CULTURA CATTOLICA: intrigo al Vaticano II

A quasi 50 anni dalla sua convocazione, il Concilio Vaticano II resta oggetto di analisi, interpretazioni, letture e valutazioni diverse e contrapposte. Per un Concilio atipico, che ha fatto della pastoralità la sua caratteristica prima, questo non è strano, soprattutto se si pensa che nei suoi testi si manifesta «una certa discontinuità», pur nell’inderogabile continuità dell’unico soggetto Chiesa, la cui costituzione, al di là delle fittissime apparenze post-conciliari, «viene dal Signore» (le due espressioni virgolettate sono di Benedetto XVI, nel celebre discorso alla Curia Romana per il Natale del 2005).

Non sappiamo se il Concilio sia mai stato il tema di fondo di una romanzo a carattere storico: se questa modalità della sua ricezione letteraria era stata finora omessa, adesso questa lacuna è stata colmata da un agile testo che farà riflettere molti lettori (cfr. Rosa Alberoni, Intrigo al Concilio Vaticano II, ed. Fede e Cultura, 2010, 15 €).

I 4 anni dello svolgimento del Concilio si snodano nel racconto che un perito conciliare, in seguito fattosi eremita, fa ad una giornalista, scandalizzata dall’andamento culturale e morale della società e della Chiesa. Rachele Vidal (in cui è facilmente ravvisabile l’io narrante dell’autrice) cerca di sapere la verità sulla spaventosa decadenza del cattolicesimo, manifestatasi per esempio in un teologo francese che davanti ai suoi occhi «ha affermato che il diavolo non esiste, che i vangeli sono tanti, e tutti rispettabili, quelli contenuti nel Nuovo Testamento sono frutto di una scelta arbitraria, e comunque sono opinioni personali degli evangelisti» (p. 42), ossia più o meno ciò che è diventato l’insegnamento teologico comune delle facoltà cattoliche nel post-Concilio.

Ma allora, si domanda la curiosa giornalista italiana, di chi è la colpa? Secondo padre Robert, il perito che ha vissuto sulla sua pelle la battaglia del Vaticano II, anche perdendo un amico ucciso dai progressisti, «la rivoluzione culturale non è stata una diga che ha sfondato una paratia, facendo in modo che la valanga si abbattesse sulla Chiesa. La rivoluzione culturale ha funzionato come un fiume, ingrossato via via da tanti affluenti, sgorgati dai fermenti interni al Cattolicesimo post-conciliare» (p. 54).

L’idea che per farsi capire, «la Chiesa doveva andare al di là della teologia e tener conto dei problemi mondiali» (p. 57) era quasi scontata in quel clima sovraeccitato… Ma mentre i conservatori e la Curia cercavano di mettere delle pezze, a volte riuscendoci a volte no, i progressisti volevano «fare il mestiere di Cesare, usando Dio come scudo» (p. 59). La conclusione e il risulto di compromesso raggiunto dal Concilio, compromesso tra la tradizione dogmatica cattolica e la sua rilettura pastorale, derivò dall’attitudine eversiva dei novatori «i quali sentivano il Magistero della Chiesa cattolica come un fardello. E il Concilio appariva loro come un’occasione unica per scardinarlo» (p. 69).

Le imposizioni di Paolo VI della “Nota esplicativa previa” e del titolo mariano di “Madre della Chiesa”, o i ritocchi inseriti in certi documenti, se sul momento parvero e in fondo furono delle vittorie dei difensori della Tradizione, poi però nella lettura dinamica dei documenti tipica del post-concilio, risultarono poca cosa, e tutte le aberrazioni dottrinali del modernismo riapparirono alla luce del giorno a partire dal Catechismo Olandese del 1966 fino alla a-teologia di oggi. Che fare? Il racconto si conclude con una preghiera, in latino, dell’eremita padre Robert (p. 190). Non c’è bisogno di aggiungere altro.

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