Cronaca della vergogna aretina: archeologismo e ignoranza

(di Francesco Colafemmina su Fides et Forma del 04-05-2012) Come promesso ritorno sullo scempio di Arezzo. E parto da una raccapricciante relazione del “direttore artistico” dell’adeguamento liturgico – manco fossimo al Festival di Sanremo – Gianclaudio Papasogli Tacca.

“…Proseguita dal vescovo Tarlati fino alla terza campata e poi completata nell’alzato fra il XV e il XVI secolo, l’edificio mantenne però una mirabile unità di stile architettonico. L’uso e l’arredo degli spazi interni, invece, subirono notevoli cambiamenti, indotti dalla nuova sensibilità della Riforma cattolica promossa dal Concilio tridentino e applicata in Arezzo dal vescovo Pietro Usimbardi: come in tante altre chiese cattedrali e collegiate, gli stalli lignei del coro furono spostati dietro l’abside, per favorire la visibilità dell’altare e furono così coperti alla vista gli affreschi che abbellivano la parte inferiore dell’abside e fu interrotta la secolare tradizione del pellegrinaggio attorno all’Arca di San Donato, che nel tratto centrale si svolgeva in ginocchio, all’interno stesso del monumento marmoreo che racchiude le reliquie del Patrono e ne illustra la prodigiosa vita. Lo spazio della prima campata davanti all’abside tornò però ben presto alla sua funzione di presbiterio, con la posa in opera della grande pedana lignea e delle sedute destinate ai chierici. Alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, ancora una trasformazione, indotta questa volta dalla Riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II: la grande pedana fu demolita e la tribuna absidale fu liberata dal coro cinquecentesco, tornando a svettare in tutta la sua ampiezza architettonica originaria. La situazione rimase tale per venti anni, nei quali la Cattedrale aretina tornò quasi alla sua primigenia fisionomia.”

In sintesi: cancelliamo ogni residuo “tridentino” e ripristiniamo l’impianto medievale della cattedrale già intravisto negli anni ’60, a ridosso del Concilio. Ora, mettiamo anzitutto in evidenza che questa cattedrale viene ultimata nel XVI secolo. Solo degli imbecilli potrebbero pensare che la “vera” cattedrale sarebbe un utopistico edificio concepito e definito nel 1200. Perché già in quell’epoca la cattedrale era immaginata come luogo della Chiesa in cammino e non vi era la pretesa contemporanea della definizione di uno standard architettonico, artistico o liturgico distintivo e definitivo.

Se così fosse dovremmo abbattere le vetrate di Guillaume de Marcillat perché realizzate nel XVI secolo e dunque espressione di canoni artistici incompatibili – a detta del direttore artistico – con quelli medievali. Lo stesso dovremmo fare con gli altari laterali decorati dalle pale di Andrea della Robbia o con la celebre Maddalena di Piero della Francesca, espressione di una tecnica artistica ancora lontana nel XIII secolo.
Dovremmo quindi rimuovere l’organo di Luca da Cortona perché anch’esso espressione di tridentinismo e così con tutte le opere successive al XIII secolo.

L’idea peraltro che la liturgia sia anch’essa una sorta di “Arca dell’alleanza” riscoperta negli anni ’60 da qualche Indiana Jones in clergyman è un’altra sonora castroneria. In nome di questa visione distorta della storia della Chiesa si continuano tuttavia a compiere abusi inaccettabili come quello di Arezzo.
La storia della Chiesa non prevede un buco fra 1400 e 1960. E’ da tocchi oltre che da confusi ideologi pensare che per riscoprire l’autentico senso della liturgia e l’autentico uso di un presbiterio di una cattedrale concepita nel medioevo si debbano saltare a piè pari 500 anni di storia della Chiesa. Ed è oltretutto falso, palesemente falso, che nel medioevo vi fossero prassi liturgiche e sistemazioni dei presbiteri più conformi alle invenzioni postconciliari. Lo pensavano gli stessi autori della riforma liturgica come ad esempio Louis Bouyer:

L’idea che la celebrazione versus populum sia stata la celebrazione originaria, e soprattutto quella dell’Ultima Cena, non ha altro fondamento se non un’errata concezione di ciò che poteva essere un pasto, cristiano o meno, nell’antichità. In nessun pasto dell’inizio dell’era cristiana il presidente di un’assemblea di commensali stava di fronte agli altri partecipanti. Essi stavano tutti seduti, e distesi, sul lato convesso di una tavola a forma di sigma o a ferro di cavallo. Mai, dunque, nell’antichità cristiana, sarebbe potuta venire l’idea di mettersi versus populum per presiedere un pasto. Anzi, il carattere comunitario del pasto era messo in risalto proprio dalla disposizione contraria, cioè dal fatto che tutti i partecipanti si trovassero dallo stesso lato della tavola.” (Architettura e liturgia, p.38).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come già dimostrato in un mio studio sul tabernacolo la divisione del presbiterio dalla navata era un “must” almeno sin dal XIII secolo. Si usavano cortine o barriere lignee, evolute successivamente nelle balaustre. Allo stesso modo non può non essere considerata criminale l’eliminazione del coro in noce  disegnato dal Vasari in nome di un assemblaggio degli spazi più conforme alla “volontà dei progettisti” medievali. E’ un crimine al quale si aggiunge lo sconquassamento dell’area presbiteriale e la sua invasione da parte dei mostri-pupazzi realizzati da Vangi. Angeli trasformati in Muppets o in simpatiche figure di manga giapponesi… a tanto siamo arrivati nel silenzio colpevole non solo del clero ma soprattutto dei fedeli e delle autorità laiche che dovrebbero scongiurare simili orrori che sono anche empietà.

Dove sono gli Sgarbi (che nel suo volume sull’arte sacra si è persino ricreduto sullo scempio pisano di Vangi) e i Daverio, dove i tanti accorati difensori delle devastazioni dell’arte sul suolo italico? Dove i Caifa che si sono stracciati le vesti per i crolli di Pompei? E dove gli indignati per le inutili spese della “casta”? Noi cattolici abbiamo un’altra casta sempre più prepotente e vanesia, quella dei Vescovi. Sarebbe opportuno che anch’essi pubblichino i costi sostenuti – indipendentemente dalle “offerte” di misteriosi benefattori – per distruggere le più alte testimonianze del connubio fra arte e spiritualità cattolica e soppiantarle con deformazioni caricaturali. Avanti, coraggiosi Vescovi obbedienti ad una certa ideologia post-conciliare più che al Santo Padre, pubblicate i costi di questi inutili adeguamenti liturgici, mostrateci la vostra attenta gestione dei fondi ricevuti da benefattori e sprecati specie in questi tempi di crisi per esaltare il vostro ego e quello dei vostri docenti di estetica (Ravasi e Bianchi?).

Donazione Corrispondenza romana