Dal funerale cattolico al “tempio crematorio”

(di Cristina Siccardi) Fra gli aspetti che danno valore ad una civiltà c’è sicuramente il culto che viene dato ai propri morti. Dal culto per le tombe dei primi martiri cristiani è sorta la devozione verso i testimoni della Fede in Cristo. I cristiani seppellivano con il dovuto onore non solo i propri defunti, ma in particolare coloro che avevano testimoniato, fino al sacrificio della propria vita, Gesù crocifisso.

Ed è proprio da qui che vogliamo partire, ovvero dal martirio, che nella storia della Fede, non è mai cessato, alternando fasi di minor crudeltà a periodi di maggior recrudescenza. Sicuramente la nostra epoca “vanta” percentuali che si pongono in competizione con il Novecento, quando il comunismo operò sulla Chiesa cattolica efferatezze indicibili su vasta scala.

I dati sono impressionanti e rivelano una persecuzione che, in undici Paesi, può essere a ragione definita «estrema». L’Ong Porte Aperte ha pubblicato agli inizi dell’anno in corso il suo rapporto annuale, la World Watch List 2019, secondo la quale sono saliti a 245 milioni i cristiani perseguitati a causa del proprio credo. Sono stati monitorati 150 Paesi, le cui persecuzioni sono state stimate fra: alte, molto alte ed estreme.

Il numero di cristiani uccisi per ragioni legate alla fede è salito dai 3.066 del 2018 ai 4.305 del 2018. I cristiani, tuttavia, vengono perseguitati anche in Occidente, ma con altre modalità:ghettizzandoli e depredandoli,ogni giorno di più, dei loro spazi: mentre le chiese cattoliche si svuotano di fede, di preti e di fedeli, le Case della Santissima Trinità vengono vendute per monetizzare e sono trasformate, quelle ancora consacrate, con la compiacenza del Cardinale Gianfranco Ravasi, che non si cura della profanazione, in palcoscenici per concerti pop o per allestire mostre di qualsiasi genere, anche blasfemo.

Il saccheggio viene perpetrato pure ai danni del culto verso i morti: funerali sempre più laicizzati e gli stessi cimiteri cattolici stanno sparendo dalla scena urbana. Il 23 aprile scorso si è tenuto al Politecnico di Torino e successivamente, il 26-27 aprile a Firenze, il III Congresso internazionale sui cimiteri monumentali e multiculturali, un’iniziativa del Centro Internazionale per la Conservazione del Patrimonio Architettonico – Italia ONLUS (CICOP), un’associazione privata, non governativa, «per la salvaguardia e valorizzazione del patrimonio architettonico».

L’attuale presidente è Nina Avramidou, impegnata a tessere relazioni internazionali per la tutela artistica, sotto il patrocinio dell’Unesco. Gli interventi scientifici degli esperti al Congresso sono stati numerosi e, come al solito, la voce esperta cattolica non è emersa. Ghettizzata, ancora una volta. Chiese e cimiteri, passo dopo passo, appartengono sempre meno alla religione, bensì all’interesse laicista, scientifico, secolarista-scristianizzante per la maggior gloria non certo di Dio-Trinità, bensì dei cantanti, degli artisti (del passato o della contemporaneità), dei galleristi, dei magnati… un interesse sempre molto attento a non ferire l’altrui sensibilità, ad esclusione di quella cattolica.

E su questa linea si associano anche i Vescovi della Chiesa interreligiosa, come dimostra l’Arcivescovo di Torino, Monsignor Cesare Nosiglia, il quale ha dichiarato, nel suo messaggio fatto pervenire ai congressisti: «Si sta discutendo se sia opportuno creare lotti dedicati alle diverse religioni nei cimiteri monumentali. Alcune città resistono, in modo antistorico, a queste richieste. Altre, più attente alle trasformazioni della società, provano a costruire risposte. È il caso di Torino, che consente alle comunità immigrate (il 17% della popolazione) di dare sepoltura ai loro cari in città, nel rispetto delle loro tradizioni religiose, istituendo spazi per ogni religione».

Il Cristianesimo viene definito sull’organo di stampa della diocesi torinese, La Voce e il tempo: «monocultura occidentale» e tale definizione viene associata ad un sentire «anacronistico»: «Aprirli a segni diversi è appena normale, a condizione – ci pare – di non rinunciare a una rappresentazione realistica dell’identità cristiana prevalente in Occidente».

E quando la prevalenza sarà islamica per numero demografico? Che dire, poi, della seguente affermazione compiaciuta: «L’esperienza decennale del Tempio Crematorio di Torino (ove appaiono indicati alle pareti tutti i simboli religiosi e filosofici, uno accanto all’altro, uno uguale all’altro) è un’espressione di bella accoglienza verso tutte le sensibilità spirituali [comprese quelle atee dei senza Dio, ndr], ma è anche una soluzione che ha purtroppo rinunciato a cogliere i riferimenti simbolici più radicati nel tessuto torinese, riferimenti che sono culturali e sociali prima che religiosi [visto che dal Vescovo rosso e postconciliare Michele Pellegrino in poi la diocesi dei mirabili, antirivoluzionari, antiliberali, antimassonici Santi dell’Ottocento, ha ricusato all’evangelizzazione,ndr), e che orientano i comportamenti, le relazioni, gli stili di vita. Ci pare vada in questa direzione anche il recente rifiuto del Comune di Torino a rimborsare le spese di servizio dei cappellani cimiteriali».

