CULTURA: la grandezza dell’Imperatore Costantino

Dopo quasi diciassette secoli, si continua a discutere sulla figura dell’Imperatore Costantino. I progressisti, laici e cattolici, hanno sempre visto in lui il simbolo di un nemico da abbattere. Palmiro Togliatti ad esempio, nel celebre discorso di Bergamo del 20 marzo 1963, con cui, per primo, teorizzava la collaborazione tra cattolici e comunisti, lo faceva affermando che «la politica di Costantino e la politica di quest’età sono tramontate per sempre».





Dopo quasi diciassette secoli, si continua a discutere sulla figura dell’Imperatore Costantino. I progressisti, laici e cattolici, hanno sempre visto in lui il simbolo di un nemico da abbattere. Palmiro Togliatti ad esempio, nel celebre discorso di Bergamo del 20 marzo 1963, con cui, per primo, teorizzava la collaborazione tra cattolici e comunisti, lo faceva affermando che «la politica di Costantino e la politica di quest’età sono tramontate per sempre». La parola d’ordine della “fine dell’era costantiniana” era lanciata. Il prestigio e l’ influenza che la Chiesa aveva guadagnato nel corso della storia era visto come un privilegio e un orpello a cui rinunciare in nome della “povertà evangelica” della “Chiesa primitiva”. In questa prospettiva, la storiografia arrivò a sostenere che la conversione di Costantino a Ponte Milvio era stata un’invenzione degli scrittori cristiani della sua corte, Lattanzio ed Eusebio, accettata per calcolo e opportunismo dall’imperatore.

La riabilitazione presso il grande pubblico di Costantino, è stata intrapresa da uno storico laico, il francese Paul Veyne, autore di un recente volume, Quand notre monde est devenu chrétien (312-394) (Albin Michel, Paris 2007), che in Francia è già divenuto un best-seller. Veyne, professore onorario al Collège de France, appartiene alla categoria dei non credenti affascinati, in epoche di crisi, dal messaggio perenne del cristianesimo. Il suo passato di comunista fino al 1956, poi di discepolo di Raymond Aron, influenzato dalle idee di Nietzsche e di Foucault, gli attribuisce quelle credenziali che sono negate agli storici cattolici e costituisce la ragione del successo della sua opera.

La sua tesi di fondo è che la conversione di Costantino fu un evento straordinario, frutto non di calcolo o di interesse, ma di sincera convinzione politica e religiosa. Quanto accadde il 28 ottobre dell’anno 312 dopo Cristo, a Ponte Milvio, fu uno degli avvenimenti decisivi della storia occidentale e perfino mondiale. Quel giorno, due eserciti si fronteggiarono alle porte di Roma. Il primo, comandato da Marco Aurelio Valerio Massenzio si schierò lungo le sponde del Tevere, il secondo, guidato da Flavio Valerio Costantino, si attestò lungo la via Flaminia, dove ora sorge Prima Porta. I due contendenti lottavano per il titolo di Augusto di Occidente, una delle quattro cariche supreme nella Tetrarchia, il nuovo sistema di governo dell’Impero ideato da Diocleziano.

La giornata volgeva al tramonto, quando le truppe di Costantino videro improvvisamente stagliarsi nel cielo un grande segno luminoso, con una scritta fiammeggiante: In hoc signo vinces. Eusebio di Cesarea, il primo grande storico della Chiesa, ricorda l’evento con queste parole: «Quando il sole cominciava a declinare, Costantino vide con i propri occhi in cielo, più in alto del sole, il trofeo di una croce di luce sulla quale erano tracciate le parole IN HOC SIGNO VINCES. Fu pervaso da grande stupore e insieme a lui il suo esercito».

L’effetto sulle truppe fu impressionante. Nell’esercito di Costantino vi erano molti cristiani. Essi avevano vissuto l’ultima persecuzione, quella terribile di Diocleziano, iniziata nel 297 con l’epurazione dall’esercito di tutti i fedeli di Cristo. I militari cristiani che erano molto numerosi nelle armate imperiali, erano stati posti di fronte ad un’alternativa radicale: abbandonare la loro religione o il loro posto nell’esercito. Vi fu chi scelse la strada dell’apostasia, ma molti perseverarono e, lasciato l’esercito, emigrarono in Gallia dove si arruolarono con Costanzo Cloro, l’unico dei quattro tetrarchi che non aveva aderito alle persecuzioni di Diocleziano. Ciò significa che, all’inizio del IV secolo, il numero dei cristiani che affollavano l’esercito di Costanzo, stanziato nelle Gallie e in Britannia, non era irrilevante. Quando, nel 305, Costanzo era morto, a York, in una spedizione contro i Picti e gli Scoti, le truppe avevano acclamato imperatore Costantino, figlio di Costanzo e di Elena, mentre i pretoriani a Roma proclamavano imperatore Massenzio. Quest’ultimo aveva invocato gli dei pagani, per chiedere loro la vittoria. La Croce apparsa nel cielo era invece, senza ombra di dubbio, il simbolo dei cristiani. I due eserciti che ora si affrontavano erano consapevoli che non erano forze meramente umane quelle coinvolte nel terribile scontro. Nella notte, come narra Lattanzio, Cristo apparve in sogno a Costantino, «esortandolo ad apporre quel simbolo sugli scudi dei soldati con quei segni celesti di Dio e ad iniziare quindi la battaglia».

