CULTURA: Guareschi, non solo Don Camillo

Un cattolico vero, una spina nel fianco di comunisti e democristiani negli anni precedenti il compromesso storico. Giovanni Guareschi, al di là delle etichette di comodo, fu soprattutto un grande uomo di cultura che, per ben due volte, pagò con il carcere il suo amore per la libertà di pensiero.


La figura dell’indimenticabile scrittore emiliano è stata ricordata lo scorso 14 luglio, nel corso di una tavola rotonda, presso l’Associazione Famiglia Domani, in occasione della quale è stato presentato il saggio Non solo Don Camillo (L’Uomo Libero, 2009) a cura di Marco Ferrazzoli, giornalista e scrittore, già autore di altre pubblicazioni su Guareschi. Ferrazzoli è stato il coordinatore della conferenza che, introdotta dal presidente della Fondazione Lepanto, Roberto de Mattei, ha visto la partecipazione dell’on. Renato Farina, deputato, giornalista e scrittore, e di Monica Mondo, giornalista di “Sat2000” e dell’“Osservatore Romano”.

Il dibattito è stato alternato alla proiezione di spezzoni video, estratti da documentari e film del ciclo di Don Camillo e Peppone. «Le caratteristiche più marcate nell’uomo Guareschi e nella sua opera letteraria sono l’anticomunismo e la fede cattolica – ha affermato Ferrazzoli –. In nome di questi ideali Guareschi patì l’inimicizia e l’incomprensione non solo degli uomini di sinistra ma soprattutto dei democristiani, finendo anche in carcere con la complicità di De Gasperi». «Guareschi non vedeva nel marxista un nemico, ma qualcuno da convertire – ha aggiunto Ferrazzoli –. Per lui il comunista emiliano medio era un piccolo borghese, proveniente dalla tradizione cattolica, che tentava di affrancarsi dalla sua condizione di sottoproletario, quindi qualcuno che, in fondo, poteva essere salvato». «Il nome di Guareschi continua a dividere gli italiani – ha affermato Monica Mondo –. Per i suoi detrattori rappresenta un’Italia arruffona, bigotta, superstiziosa e ignorante. A nostro avviso quella di Guareschi è un’Italia umanissima e popolare che preferisce la canonica o l’aia al loft.

Ci ha insegnato a non vergognarci di essere cristiani in un’epoca in cui l’egemonia culturale marxista già imperava». Guareschi non fu dunque un «cristiano della domenica» ma un vero uomo di cultura cattolico che «sentiva la responsabilità di conoscere e far conoscere la verità a differenza dei cosiddetti “cattolici adulti” odierni che ritengono l’esperienza cristiana possa ridursi all’operosità in campo sociale e ad una fede confinata alla sfera personale». «Fu emarginato dalle gerarchie ecclesiali e dalla DC per aver criticato certe storture del Concilio Vaticano II come, ad esempio, le “messe beat”. Non era un uomo del tutto chiuso al moderno ma ne detestava le forzature», ha aggiunto la giornalista. «Guareschi fu, per molti versi, un “umorista serio” – ha esordito Renato Farina – in quanto comprendeva che ci sono cose di cui non si può ridere: l’esatto contrario di coloro che oggi sono indicati come campioni della satira, quando in realtà sono solamente campioni dell’ideologia.

È stato una sorta di “intellettuale totale” nel senso in cui in ogni suo articolo, in ogni sua opera, aveva il dono di parlare, al tempo stesso, di politica, di religione, di cultura, di morale o di gastronomia». «Odiava il comunismo perché amava gli uomini. Infatti, non distingueva semplicemente l’errore dall’errante ma sapeva, ad esempio, rendere umani personaggi come Peppone che, nei momenti difficili, comprende l’importanza della fede», ha aggiunto l’on. Farina. «Guareschi era un cantore della “mediocrità”, non intesa come tiepidezza morale ma come appartenenza ad un popolo per il quale il massimo della trasgressione era sgozzare il maiale per farne i ciccioli o andare su e giù per l’Appennino a bordo di una Cinquecento sbuffante. La “mediocrità” elogiata da Guareschi è la caratteristica di uomini disposti ad andare in carcere per difendere la libertà».

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