Da Biden ai biscotti, ecco la mappa della guerra Lgbt globale

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(Mauro Faverzani) Ai più potrebbe essere sfuggito, avendo i media puntato i riflettori sul numero di test anti-Covid compiuti dal presidente Trump e sulle sue dichiarazioni fiscali, ma nel corso dell’ultimo dibattito a distanza, il suo sfidante, Joe Biden, ha dichiarato apertamente, in perfetto alfabeto Lgbt, di voler sostenere i «diritti transgender» dei bambini. A suo avviso, infatti, essi dovrebbero esser messi in grado di cambiare la propria «identità di genere» senza la minima discriminazione ed il minimo ostacolo. In caso di elezione ha già annunciato, quindi, di voler eliminare tutti i divieti ed i paletti posti dal tycoon, cambiando la legge e rimuovendo tutti i suoi ordini esecutivi. Si arretrerebbe, insomma, all’era Obama, che si distinse per il sostegno dato alla chirurgia transgender senza limiti e senza regole, al punto da calpestare lo stesso diritto all’obiezione di coscienza da parte dei medici e degli enti religiosi, nei confronti dei quali Biden non ha specificato come intenda comportarsi. E, a moderare il confronto, non v’è stata una stampa abbastanza neutra da porgli le domande più scomode, riservate invece esclusivamente al presidente Trump. Da notarsi come, ancora nel giugno scorso, la Congregazione per l’Educazione Cattolica vaticana, in un documento intitolato «Maschio e femmina li creò», già esplicito sin dal titolo, ha condannato di nuovo la cosiddetta teoria gender ed ha ribadito la Dottrina della Chiesa sulla differenza fondamentale tra uomo e donna secondo la legge naturale, essenziale per la famiglia e per lo sviluppo umano. Ma nessuno, di questo, durante il dibattito, ha chiesto conto a Biden, sempre pronto a proclamarsi cattolico a parole, salvo poi tradire la propria fede nei fatti, promuovendo aborto ed Lgbt, ciò per cui gli è stata negata la Santa Comunione.

Un cliché, comunque, questo, ritrovabile ovunque, anche in Italia, dove, in occasione delle elezioni municipali del prossimo 25-26 ottobre, a Nuoro, la lista Giovani Democratici, orbitante ovviamente nella Sinistra militante, ha pensato bene di affidare la propria immagine al bacio-gay tra due uomini in costume tradizionale sardo, all’insegna del motto «Orgogliosi delle nostre tradizioni, orgogliosi delle nostre diversità», specificando poi, a scanso di equivoci, con tutti i problemi che hanno la Sardegna in particolare e l’Italia in generale, chi sia, secondo loro, il vero nemico: «Non bastano delle leggi contro un fenomeno già sviluppato – si legge sui manifesti –. Servono soluzioni radicali. L’omofobia è soprattutto un problema cittadino», senza precisare però in cosa debbano consistere, a loro avviso, queste «soluzioni radicali»: l’ergastolo? la pena capitale? Chissà. Le cose non vanno meglio in Europa: i leader di Polonia ed Ungheria, legittimamente eletti, sono, una volta di più, finiti sotto l’attacco della Commissione e del Parlamento comunitari, decisi a proibir loro l’accesso ad ulteriori fondi, a meno che non accettino incondizionatamente i diktat dell’Unione. Già erano stati ridotti ideologicamente gli stanziamenti diretti a tutte le comunità locali polacche, ree di aver approvato la «Carta della famiglia», che vieta l’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali, nonché di promuovere la propaganda Lgbt.

Ma nel mirino europeo è finito anche il primo ministro ungherese Viktor Orbán: non è piaciuto un suo saggio dedicato alla crisi della democrazia liberale, in cui rilancia la necessità di rifondare la società su basi cristiane, saggio apparso su diversi giornali ed in molte lingue. Al veleno la reazione di Věra Jourová, vicepresidente della Commissione europea e Commissario delle politiche per i valori, che, nel corso di un’intervista a Der Spiegel, ha accusato lo stesso Orban d’essere il vero problema europeo a causa della sua «allergia ai principi democratici». Immediata la ferma protesta, trasmessa dal premier ungherese alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen: Orban ha chiesto il licenziamento in tronco di Jourová, con la quale in ogni caso, dopo gli insulti ricevuti, non intende aver più niente a che fare. Nessuna comprensione, né mediazione da parte di von der Leyen, che anzi ha ribadito piena fiducia nella propria vice. Polonia ed Ungheria, comunque, “vaccinate” da decenni di comunismo, non accettano certo ora di subire nuovi processi politici in stile neo-sovietico ad opera delle istituzioni comunitarie, anzi. Per questo l’Ungheria ha minacciato di bloccare con un veto il processo di negoziazione col Parlamento europeo sul progetto di bilancio pluriennale dell’Ue e sul fondo per la ripresa economica, decisi a luglio, qualora il pagamento dei fondi fosse condizionato: «Questa non è la regola dello Stato di diritto – ha detto una portavoce del governo di Budapest – questa è la regola del ricatto». Da notarsi che, tradotto dal politichese, quello che l’Ungheria minaccia di far saltare è un accordo del valore di 1,8 trilioni di euro, non bruscolini…Dal canto suo, il presidente polacco, Andrzej Duda, recentemente rieletto, nel corso di un’intervista alla televisione Ewtn, ha ribadito il proprio impegno a sostegno della famiglia tradizionale, del matrimonio inteso come unione tra un uomo ed una donna, nonché il diritto dei genitori di crescere i propri figli secondo le proprie convinzioni, tutte cose sancite dalla Costituzione. Da notarsi come Duda sia stato il primo presidente polacco a partecipare alla Marcia annuale per la Vita e per la Famiglia di Varsavia.

