Dalla prima linea dell’epidemia

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(Mauro Faverzani) Desolazione, dolore e lutto: sono questi i sentimenti, che dominano a Cremona, città posta quasi subito in prima linea in questa lotta titanica contro il microscopico Coronavirus «Covid-19», poiché qui, presso il locale Ospedale, sono giunti molti, moltissimi dei contagiati e dei malati provenienti dal vicino epicentro, collocato a livello nazionale a Codogno e Lodi.

I numeri, del resto, parlano da soli: nonostante da noi fossero state adottate immediatamente le restrizioni poi rese nazionali, i dati ufficiali, gli ultimi disponibili al momento in cui scrivo, indicano come tra venerdì e sabato scorsi solo in provincia di Cremona i casi di contagio siano 221 in più, giungendo a quota 1.565, 112 i morti; nello stesso periodo, in Lombardia sono risultati 11.685 coloro che sono risultati positivi al virus, 1.865 nel giro di sole ventiquattr’ore; 966 le vittime.

Benché ora inizino ad arrivare aiuti concreti, dalla Regione come dalla povera gente, dalle associazioni, dalle categorie economiche, dalle istituzioni, la nostra Sanità è ormai allo stremo, devastata dalla quantità e dalla qualità delle tipologie cliniche quotidianamente trattate. Ogni giorno l’eliambulanza trasferisce pazienti presso altre strutture, per distribuire la geografia degli interventi medici ed evitare il sovraccarico delle scorse settimane, ma la situazione resta pesante: non a caso, era cremonese quell’infermiera crollata per la fatica sul tavolo, ormai priva di energie, ritratta nella foto divenuta poi “virale” sulla stampa nazionale. Altrove – Bergamo, Brescia,… – i numeri, divenuti in fretta ben più importanti di quelli cremonesi, indicano come altre province stiano ora sperimentando quel picco, che qui è già giunto e che, tutto sommato, non pare ancora potersi considerare alle spalle.

Ma quel che i numeri non dicono e che le statistiche non raccontano è lo smarrimento di una comunità, che si scopre fragile, indifesa, vulnerabile; una comunità, ferita non solo nella carne, nelle corsie di ospedale, in cui i pazienti sono lasciati soli, isolati, lontani dai propri cari, ma ferita anche nei propri affetti più cari: chiunque di noi può raccontare di parenti ed amici malati, degenti chissà dove, e purtroppo può raccontare anche di morti. Ho appena saputo del decesso di mons. Vincenzo Rini, per oltre trent’anni direttore del settimanale diocesano La Vita Cattolica, ma noto nel panorama editoriale nazionale anche come presidente dell’agenzia Sir della Cei e, prima ancora, dei settimanali cattolici della Fisc.


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Un sacerdote amico, il parroco di Grontardo, don Franz Tabaglio, si sa esser ricoverato in condizioni molto gravi: ha 56 anni e, che mi risulti, non lamenta patologie pregresse… Come noto, lo stesso Vescovo di Cremona, mons. Antonio Napolioni, ha contratto il Coronavirus: le sue condizioni restano stabili, benché in progressivo miglioramento. I necrologi del quotidiano locale La Provincia, dall’inizio dell’epidemia, si sono moltiplicate e fotografano una situazione davvero difficile.

Chi vive, vive senza Santa Comunione e senza celebrazioni. Pochissimi i sacerdoti disposti a confessare chi sia disposto a sfidare i controlli delle forze dell’ordine, spesso sin troppo zelanti nell’interpretare le disposizioni governative in senso restrittivo e ad attribuir valore al solo pane materiale, minacciando viceversa sanzioni a chi desideri quello spirituale.

Chi muore, invece, muore senza assistenza spirituale e senza funerale: solo la benedizione di un prete al cimitero sulla salma ed alla presenza di un solo familiare, massimo due. Altro non è concesso. Il deserto, qui, non è solo quello delle strade, praticamente vuote, lacerate solo dal frequente, assordante suono delle sirene delle ambulanze; è prima di tutto il deserto di anime sole, in gran parte scopertesi, dopo aver assorbito anni di laicismo militante, d’indifferenza religiosa e d’analfabetismo catechistico, incapaci di guardare oltre, di coltivare la speranza, di immaginare un livello metafisico, di affidarsi ad un Dio, che non conoscono.


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È questa la miseria più grande, oggi, poiché priva, deruba di senso tutto quel che accade, impedisce d’intuire la trama di un progetto provvidenziale, che anche così vuole esprimersi, attraverso la prova e la sofferenza. Non resta che pregare. E lo stesso pregare oggi acquista un senso decisamente nuovo, per molti versi inedito: le parole acquisiscono tutto un altro significato, conoscono modalità nuove, un altro “sapore”, forse più crudo ma anche più vero, più genuino, più profondo. Invitano alla sequela, alla sequela di Cristo, che adesso può più facilmente esser intuito anche da chi, con cuore onesto e sgombro da ideologie, non lo avesse finora conosciuto e non lo avesse finora mai chiamato. Nulla sarà più come prima per quanti sopravvivranno a quest’esperienza. Se ne uscirà comunque cambiati. In peggio, se rimarremo vittime della disperazione. Ma in meglio, decisamente in meglio, se capaci di affidarci a Dio. Più genuinamente umani ed attenti davvero all’essenziale. Tornando ad una gerarchia di valori dimenticata troppo a lungo, eppure sempre efficace, sempre vera, perché capace di farci guardare, finalmente, in prospettiva, capace di darci un senso, di donarci una speranza, di aprirci alla certezza del Padre. 

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