CULTURA: presentato al CNR il volume Finis Vitae

L’etica del medico di fronte al paziente morente pone scrupoli e dilemmi di grande attualità. L’antologia Finis vitae. La morte cerebrale è ancora vita? (Coedizioni CNR-Rubettino 2007, pp. 482, € 35,00), affronta la questione in termini dettagliati e sistematici, rispondendo positivamente alla domanda del titolo. Il volume è curato dal prof. Roberto de Mattei e include i contributi di medici, neurologi, biologi, filosofi e giuristi di fama internazionale.





L’etica del medico di fronte al paziente morente pone scrupoli e dilemmi di grande attualità. L’antologia Finis vitae. La morte cerebrale è ancora vita? (Coedizioni CNR-Rubettino 2007, pp. 482, € 35,00), affronta la questione in termini dettagliati e sistematici, rispondendo positivamente alla domanda del titolo. Il volume è curato dal prof. Roberto de Mattei e include i contributi di medici, neurologi, biologi, filosofi e giuristi di fama internazionale.

I contenuti del libro sono stati illustrati il 27 febbraio scorso presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche, da alcuni dei coautori. Il dibattito è stato articolato a partire dal Comitato di Harvard del 1968 che, convenzionalmente, identifica la morte della persona umana con il coma irreversibile, ovvero con la morte cerebrale. I relatori intervenuti hanno però dimostrato come, attraverso i progressi della scienza, molti pazienti abbiano recuperato sorprendentemente le loro facoltà fino a condurre una vita ai limiti della normalità.

Alcuni di questi casi clinici sono stati raccontati dal professor Paul A. Byrne, neurologo del S.Vincent’s Medical Center del Connecticut. «La morte – ha affermato Byrne – non può identificarsi con il venir meno delle funzioni cerebrali: devono cessare anche quelle respiratorie e circolatorie perché un paziente possa essere qualificato come morto. Infatti non è il cervello a rendere viva una persona, bensì l’anima».

Nell’illustrare il titolo del libro da lui curato, il professor de Mattei ha spiegato che Finis Vitae allude «non soltanto alla conclusione della vita ma soprattutto al significato della vita stessa». De Mattei ha poi indicato come evento epocale e decisivo in campo medico scientifico il primo trapianto di cuore eseguito da Christian Barnard nel 1967, pochi mesi prima del Comitato Harvard: «Ciò poneva il dilemma morale delle modalità di espianto, vista il rapido deterioramento degli organi non vitali».

Dopo Harvard la comunità accademica si divise, sia dal punto di vista della classificazione scientifica della morte che sul piano etico.

«L’impostazione neoetica è prettamente laicista – ha spiegato de Mattei – e si arroga il diritto di dire chi ha diritto o meno di vivere. È il sistema utilizzato dagli utilitaristi e dai sostenitori dell’aborto».
«La seconda strada praticata – ha proseguito de Mattei – tende a ricalibrare i parametri della morte, identificandola tout court con la morte cerebrale. Il punto è che spetta ai filosofi e non agli scienziati pronunciarsi sul valore della vita».

Sulla stessa lunghezza d’onda Josef Seifert, membro dell’Accademia Internazionale delle Scienze del Liechtenstein, secondo il quale il vero elemento integratore di anima è corpo è l’anima e «il collegamento tra anima e corpo è qualcosa che va ben al di là delle funzioni cerebrali».

La relazione del professor Cicero Galli Coimbra, neurologo dell’Università di San Paolo del Brasile, ha riguardato invece i risvolti negativi e i danni che possono scaturire dal “test di apnea”. Ad avviso di Coimbra va invece rivalutata l’ipotermia che ha dato ottimi risultati su molti pazienti, così usciti dal coma profondo.

Di carattere non scientifico ma essenzialmente etico, l’intervento di Mercedes Wilson, membro della Fondazione Family of the Americas. La dottoressa Wilson ha definito il concetto di morte cerebrale come «una falsità, inventata per avvantaggiare una certa classe medica». Wilson ha poi esortato alla difesa integrale della vita, «dal concepimento alla separazione totale dell’anima dal corpo», una sfida da accettare «per non essere condannati al silenzio».

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