interpretano la nostra cultura del dialogo come una debolezza. Secondo loro «l’aggressività dà uno statuto inferiore nelle nostre culture, ma uno statuto più elevato nella cultura musulmana».

Sennels considera sbagliata l’idea che l’aggressività degli immigrati derivi dalla povertà e ci invita a chiederci se «la gente ha problemi sociali perché è povera oppure diventa povera perché ha problemi sociali. Un quarto di tutti i giovani musulmani in Danimarca non ha una fedina penale pulita. È il comportamento asociale che rende poveri e non l’inverso. Purtroppo molti politici vedono nella povertà la principale causa dei problemi di integrazione. Ritengo che sia un punto di vista orribile e unidimensionale sulle persone povere e sugli individui in genere. L’idea che il comportamento della gente sia determinato dalla quantità di denaro sul conto in banca è un punto di vista estremamente limitato».

In conclusione «direi che gli ottimisti, le persone che dicono che l’integrazione è possibile, hanno una grande responsabilità. Fanno correre grossi rischi incoraggiando una speranza o un sogno senza fondamento nella realtà. Saranno responsabili del fatto che l’Europa distoglie lo sguardo e non affronta questi problemi finché non è troppo tardi. Dobbiamo far cessare l’immigrazione dai Paesi musulmani verso l’Europa fino a quando non avremo provato che l’integrazione dei musulmani è possibile. Poi dobbiamo aiutare i musulmani, che non vogliono o non sono in grado di integrarsi nelle nostre società occidentali, a dare un nuovo senso alla loro esistenza in una società che comprendono meglio e che li comprende. Attualmente disponiamo dei mezzi economici per farlo. Come ho detto prima, la Banca nazionale danese ha calcolato che gli immigrati musulmani costano 300.000 euro in media. Con questo denaro potremmo aiutarli a condurre una vita felice in un Paese musulmano, evitando loro di doversi integrare in una società che non comprendono e che, di conseguenza, non possono accettare» (“EuroNews”, maggio 2009).

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