CULTURA CATTOLICA: il fascino della liturgia tradizionale

Il XX secolo, diceva amaramente Bernanos, o sarà religioso o non sarà. E in effetti il XX secolo, non essendo stato religioso, anzi essendo stato il secolo più irreligioso della storia, basti pensare all’ateismo di Stato comunista e all’indifferentismo occidentale, non è stato qualcosa di positivo, ma si è caratterizzato per il vuoto abissale di valori e di sani riferimenti.


In questo senso il ’900 “non è stato”, il nichilismo essendo il trionfo del vuoto e del nulla sulla realtà, ridotta a fiction o a mera apparenza. Questa tragica situazione antropologica non poteva non toccare la stessa comunità ecclesiale ed anzi la crisi di fede, segnalata e deprecata dai Romani Pontefici dall’inizio del secolo scorso ad oggi, è una delle concause del presente smarrimento morale e sociale dell’umanità, specie nei Paesi detti sviluppati o industrializzati.

Papa Benedetto XVI in tanti anni di studi e di riflessioni, e in una parabola teologica e spirituale durata oltre mezzo secolo, è stato eletto Vicario di Cristo proprio dopo aver maturato la ferma convinzione che la drammatica crisi di fede dei giorni nostri è dovuta in primis al “crollo della liturgia”. Ecco perché attorno ad essa si mobilitano e si scontrano così vivacemente uomini di Chiesa, teologi e pastori di anime: tutti sanno infatti che vincere la battaglia “per il culto divino” è vincere la battaglia per la restaurazione (o meno) della Chiesa, e con essa, indirettamente, della cristianità. In tal senso giova segnalare un breve libretto appena uscito (S. Tamburini, Il fascino della liturgia tradizionale, Fede e Cultura, 6 €), scritto da un giovanissimo musicista nato neppure trenta anni fa, il quale, in nemmeno 50 pagine, dà uno schizzo ben lucido di ciò che la liturgia tradizionale latina può suscitare nella giovane generazione cattolica. Il Tamburini presenta 3 “Quadri” atti a esemplificare l’essenza del rito romano antico, e cioè i valori precipui che esso contiene e che paiono carenti nel rito post-conciliare: tali Quadri sono la messa solenne (pp. 10-17), il Vespro della Domenica (pp. 18-27) e la Compieta (pp. 28-39). Con forti parole l’autore spiega, anzitutto ai giovani, perché la liturgia perenne è di per sé una immensa esperienza del mistero, esperienza che coinvolge non solo l’intelligenza e la ragione, ma anche e ugualmente il cuore, i sentimenti, tutta la profondità dell’io, dando all’uomo di fede una fierezza e una forte consapevolezza, unita all’umiltà per l’immenso dono ricevuto dall’Alto. Successivamente, se l’autore coglie nel segno ribadendo che «il rito di Paolo VI non rappresenta l’ultima germinazione del rito romano, ma un altro rito rispetto ad esso» (p. 41), non ce la sentiamo di seguirlo nei ritocchi che egli propone al messale del 1962 per uniformarlo a quello rinnovato (cfr. pp. 41-42).

Certamente è doveroso che al caos liturgico, a cui è oggettivamente collegata la messa nuova, non faccia da contraltare una messa antica celebrata freddamente, rapidamente, “rubricisticamente” e più per amanti dei concerti barocchi che della preghiera devota (vedi in tal senso le riforme volute da san Pio X). D’altra parte, la “riforma della riforma” di cui hanno parlato insigni liturgisti come mons. Bux e padre Lang, deve portare esattamente al contrario, cioè alla riforma del nuovo rito, sul modello dell’antico. Come non pensare ai cambiamenti minimi da introdurre alla nuova forma liturgica proposti a suo tempo da dom Gérard Calvet davanti all’allora card. Ratizinger, come la comunione esclusivamente orale, l’orientamento versus Dei e il Canone in latino e il silenzio? La prefazione di don Claudio Criscimanno fa cenno, con elegante espressione, alla dimensione «al contempo calda e casta con cui la liturgia tradizionale raggiunge e muove i sensi attraverso le immagini, i colori, i suoni, i silenzi, i profumi».

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