CULTURA CATTOLICA: un profetico documento del cardinale Boggiani

A partire dall’Unità d’Italia realizzata pienamente il 20 settembre 1870, ma in realtà anche prima, non mancarono mai le divisioni tra i cattolici negli ambiti politico, sociale e culturale. Si pensi al celebre non expedit di Pio IX, contestatissimo dai cattolici-liberali di fine ’800, all’Opera dei Congressi che aveva due anime assai diverse al suo interno o alla nascita del Partito Popolare del 1919, criticato fin da subito dall’ala più intransigente del cattolicesimo sociale italiano.

Una forte eco di quest’ultima critica si ebbe in una lettera pastorale di un gran vescovo italiano, da poco ripubblicata (cfr. card. Tommaso Pio Boggiani, Un vescovo contro la democrazia cristiana, ed. CLS, 2008, pp. 32, 5 euro. Si può richiedere al tel. 0161.839335).

L’autore del prezioso documento, divenuto nel frattempo di rarissima reperibilità, nacque il 19 gennaio 1863 a Bosco Marengo (Alessandria), paese natale di san Pio V, di cui seguì le orme entrando nel convento domenicano di Bosco. Il futuro cardinale-arcivescovo di Genova, precursore dunque dei cardinali Siri e Bagnasco, studiò a Chieri e in Austria, ove insegnò a lungo. Ebbe importanti incarichi all’estero e all’inizio del XX s. divenne parroco e poi docente di Diritto Ecclesiastico. Apprezzato per la sicurezza dottrinale, s. Pio X lo volle dapprima Visitatore apostolico in molte diocesi raggiunte dall’eresia modernista e poi vescovo di Adria. Benedetto XV lo nominò Arcivescovo del capoluogo ligure e Pio XI lo creò cardinale e cancelliere di s. Romana Chiesa. Morì assai stimato a Roma nel 1942.

In questa Lettera pastorale pubblicata originariamente nel 1920, esattamente 80 anni fa e intitolata “L’Azione Cattolica e il Partito Popolare italiano”, il prelato in un contesto storico segnato da un lato dalla permanenza della irrisolta Questione Romana e dall’altro dagli strascichi dolorosi del modernismo, espone pacatamente e con chiarezza le ragioni dei cattolici intransigenti. Costoro miravano non già all’ancien régime come troppe volte si è detto e si dice, cioè ad un ritorno di questa o quella casa regnante sul trono, ma alla formazione e alla rinascita della Cristianità, come tante volte era stata teorizzata dai Pontefici e come indubbiamente ogni cattolico degno di questo nome deve auspicare.
Secondo il card. Boggiani, «è un fatto che, fin da quando apparve il Partito Popolare Italiano si ingenerò una grande confusione nelle idee» (p. 5). La sua natura infatti di partito laico di ispirazione cattolica (ma aperto ai non credenti) era ambigua: il suo ruolo pareva ricalcare e persino sostituirsi a quello dell’Azione cattolica dei cattolici militanti.
Quest’ultima però, allora, aveva un programma ben chiaro, che il domenicano riassume così: «combattere con ogni mezzo legale la civiltà (se civiltà si può dire) anticristiana, e riparare per ogni modo i disordini gravissimi, che da quella derivano; ricondurre Gesù Cristo nella famiglia, nella scuola, nella società; ristabilire il principio dell’autorità umana come rappresentante di quella di Dio» (p. 7), etc. etc.

Il PPI nacque in un contesto difficile, segnato da «cresciuti e più generali mali; le peggiorate condizioni sociali, con il pericolo del generale sovvertimento e della rivoluzione anarchica» (p. 8). Per questo «l’Autorità ecclesiastica si tacque, e non contrastò a chi volle assumersi le gravissime responsabilità del nuovo atteggiamento» (p. 11), cioè l’ingresso nelle competizioni politiche su base democratica.

Ma quali caratteristiche del PPI spiacquero al card. Boggiani e agli intransigenti in genere? Enumeriamole in breve e valutiamone attentamente l’impressionante attualità. «1. Il PPI non è, non si chiama, e non si può in alcun modo chiamare partito cattolico. E ciò ancorché esso apparisca ideato e concretato da gente cattolica (…). 2. Il PPI è un partito di natura sua aconfessionale. E tale fu dichiarato dai suoi stessi ideatori e creatori (…). 3. Con questa sbagliata e infelice tattica, il PPI si mette, di fatto, fra coloro che nella vita pubblica prescindono da Dio. Perciò, non ostante il suo proposito di considerare la coscienza cristiana fondamento e presidio della Nazione [in questo erano senz’altro meglio della loro posterità demo-cristiana!], e di salvare tutto ciò che è sacro patrimonio delle genti cristiane, il PPI si guarderà bene dal far sentire il nome di Dio nelle sue adunanze e nelle aule parlamentari, e anche quando si tratterà di sventare e di combattere gli iniqui progetti degli avversari, anche quelli che sono una manifesta e sfacciata violazione della legge santa del Signore e di punti fondamentali della nostra fede e morale, come per esempio è il progetto di legge per il divorzio, addurranno sì ragioni umane, ma non avranno il coraggio di ricordare e di intimare apertamente il precetto di Dio, la cui forza si voglia o no, sente nel suo intimo ogni uomo, sia pure liberale, socialista o massone» (pp. 12-13). I cattolici non possono professare l’aconfessionalismo e il laicismo.

«Quei cattolici quindi che protestano di discendere nel campo della vita pubblica e politica con il programma di ricondurre l’ordine sociale sulle basi cristiane, debbono assolutamente proclamare a tutta voce, difendere con tutte le forze e far prevalere quanto è possibile i principi del Vangelo» (p. 20). I cattolici militanti infatti non possono «abbracciare la facile teoria della duplice personalità una più o meno laica, ossia atea, nella vita pubblica, l’altra religiosa nella privata» (p. 21). E ancora in guisa di conclusione: «Prescindere dalla religione nella vita pubblica politica? Ma se voi, che vi dite cattolici, ricorrete a questo rifugio per salvare la vostra azione più o meno amorfa, aconfessionale; come potrete combattere, come è vostro strettissimo dovere, l’errore oggi dominante, l’errore cui si debbono tutte le rovine che lamentiamo, cioè: la separazione dello Stato dalla Chiesa; lo Stato laico?» (pp. 22-23)

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