Ma Stati Uniti ed Europa non sono che pedine sulla scacchiera internazionale di un’offensiva in grande stile, lanciata dall’armata gender ormai a qualsiasi latitudine: così in Messico ecco le forti pressioni esercitate dalla Sinistra, per modificare il codice civile e facilitare così il cambio di sesso sui documenti ufficiali sulla base dell’«identità di genere percepita», un’iniziativa che gode del sostegno anche del presidente Andrés Manuel López e del gruppo parlamentare da lui fondato nove anni fa, il Morena, Movimento Nazionale di Rigenerazione. Commentando la notizia, Marcial Padilla, direttore di ConParticipación, ha dichiarato di ritenere che tale azione concertata non sia frutto «di casualità, bensì si tratti di uno sforzo programmatico e sistematico, per imporre un’ideologia, l’ideologia gender. Tutti i cittadini, soprattutto i genitori, devono essere consapevoli che tutto questo non si fermerà. Dobbiamo mettere rappresentanti e governanti capaci di dire no a questa barbarie».


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Quella in corso, insomma, è una vera e propria guerra, senza esclusione di colpi e di armi. Web compreso. Così ecco Wikipedia censurare chiunque editi contenuti a sostegno del matrimonio naturale. E lo stesso co-fondatore dell’influente enciclopedia online, Larry Sanger, ha dichiarato, con rammarico, che questo segna la «morte» della politica di neutralità finora seguita dal sito, una «morte» dovuta ai pregiudizi politici del ristretto gruppo di redattori, cui sono attualmente affidate le scelte editoriali. Da qui la sua vibrata protesta contro la deriva, in cui è stata arenata la sua “creatura” virtuale. Dopo politica e web, la propaganda gender senza confini non risparmia neppure il settore dell’intrattenimento. Come nel campo della pubblicità, ad esempio, dove i biscotti Oreo si sono tinti d’arcobaleno, in ottobre, in occasione dell’«Lgbtq+ History Month». In edizione limitata vengono proposte 10 mila confezioni in tutto, non acquistabili: possono essere ottenute, infatti, solo partecipando ad un concorso, promosso in collaborazione con l’organizzazione Pflag-Parents and Friends of Lesbians and Gays. Si tratta, in sostanza, di condividere una foto su Twitter o Instagram, in cui ci si dichiari “alleati” del movimento gay, utilizzando gli hashtag previsti: in una parola, propaganda e indottrinamento in salsa dolce…

Anche nel campo della musica pop dilagano i cantanti Lgbt-friendly, noti e meno noti, dalla belga Angèle alle statunitensi Katy Perry, Madonna, Lady Gaga, Selena Gomez, Ariana Grande e Christina Aguilera; dai francesi Calogero, Eddy de Pretto, Keen’V, Renaud, Mathilde Gerner, Kim Liberty e Lisa Angell sino all’italiana naturalizzata belga Lara Fabian; dalla guatemalteca ma di nazionalità francese Carmen Maria Vega alla statunitense Billie Eilish; dalla francese Héloïse Adelaïde Letissier, più nota come Christine e le Regine, al trio spagnolo Mecano; dalle britanniche Adele e Dua Lipa alla canadese Céline Dion; questi e molti altri sono tutti artisti con all’attivo prese di posizione esplicite oppure brani a tema, per lo più dai contenuti, a dir poco, irricevibili ed irriferibili per decenza e pietà verso i lettori.

L’elenco potrebbe continuare, ma già questo “assaggio” consente di intuire quanto vasta sia la galassia delle “note arcobaleno”, supportata dallo star system mondiale, che bombarda radio e tv coi loro nomi, coi loro volti e coi loro brani, purtroppo ben noti ai giovani, che spesso li ascoltano, senza più saper reagire neppure di fronte ai contenuti più spinti ed osceni. Insomma, uno spiegamento di forze e di mezzi, che rende sempre più difficile immaginare il mondo Lgbt come uno sparuto manipolo di poveri indifesi, perseguitati ed oppressi. Anzi, appare semmai vero proprio il contrario… 


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