CULTURA: la storia “politicamente corretta” di abbazie e monasteri

La storia della civiltà occidentale deve moltissimo al monachesimo.






La storia della civiltà occidentale deve moltissimo al monachesimo.

Infatti, sin dalla nascita dell’Ordine bendettino, i monaci di Montecassino come di San Gallo – per non dire dei monasteri irlandesi – furono gli unici che nei secoli difficili dell’Alto Medioevo preservarono, attraverso gli scriptoria dei vari monasteri, il sapere dei grandi classici latini e greci. Senza la paziente opera di copiatura e miniatura dei monaci oggi non sapremmo nulla di Cicerone e Seneca, di Virgilio e Lucrezio.

Ma l’importanza del monachesimo non finisce qui. Infatti anche altri ambiti del sapere hanno visto il ruolo fondamentale delle abbazie e dei conventi.
Per esempio lo stile gotico fu commissionato dall’abate Suger negli anni 1130-1140, tanto che ne è rimasto un trattato da lui scritto in proposito. Persino la biologia e la genetica devono la loro nascita alle osservazioni e agli studi dell’abate Mendel alla metà dell’Ottocento.

Tuttavia la cultura laicista e scristianizzante che permea i nostri tempi è arrivata a negare tutto questo. Dei molti casi che si potrebbero citare preme indicarne uno,poco noto ma assai grave perchè riguarda l’Università italiana,già tristemente nota per aver impedito al Santo Padre di recarsi in visita alla “Sapienza” di Roma (fondata da Papa Giulio II,tra l’altro).

Si tratta del manuale di Storia del paesaggio agrario italiano,scritto da Emilio Sereni e adottato in numerose Facoltà italiane di Lettere e Archittura. Si legge in questo testo,alla pagina 281, che «l’immenso patrimonio isterilito nelle manomorte ecclesiatiche [era una] mostruosa concentrazione della proprietà terriera in mano di ceti ingordi e improduttivi [ed] era stata favorita dal clima di oscurantismo controriformista,nel quale il processo di rifeudalizzazione di tutti i rapporti sociali si era venuto sviluppando nel nostro Paese: ai primi del Settecento,nei vari Stati italiani, si calcolava che attorno a un terzo di tutta la proprietà terriera fosse caduta in potere alle manomorte ecclesiastiche, e che così non solo sottratta alla libera cicolazione,ma abbandonata a una amministrazione avida ed inetta, e destinata a fini improduttivi.

Ogni capacità di miglioramento agrario ed ogni volontà di investimento di capitale nelle campagne trovava un limite insuperabile in questo patrimonio terriero inalienabile,che poteva solo accrescersi: mentre il danno economico e sociale di questo regime della proprietà ecclesiastica era ancora aggravato dall’ozio, dall’ignoranza, dalla petulanza di quella schiera innumere di preti,di suore e di frati – sottratti ad ogni lavoro produttivo – che, con pochi ricchi prelati, vegetavano come parassiti su quell’immenso patrimonio isterilito».

Ciò che lascia sbalorditi nella ricostruzione di Emilio Sereni – noto militante del Partito Comunista Italiano e amico di Palmiro Togliatti, tanto per connotare lo studioso – oltre al linguaggio anticlericale da carbonaro ottocentesco, è l’ignoranza di Carlo Marx.

Parrà strano ma fu proprio Marx a riconoscere l’importanza del sistema proprietario ecclesiastico per lo sviluppo economico dei secoli antecedenti la Rivoluzione industriale, tanto da indicare al paragrafo 17 del Capitolo Quinto,nel libro Primo de Il Capitale, nel monaco camaldolese (un altro religioso!) Gian Maria Ortes l’autore della più perfetta ricostruzione economica dell’Età moderna.

Il monaco veneziano padre Ortes scrisse negli anni Settanta del Settecento un trattato in cui dimostrava, adoperando un complesso sistema di analisi logico matematica(che lo ha portato a prevedere per i primi del Novecento la popolazione terrestre in circa un miliardo di persone,cosa che poi si è rivelata esatta tra l’altro) come il regime delle proprietà ecclesiastiche fosse stato determinante non già all’immiserimento ma bensì all’accrescimento del benessere europeo e non solo.

Difatti il padre camaldolese indicava l’esempio delle Redducciones del Paraguay come modello di sviluppo economico in Sudamerica,che aveva permesso la colonizzazione di terre inospitali, l’integrazione e l’evangelizzazione di popoli indigeni che altrimenti sarebbero stati condannati all’ignoranza del Vangelo e a vivere fuori del mondo civilizzato.

Tra l’altro proprio negli anni degli studi di Ortes si verificò lo smantellamento delle Redducciones e l’economista camaldolese non manca di notare come questo abbia comportato una regressione negli standard di vita delle popolazioni colà insediate.

La cosa curiosa è che è Marx e non un pericoloso reazionario al soldo del clero a reputare il modello economico di Gian Maria Ortes inappuntabile e «sistematicamente irrefutabile».

Si vede sia destino dei laicisti essere tanto ardenti di zelo anticristiano da non conoscere nemmeno i loro “testi sacri”.
Però è molto grave che a generazioni di giovani studenti sia dato ad intendere che i monasteri fossero solo un ambiente di «parassiti». Poi non ci si sorprenda se al Papa è impedito di parlare in una Università come la Sapienza di Roma o se le Facoltà di Lettere e Architettura sono state per anni il “covo” di brigatisti rossi e di  “cattivi maestri” come Toni Negri che fanno dell’intolleranza e della violenza anti religiosa il proprio carattere distitivo. Con manuali del genere non ci si può aspettare altro.

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