CULTURA: Vienna Forum 2008, l’intervento del prof. de Mattei

Riportiamo il testo dell’intervento svolto il 1 giugno dal prof. Roberto de Mattei al Vienna Forum 2008





Riportiamo il testo dell’intervento svolto il 1 giugno dal prof. Roberto de Mattei al Vienna Forum 2008
 
Senza radici, il titolo del libro scritto nel 2004 dall’allora cardinale Ratzinger e dall’allora Presidente del Senato italiano Marcello Pera, è la formula che meglio riassume la situazione dell’Europa attuale. Che cosa significa essere senza radici?

Senza radici sono i giovani europei di oggi, immersi nella “modernità liquida” di cui parla il sociologo Zygmunt Baumann ; una modernità, o postmodernità, liquida che dissolve ogni verità e ogni certezza. Vivono all’insegna del mondo presente, in famiglie generalmente sfasciate, incapaci di trasmettere loro valori.

Il serbatoio per eccellenza dei valori tradizionali è la famiglia. Esiste un nesso inscindibile tra la crisi della famiglia e l’eclissi dei valori tradizionali. La trasmissione dei valori è diacronica, avviene lungo il tempo, da una generazione all’altra. In questa trascrizione di valori, i nonni svolgevano un ruolo fondamentale. Essi rappresentavano, all’interno della famiglia, il momento dell’esperienza e della conservazione, mentre i giovani rappresentavano la novità, il progresso.

Oggi viviamo in una società che è caratterizzata dall’aumento del numero degli anziani, ma dalla perdita del loro ruolo di cinghia di trasmissione tra passato e avvenire. Il risultato è che i giovani di oggi non conoscono nulla del passato e del valore del passato: vivono nell’effimero, immersi nella società liquida; incapaci di ricevere e di trasmettere, disancorati dalla tradizione. Sono senza radici, perché hanno reciso il rapporto vitale che lega ogni uomo alla propria identità, alla propria cultura alla propria tradizione.

Ma senza radici non sono solo gli europei, sono anche gli immigrati di seconda e terza generazione, di provenienza extra-europea, che vivono nelle periferie e nei ghetti urbani delle grandi città. Essi perdono il legame con le proprie radici, ma, pur diventando cittadini europei a tutti gli effetti, non si integrano nella società occidentale, verso cui accumulano anzi odio e frustrazione. I casseurs, come li chiamano i francesi sono un’espressione radicale di questa violenza e di questo nichilismo.

C’è però una differenza di fondo tra gli sradicati, di origine europea, e gli sradicati, di origine extra-europea. Mentre gli sradicati europei sono del tutto insensibili al richiamo delle loro radici cristiane, gli immigrati sono ancora sensibili al richiamo della religione dei loro padri. La forza di questo richiamo religioso dell’Islam è dovuta al multiculturalismo dominante in Europa.

La tendenza multiculturale della società europea favorisce la creazione di comunità che rifiutano l’integrazione. Il multiculturalismo crea un forte nesso tra l’appartenenza etnica e quella culturale e porta ad una moltitudine di “ghetti” etnoculturali, che un musulmano “illuminista” come Bassam Tibi chiama “società parallele”.

La creazione di queste società parallele e conflittuali è favorita dal fatto che nell’Islam l’identità non è personale, ma collettiva e il richiamo dell’Umma, la comunità religiosa islamica, conserva tutta la sua presa sulla psicologia fragile degli sradicati.

Secondo un’indagine condotta dal Pew Research Center, gli immigrati si preoccupano di lavoro e di famiglia più che di religione, ma tutti si considerano prima musulmani e poi belgi, tedeschi, o francesi.
Gli immigrati della seconda o terza generazione, pur non essendo musulmani praticanti, costituiscono la massa di manovra degli interessi islamici in Europa.
Nella dottrina islamica, Jihad ed Egira sono due concetti complementari, come spiega Bassam Tibi. Egira significa migrazione e racchiude in sé il dovere di diffondere l’Islam. La dottrina dell’Egira equivale a una espansione in Europa del Dar al-Islam e coincide con quello che Bat-e-Yor definisce il soft-jihad, diverso dall’hard-jihad islamico.

Il soft-jihad non è meno pericoloso dell’hard-jihad. Io ho avuto occasione di distinguere, tra un islamismo gramscista e un islamismo leninista.
L’islamismo leninista è quello dei musulmani che vogliono conquistare l’Europa attraverso gli strumenti della guerra e del terrorismo. L’islamismo gramsciano è quello dei musulmani “moderati”, che vogliono giungere alla conquista dell’Europa con la prevalenza demografica, con l’islamizzazione degli spazi sociali e con l’introduzione del diritto islamico nelle istituzioni occidentali.

Se il leninismo islamico è quello di Osama Bin Laden, l’islamo-grasmscismo è ben rappresentato dall’azione dei Fratelli Musulmani e di personaggi come Tariq Ramadan.

La dottrina religiosa dell’Egira e l’etnicizzazione dell’Islam, causata dal multiculturalismo, offrono una miscela esplosiva nelle mani degli sradicati di seconda e di terza generazione, aprendo serie prospettive di guerra civile in Europa. Le rivolte nelle banlieux francesi prefigurano questo scenario.

Qual è la soluzione del problema? Non ce ne è altra diversa dal ritorno all’identità e alle radici del nostro continente. Il principale nemico che abbiamo di fronte non è l’Islam, ma il relativismo, che all’Islam prepara la strada. Il relativismo che ci minaccia, prima di essere un’ideologia, oggi è costume, mentalità, fatto pratico; è relativismo “vissuto” e “diffuso”, respirato nell’aria, assorbito dalle mode e dal linguaggio politicamente corretto.
Questo relativismo non si diffonde però nell’atmosfera in maniera naturale, non scorre come un fiume che sgorga da una sorgente naturale, ha i suoi laboratori ideologici e i suoi centri di diffusione. Tra tutti il più importante è rappresentato dalle istituzioni internazionali, il centro di diffusione di un relativismo aggressivo e militante, che spesso si traduce in “Cristofobia”.

La risposta, per un cattolico, è innanzitutto quella di un Cristianesimo altrettanto integrale, militante e vissuto del relativismo che ci minaccia. Ma esistono linee di difesa delle nostre radici. che possono essere condivise anche da chi non professi la religione cattolica.

Il primo punto è la riaffermazione, contro il relativismo multiculturalista, del valore della legge naturale, fondata sulla natura unica e comune di ogni essere umano. Se esiste una natura umana stabile e immutabile nel tempo e nello spazio esistono diritti e doveri assoluti e universali, che trascendono le differenti civiltà e culture. L’Europa ha diffuso e deve continuare a diffondere, nel tempo e nello spazio, questo patrimonio di valori.
Il secondo punto è la difesa, contro la società “liquida”, del valore e del ruolo di tutte le istituzioni “solide”: famiglia, proprietà privata, Stato, religioni, Chiese, e tra queste in primis della Chiesa cattolica, proprio per la dimensione non solo spirituale, ma anche visibile e istituzionale, del suo messaggio di salvezza.

Per questo, nella difesa della nostra identità e delle nostre radici è più che mai prezioso il ruolo oggi svolto da Papa Benedetto XVI.

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