CULTURA CATTOLICA: Creazione, quel buon senso che rientra dalla finestra…

Non basta porsi delle domande. Occorre anche farlo con onestà intellettuale, perché ciò abbia un senso diverso dal sapore della mera ideologia. In tal senso molto interessante è la recensione del libro di Stephen Hawking, The Grand Design, fatta dal prof. Roberto Battiston sul numero di novembre del mensile “Le Scienze”.


Anche perché è facile qui scorgere come le risposte elaborate dal celebre astrofisico britannico, in realtà, siano ben lontane dall’appagare uno sguardo veramente sgombro da pregiudizi circa le origini dell’uomo e dell’universo. Hawking è convinto che la teoria matematica delle stringhe possa spiegare tutto, compresi gli interrogativi eterni, che Battiston elenca: «Perché esiste qualcosa e non il nulla? Perché esistiamo? Perché ci sono queste leggi fisiche e non altre?». Subito è possibile notare come manchi quanto meno “la” questione per eccellenza: l’universo è creato o no? E, in caso affermativo, chi è il Creatore? Di questo non v’è traccia, dando l’impressione che siano stati applicati criteri tipici di certa sondaggistica autoreferenziale, preoccupata più di compiacere i propri pregiudizi che di confrontarsi davvero col reale. Ma non basta.

Secondo Hawking, l’universo deriverebbe «spontaneamente dal nulla» – scrive Battiston –, «tutto avrebbe quindi avuto origine con un immenso fuoco d’artificio, realizzato però senza un singolo grano di polvere da sparo». A chiunque, benché non scienziato o filosofo, sorgerebbero nuove domande: chi ha originato il nulla? Poiché o il nulla è (ed allora ne può derivare l’universo) oppure non è (ed allora non ne può derivare alcunché). Ma se è, da dove viene? Chi l’ha creato o per lo meno come si è generato? E poi il “fuoco d’artificio”, da cui tutto avrebbe avuto inizio, posto che non v’era «un singolo grano di polvere da sparo», chi l’ha acceso? Chi l’ha “lanciato”?

Ancora. Secondo Hawking, non è un caso «che viviamo proprio in questo universo» tra infiniti altri viceversa «privi di questa possibilità». Variando, infatti, «in modo impercettibile le costanti, che definiscono le proprietà fondamentali delle particelle e delle forze, esso diventerebbe subito inadatto ad ospitare la vita biologica come la conosciamo». Prendendo atto di tale – per molti versi – impressionante dato scientifico, ci chiediamo di conseguenza: perché noi? Se tutto questo non è un caso, perché proprio a noi ciò è capitato? C’è un senso? Domande, cui probabilmente neppure Battiston è rimasto insensibile, tanto ch’egli stesso evidenzia come eliminare «la necessità di un atto di creazione da parte di un’entità superiore» comporti «un prezzo altissimo da pagare», dovendo «chiamare in causa un’immensità di realtà alternative, per definizione irraggiungibili, se non grazie a una particolare modellizzazione matematica in cui quantità praticamente infinite entrano in gioco di continuo: infinite energie, positive e negative, tempi, spazi, universi».

Difficile, in tanta infinità, comunque la si voglia chiamare, non scorgere ancora una volta la mano di Dio… Tanto da spingere Battiston spontaneamente ad una conclusione di sano realismo: «Dimostrare la non necessità [di un atto di creazione da parte di un’entità superiore] – afferma – è ben diverso dal dimostrare la non esistenza. A ben vedere, un ragionamento analogo può portare, con altrettanta eleganza, esattamente alla conclusione opposta, introducendo una causa prima soprannaturale, che abbia “scelto” di realizzare questo universo tra gli infiniti possibili, fatto apposta per ospitarci e permetterci di ammirarne le meraviglie». Parole, queste, che dimostrano, una volta di più, come il dato di buon senso, che l’ideologia scientista vuol gettare fuori dalla porta, finisca per rientrare sempre dalla finestra. Con buona pace del prof. Hawking.

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