La mattina dopo, Costantino fece imprimere il monogramma di Cristo sui vessilli delle sue legioni, e istituì il Labarum, lo stendardo che avrebbe sostituito l’aquila romana di Giove e che tutti i soldati da allora avrebbero dovuto onorare. La battaglia si svolse furiosa. Costantino riuscì a spingere l’esercito rivale con le spalle al Tevere, dove Massenzio cercò scampo nella fuga. Fu travolto dalle acque e la sua testa fu portata al vincitore. Il 29 ottobre Costantino, nuovo imperatore, entrò solennemente a Roma, alla testa delle sue truppe, dalla via Lata, l’attuale Corso.

Un anno dopo, il 13 giugno 313, Costantino promulgò l’Editto di Milano con cui ogni legge persecutoria emanata in passato contro i cristiani era abolita e il cristianesimo diveniva religio licita nell’Impero. Costantino è celebre per quest’editto che poneva fine all’era delle persecuzioni ed apriva un’epoca nuova di libertà per la Chiesa. E tuttavia, nella sua vita ed in quella della Chiesa, l’ora decisiva, fu un’altra: quella in cui per la prima volta la Croce di Cristo era apparsa sul campo di battaglia, difesa dalle spade dei legionari.

C’erano stati eretici, come i montanisti che avevano sostenuto l’incompatibilità del cristianesimo con le armi. Non era stato questo, nei primi tre secoli, l’atteggiamento dei cristiani. Malgrado le opinioni in senso contrario di Tertulliano, le cui posizioni riflettono la sua evoluzione verso l’eresia montanista, nessun atto del Magistero aveva proibito il servizio militare nel corso dei primi tre secoli. Al contrario, è noto il fatto che in questo periodo storico molti cristiani servirono come ufficiali o soldati nelle legioni romane, conciliando la duplice caratteristica di cristiani e di militari, senza che la Chiesa rivolgesse loro alcun rimprovero per questo motivo: molti di questi furono anzi canonizzati. Tale è l’esempio di sant’Eustachio, di san Sebastiano, dei legionari della XII Fulminata sotto Marco Aurelio, e di san Maurizio e della Legione Tebea, sotto Diocleziano.
Il cristianesimo insegnava che era possibile essere buoni cristiani e buoni soldati. Ma l’apparizione della Croce a Ponte Milvio, significava anche qualcos’altro. Era Cristo stesso che chiedeva a Costantino e alle sue legioni di combattere e chiedeva di combattere in suo nome. Si stabiliva il principio per cui è lecito combattere in nome di Dio, quando la causa è giusta e la guerra è dichiarata santa, come altre volte sarebbe accaduto nella storia.

La battaglia di Ponte Milvio non dimostrava solo la legittimità del combattimento cristiano. Il monogramma di Cristo, imprimendo un carattere sacro sul vessillo imperiale, conteneva in sé l’Impero cristiano sognato da sant’Ambrogio e da Teodosio e realizzato, nell’800 dopo Cristo, da Carlo Magno, padre e fondatore della Cristianità medioevale.

Costantino, per Veyne, non fu un opportunista, ma un idealista. Egli «non mise l’altare al servizio del trono, ma il suo trono al servizio dell’altare: considerò gli affari e i progressi della Chiesa come una missione essenziale dello Stato»; «questo principe cristiano di statura eccezionale aveva in animo un vasto progetto in cui si confondevano pietà e potere: fare in modo che esistesse un vasto insieme che fosse interamente cristiano e dunque che fosse uno, sul piano politico e religioso: questo ideale millenario dell’Impero cristiano avrebbe fatto ancora sognare all’epoca di Dante».

Costantino morì il 22 maggio del 337, giorno di Pentecoste, nella sua villa di Ancira, vicino Nicomedia, dopo essere stato battezzato dal vescovo (ariano) Eusebio di Nicomedia. Il suo corpo fu deposto in un sarcofago di porfido, al centro dei dodici cenotafi degli Apostoli, come a significare che il defunto imperatore era stato il tredicesimo apostolo. La Chiesa greca lo venerò come santo, quella occidentale gli riconobbe il soprannome di “grande”, riservando il culto degli altari alla madre Elena, l’Imperatrice oggi sepolta all’Ara Coeli.

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