CULTURA CATTOLICA: Mons. Gherardini e Il discorso mancato sul Vaticano II

Mons. Brunero Gherardini, uno tra i teologi che hanno più coraggiosamente partecipato alla “demitizzazione conciliare”, dopo il suo testo del 2009, Concilio ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare (Casa Mariana), pubblica ora un nuovo sintetico volume, Concilio Vaticano II. Il discorso mancato (edizioni Lindau, Torino 2011, euro 12).


La questione sollevata è una sola e coincide con la ribadita volontà di analizzare a fondo e da vari punti di vista i passi più problematici dei documenti conciliari per stabilire, non tanto l’intenzione di chi li ha posti in essere (il che sarebbe pretenzioso e forse vano), quanto la misura del loro legame con gli errori, le deviazioni e le omissioni che da troppo tempo lamentano quasi tutti (in privato) e un numero crescente di giovani teologi (anche in pubblico).

Come si fa ancora, conoscendo l’abbandono in massa dalle parrocchie (con una pratica che è passata in certe nazioni dal 50 al 5%) o la fuga dalla vita religiosa scatenatosi come un fulmine a ciel sereno già durante e poi, soprattutto, subito dopo il Concilio, a non voler interrogarsi su questa «primavera che non ci fu»? Paolo VI stesso scrisse che dopo il Concilio ci si sarebbe aspettati nuova luce, ma si ebbe il buio… Gherardini spiega, in modo accessibile e divulgativo, che le radici di tanto buio sono da ricercarsi nella mentalità di vari Padri conciliari che, succubi del neo-modernismo, infettarono la teologia, le facoltà universitarie e gli stessi ambienti monastici. Secondo il prelato l’anti-spirito del Vaticano II, detto gegen-Geist «nacque nell’aula conciliare: un contro forse non volutamente eversivo della Tradizione in sé, ma di quel modo desueto di presentarla che la renderebbe estranea alla sensibilità, alla cultura e ai problemi dell’uomo contemporaneo» (p. 65). «Ciò – prosegue Gherardini – non intende in nessun modo assolvere il post-Concilio da tutte le sue gravissime responsabilità» (p. 65).

Insomma: o il Concilio è perfettamente riuscito, e allora non si capisce come si sia potuta imporre quasi universalmente una sua lettura o “ermeneutica” che ha devastato la Chiesa. D’altra parte chi poteva imporla se non le autorità competenti? Oppure il Concilio non è perfettamente riuscito e ha comportato lacune, fraintendimenti e smagliature, e allora riesce più facile capire e in un certo senso “giustificare” (fino ad un certo punto, però…) le interpretazioni abusive post-conciliari. Si inizi a valutare anzitutto l’ineguale importanza dei sedici documenti conciliari (cfr. pp. 80-81), quindi si approfondisca la “tonalità” dei testi per riconoscere, infine, l’inesistente infallibilità del magistero conciliare come tale (se non nei dogmi già definiti, cfr. pp. 81-88). «Ciò tenendo presente – spiega Gherardini – a me pare che, in via preliminare e sempre a ragion veduta, un buon critico debba considerare il Vaticano II su quattro distinti livelli» (p. 90): quello generico, in quanto Concilio legittimo; quello specifico, inerente al taglio pastorale; quello detto «dell’appello agli altri Concili»; e quello delle innovazioni. In quest’ultimo ambito, posto che solo il terzo risulta sicuro e giuridicamente irreformabile, il teologo ravvisa delle carenze significative in ordine alla collegialità dei vescovi (LG, 22 e 23), all’inerranza che in effetti non fu esplicitamente dichiarata (cfr. DV, 8-12) e ai temi della liturgia, dell’ecumenismo, del dialogo. «Ciò che, per esempio, è avvenuto in campo liturgico, facendo sussultare di stupore e d’indignazione alcuni vertici della Chiesa, se pur non direttamente addebitabile al Concilio, non si sarebbe verificato senza di esso» (p. 96).

L’anti-spirito ha, in effetti, corrotto quel Concilio senza il quale l’anti non si sarebbe potuto manifestare, almeno in queste modalità.

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