La preoccupazione principale dei congressisti e dei vescovi come Cesare Nosiglia non è la tragedia della cremazione. Sempre meno è richiesto il funerale cattolico e molti, nonostante le esequie religiose, si fanno comunque cremare. Abbiamo assistito a questo gelido rito laico: è di una desolazione indicibile, per il defunto quanto per chi assiste. Viene eseguito, in tutta velocità, a mo’ di catena di montaggio, via l’uno via l’altro: è una sorta di asettico commiato che precede le operazioni di combustione dei corpi nei forni crematori (ricordate quelli dei lager nazisti?), dove si raggiungono i 1000 gradi centigradi.

La bara s’incendia subito (i frammenti ossei vengono poi polverizzati in una sabbia, procedimento che avviene nella macchina chiamata «cremulator»). La miseria spirituale che qui si respira è atroce. Duemila anni di civiltà cristiana, dove il morto è rispettato e onorato davanti al Creatore e agli uomini con i sacri funerali e con la sepoltura benedetta, vengono polverizzati in pochi istanti.

L’idea di costituire a Torino una società per la diffusione della pratica cremazionista risale al periodo del pensiero scientifico-positivista, “grazie” a Jacob Moleschott (1822-1893), dal 1861 docente di fisiologia presso l’Università torinese. Uno dei suoi allievi, Giacinto Pacchiotti (1820-1893), titolare dal 1864 della cattedra di patologia e clinica chirurgica e principale esponente della Società Italiana d’Igiene, in qualità di consigliere e di assessore, è fra i primi a proporre in Consiglio comunale la cremazione.

Nel gennaio 1882 si costituisce un Comitato promotore per l’erezione di un Crematoio in Torino, su proposta dell’ebreo Cesare Goldmann (1858-1937), filantropo laico e attivo nell’associazionismo politico di «matrice democratica».A sostenere la cremazione, oltre il Comitato, anche le testate «Gazzetta del Popolo» e la «Gazzetta Piemontese» (poi «La Stampa»), i cui direttori, Bottero e Roux, saranno fra i primi Soci iscritti, “benemeriti”, alla Società di Cremazione che andrà a costituirsi il 6 aprile 1883 con la nomina del primo presidente:l’anticattolico Ariodante Fabretti (1816-1894), propugnatore della necessità della pratica crematoria post mortem.

Nel 1840 era stato iniziato alla Massoneria nella Loggia «La Fermezza» di Perugia; eletto nella Giunta del Grande Oriente d’Italia il 21 giugno 1867 e nel 1873-1874 membro della Loggia «Dante Alighieri» di Torino, di cui nel 1882-1883 fu eletto Maestro Venerabile. Nel 1875 era stato nominato membro del Supremo Consiglio del Rito Scozzese Antico e Accettato e nel 1881 risulta tra i fondatori della Loggia «Francesco Guardabassi» di Perugia. Ha mantenuto la presidenza della Società di Cremazione fino al 1894. Si legge sul sito SOCREM (Società per la Cremazione di Torino): «La sua figura carismatica rappresenta all’interno del progetto cremazionista una tradizione laica che affonda le sue radici nel processo risorgimentale e nel mondo del libero pensiero», che hanno perseguitato, anche con la violenza e la frode, la Chiesa. Non dimentichiamo che notevole fu il contributo, nel corso della storia della cremazione in Italia, di protestanti, valdesi ed ebrei.

Ed ecco ciò che accade oggi: il cerimoniere laico accoglie il corteo funebre nella «Sala del Commiato», dà quindi inizio al “raccoglimento”, accompagnato da un sottofondo musicale con brani (classici o moderni) suonati al pianoforte, scelti dal cerimoniere stesso oppure dalla famiglia o, ancora, dalle volontà del defunto. Poi arriva la lettura di un brano o di una poesia, a piacere. In seguito, se si vuole, la commemorazione e il saluto ad alta voce da parte dei convenuti. Il rito dal sapore giacobino-massonico, in una cornice di effigi che rappresentano alcuni personaggi poco prima elencati, termina con un ultimo saluto con la mano sulla bara. È prevista, se richiesta, la possibilità di cremazione immediata, senza nessun preambolo.

L’urna con le ceneri viene, quindi, consegnata, alcuni giorni dopo, ai familiari, che possono tenerla in casa, oppure collocarla in un loculo al cimitero o, ancora, essere disperse in natura: in un roseto, per esempio del cimitero stesso; in montagna, nei laghi, nei fiumi, in aree private (vietata la dispersione nei centri urbani). Nessuna preoccupazione, quindi, per i pastori della Chiesa interreligiosa a riguardo di questi usi e costumi della inciviltà postcristiana, bensì l’attenzione è tesa tutta per trovare dignitosa sepoltura per gli islamici, “offesi” dai nostri simboli cristiani cimiteriali e, quindi, indotti a trasportare i loro congiunti nei Paesi d’origine con aggravio di spese.

L’architetto Adriano Sozza, delegato arcivescovile della diocesi di Torino per i Beni culturali, durante il Congresso, ha dichiarato che «i casi di sepolture nelle città italiane stanno aumentando e rappresentano un bel banco di prova per l’inclusione: se i migranti decidono di essere sepolti in Italia significa che si sentono italiani, questo segnale va colto e valorizzato anche nell’organizzazione dei nostri cimiteri».

A fianco delle attivissime moschee e delle nostre morte chiese, avremo, dunque, i cimiteri musulmani per un’Europa più libera, più equa, più solidale? Intanto il redentivo sangue dei Martiri, come ultimamente in Sri Lanka, Nigeria e Alto Volta, continua a scorrere. Chissà se la Città del Vaticano metterà a disposizione un cimitero per ospitare, seguendo la volontà inclusiva di papa Bergoglio, le tombe della Mezzaluna. (Cristina Siccardi)

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