Dal natio borgo selvaggio. Un difensore della fede nel Mugello

(di Cristina Siccardi) È un impasto dal sapore guareschiano quello realizzato da Pucci Cipriani, un impasto che odora di cose belle e buone, di battaglie giuste e sane. L’affresco non riguarda, geograficamente parlando, la bassa padana emiliana di Don Camillo e Peppone, bensì la zona centrale del Mugello, occupata da Borgo San Lorenzo, poggiato sulle antiche terre etrusche, dei Romani poi, nonché, secoli dopo, dei Granduchi di Toscana.

Qui palpita il cuore di un uomo che custodisce un patrimonio di storia e di cultura toscana non subita, ma vissuta palmo a palmo e che ritroviamo nell’accattivante narrazione che ha realizzato nel suo ultimo libro, Dal natìo borgo selvaggio. Quando ancora c’era la Fede e si pregava in latino (Solfanelli, pp. 271, € 19,00).

La prosa assume una fisionomia allettante, costituita sia da una venatura poetica, sia dalla vispolemica, squisitamente toscana, dove realismo ed ironia si guardano ammiccanti: «Quand’ero ragazzo – e non dico il tempo che è passato… perché mi mette angoscia – pochi avevano la televisione ed era meglio così. A sera si cenava, in famiglia, e si parlava anche tra di noi… ora, il più delle volte, ognuno cena per sé perché la donna, con le ultime conquiste, finalmente si è liberata dalle catene del maschilismo e da quella istituzione borghese che è la famiglia, per cui non si sognerebbe più di mettersi a cucinare, figuriamoci poi a rigovernare, a spazzare, a “dare il cencio” o – Dio non lo voglia – a cifrare i lenzuoli, a fare qualche bel ricamo; ora che anche la donna è diventata “uguale” (sic) all’uomo, ad aprire le scatolette ci pensa il marito […]» (p.59).

Cipriani è un uomo schietto, trasparente, affidabile nel tempo, proprio come attesta Massimo de Leonardis nella prefazione al testo (di cui gode anche di una postfazione di Cosimo Zecchi): «Nel non sempre lineare mondo del tradizionalismo italiano l’opera di Pucci Cipriani spicca per coerenza e continuità. Non nostalgismo un po’ folkloristico, non papismo servile e opportunistico fino al tradimento della Tradizione, ma una limpida battaglia per il Trono e l’Altare, la Croce e la Corona. In particolare mi piace ricordare Controrivoluzione[rivista fondata Cipriani e giunta al 125° numero, ndr] non ha mai tentennato nella devozione verso il grande difensore della Fede Mons. Marcel Lefebvre e nel sostegno delle sue opere» (p. 13).

Editore, scrittore politico, industrioso organizzatore di eventi, giornalista sagace e sapido, insegnante, nonché letterato e memorialista, egli è testimone e cantore di una Toscana diversa, come manifesta il titolo di un suo bellissimo libro (2005), L’altra Toscana. Diario di un Conservatore. E un’altra Toscana la ritroviamo, come proseguo, anche in quest’ultimo volume, dove i cenni autobiografici fanno da traino ad una narrazione articolata e ricca di una civiltà toscana e cristiana, vissuta nel quotidiano, che altrimenti andrebbe perduta.

Grazie a queste pagine, piene di calore e di spontaneità, rimembriamo realtà da noi stessi vissute, anche se in modalità differenti, quelle, per esempio, raccontate dai miei genitori, non toscani, ma piemontesi. Ed ecco che, non a caso, incontro piacevolmente il poeta che a scuola non si studia più, Renzo Pezzani, vissuto per diversi anni nella collinare e verdeggiante Castiglione Torinese, un tempo pennellata dalla coltivazione delle succulente fragole subalpine.

Viene riportata una sua lirica, Preghiera per l’eroe, dedicata ai caduti della Prima guerra mondiale, che Cipriani estende ai caduti di tutte le guerre: «Il più giovane, il più forte/con il sangue della faccia/e la croce delle braccia/disarmatodalla morte,/fu sepolto in questo prato/con le stelle di soldato,/senza bara né sudario/senza fiato di preghiera,/sotto un po’ di terra nera/che somiglia al Tuo Calvario./Diciott’anni andò alla guerra/e sua madre l’aspettò./Or non ha più gente in terra/che gli dica un paternostro/e il suo nome scritto a inchiostro/sotto il sol si cancellò./L’ha falciato la mitraglia/come un filo d’erba dritto:/era un giovane coscritto/non pensava alla medaglia./Se la terra l’imbavaglia,/io per lui ti pregherò./Diciott’anni, o mio Signore,/sono belli da portare./Com’è bella da donare/questa vita quand’è in fiore./Ora il fante contadino/disarmato dalla morte/dorme un sonno di bambino/coricato alle tue porte./O Signore tu lo puoi;/dagli il cielo degli eroi» (p. 25).

Quando l’adorazione era per Dio Uno e Trino, quando la devozione veniva espletata lungo il corso della giornata con il pensiero rivolto alla Madonna, all’Angelo custode,ai Santi, la memoria dei defunti e il parlare di loro era un fatto normale, naturale e i bambini crescevano fra le mura domestiche consapevoli che la vita è solo un pellegrinaggio. Così si diventava uomini e donne, e non perenni Peter Pan. L’autore, che nutre un profondo amore per san Giovanni Bosco, ricorda quando i Padri salesiani facevano fare ai loro alunni gli esercizi della buona morte e insegnavano i cosiddetti «pensieri salutari sulle massime eterne».

Le stagioni battevano i tocchi del lavoro, mentre la Fede quelli delle anime nel loro andare quotidiano. Con il «Cantamaggio» i cosiddetti maggiaioli peregrinavano di casolare in casolare per raccogliere le elemosine da destinare alla Messe per le Sante anime del Purgatorio; il loro cammino prendeva l’avvio all’Ave Maria dell’ultimo giorno di aprile, con sé portavano i loro canti lamentosi, risalenti ai laudesi medioevali. Le tristi melodie s’innalzavano a notte fonda, mentre la gente li attendeva.

L’indomani, il 1° maggio, i giovani, stanchi della nottata passata in strada – oggi c’è la movida, con lo “sballo” alcolico, allucinogeno, sessuale – giungevano al sagrato della chiesa (Borgo San Lorenzo è ricca di chiese, cappelle, santuari, pievi) e di fronte alla popolazione consegnavano al parroco tutto ciò che era stato raccolto. L’autore registra i versi di una di queste laudi sacre, ma anche un canto della processione del Venerdì Santo con il Gesù morto velato, un genere di Via Crucis che ancora si svolge nella parrocchia di San Donato in Poggio per merito di Don Luca Zanaga.

Cipriani indica luoghi e percorsi religiosi, dà un volto, grazie anche a pagine iconografiche, a sacerdoti e laici di una Societas Christiana che è d’obbligo non dimenticare. Molte persone si riconosceranno e rivivranno momenti familiari, parrocchiali, sociali: sono i nostri valori inestimabili che devono essere tramandati ai giovani. Famiglie e clero gettavano il buon seme e lo mettevano in profondità cosicché, prima o poi, sarebbe germogliato.

Scorrono le immagini di don Canuto Cipriani, pievano di Borgo San Lorenzo dal 1915 al 1928; del cardinale Domenico Bartolucci, originario del luogo e che fu Maestro perpetuo della Cappella Sistina, nonché strenuo difensore del canto gregoriano e della Santa Messa nel rito di sempre;dei sacerdoti della FSSPX, che guidano ancora oggi la  tradizionale Via Crucis che si tiene il venerdì sera della seconda settimana di marzo in occasione del pluridecennale Convegno della Tradizione cattolica della «Fedelissima Civitella del Tronto», fondato da Cipriani; di don Giorgio Maffei, che, nel 1989, nel bicentenario della Rivoluzione francese, fu nominato cappellano dell’ANTI ‘89; di intellettuali, di professori, di artisti, di attori, di gente semplice, tutti uniti sotto lo stendardo di Cristo.

Ognuno, in queste pagine, potrà trovare spunti, riferimenti, rimandi a qualcosa che gli è appartenuto o che ancora gli appartiene, anche solo per sentito dire. Cipriani ha vissuto scenari scandalosi, citiamone uno dal campionario: il patto De Gasperi-Mattioli, quando assegnarono la scuola al PCI e le banche alla DC, perciò non solo ora fa nomi e cognomi con cognizione di causa, ma a denunciare pubblicamente le molte scellerate scelte civili e religiose, di poca, media o grande entità, c’era, fra i pochi, anche lui.

Una volta, in qualità di Consigliere comunale, propose di intitolare una via alla Principessa Mafalda di Savoia, assassinata nel lager di Buchenwald: il rifiuto del Sindaco di allora fece un gran rumore. Ne parlarono, fra gli altri, Indro Montanelli su Il Giornale, affermando che il Primo cittadino di Borgo San Lorenzo, come i sanculotti della Rivoluzione francese, preferì seppellire la Principessa nella fossa comune.

A Borgo, invece, fu intitolata una strada a Salvador Allende, Presidente marxista del Cile: «mai una parola per Salvo D’Acquisto, Mafalda di Savoia, Gianni Lupo, Giorgio Puocher, l’italianissimo partigiano triestino che a soli diciotto anni, prima di cadere sotto le raffiche dei nazisti, volle abbracciare, ad uno ad uno, i suoi carnefici…» (p. 154).

La verità può essere imbavagliata, calpestata, profanata,celata, ma non può essere uccisa e libri come questo ne sono dimostrazione plastica e lungimirante: è un servizio di giustizia e di speranza per coloro che, come Pucci Cipriani, continuano a lottare per il Regno di Dio, l’unico Regno per cui valga la pena di vivere e di morire. (Cristina Siccardi)

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